Ci sono due modi di ascoltare il disco de La Costituente. Il primo è tuffarsi in una ricerca delle radici, delle citazioni, dei riferimenti, in qualche caso delle spudorate somiglianze che ci troverete dentro. Potete provarci, e non sarà un esercizio difficile, sicuramente in mezz’ora avrete già stilato un elenco di cantautori, scoprendo improvvisamente di avere un orecchio capace di scovare similitudini. L’altro approccio possibile, invece, è quello di dare per scontata (come faccio io in questo momento) la volontà di richiamare anche esplicitamente alcune fonti di ispirazione, e godersi un album con ottime canzoni, arrangiamenti di  spessore e l’indubbia presenza di musicisti che hanno fatto i compiti a casa, perlopiù alla scuola del jazz.

Accennato questo punto, su cui tornerò più avanti passando in rassegna le tracce, passo a  dire che  “Per quanto vi prego” mette insieme varie anime della musica d’autore italiana degli ultimi quarant’anni, cercando una sintesi tra il teatro-canzone, il cantautorato  politicamente attivo, la capacità di raccontare piccole storie e la scelta di muoversi in un ambiente musicale che, nella maggior parte dei casi, ha sembianze  jazzistiche, appunto.

La Costituente nasce sulle ceneri dei Rosso Rubino. Ha elementi in pianta stabile, Lorenzo Catillo (voce), Pasquale Pedicini (piano), Sergio Casale (Flauto e sax),Luca Aquino (tromba), Dario Miranda (contrabbasso) e Aldo Galasso (percussioni) oltre a un folto gruppo di ospiti che partecipano al progetto, che si definisce aperto. Anche da questo punto di vista è un tentativo interessante, a cui si può trovare qualche limite di originalità, o un eccesso di eterogeneità nelle composizioni, ma che in fondo attrae anche per questa esibita capacità di spaziare tra brani diversi , riuscendo  a inserirli in un quadro dipinto con la stessa tecnica e immaginato con la stessa sensibilità.

Ad aprire il lavoro è “Per quanto vi prego“, una specie lettera-preghiera teatrale, in cui già si apprezza la qualità della musica che cresce facendo da sfondo alle parole, più declamate che cantate. Poi comincia un lungo viaggio popolato dai volti e dai suoni di alcuni cantautori italiani, in qualche caso riconoscibilissimi come per le due gucciniane “Io non io” e “Parigi”, altre volte più velati come per “Ines“, che sembra a metà strada tra Rino Gaetano e Fred Buscaglione. Non finisce qui: “Sud Est”  pare uscita dalla penna di Battiato, come  in minor misura “Di e Da”, aperta da una splendida introduzione al piano, e  “Lu ragano” ricorda Capossela e gli Avion Travel, che del resto a loro volta ricordano una schiera di altre fonti, da Paolo Conte a Tom Waits, della serie: se volete gli originali vi tocca andare indietro di parecchi decenni.

Il disco non si limita a una parata di omaggi. Uno dei momenti più felici è “Puntanera”, in cui accanto a un refrain riuscito c’è la sottolineatura della tromba di Aquino, che impreziosisce tutto l’album, ma che qui raggiunge l’apice di un lirismo mai prevaricante. “Strabica come Venere” è una canzone d’amore che sfrutta giochi di parole e assonanze, utilizzando un linguaggio forbito, a calcare la stessa ironia che si trova in “Solo tutor“. In “Arrivederci A bientòt Aufidersen” l’influenza di Guccini torna soprattutto nella scelta delle parole, che salutano e frustano allo stesso tempo, mentre “Dolce Sentire” è una coraggiosa (troppo, potrebbe dire qualcuno) riproposizione del tema del “Fratello Sole, Sorella Luna” zeffirelliano (sì, avevate immaginato bene), trasformato in una specie di standard con la solita tromba a seminare scaglie dorate.

Provate ad ascoltarlo questo disco, soprattutto se amate la musica d’autore italiana, alla quale mi legano più i ricordi che una frequentazione assidua di questi tempi. Probabilmente ci troverete momenti riusciti e lampi di ottima musica. Male che vada vi sentirete a casa.

 

 

 

di Lorenzo Mei