Chissà se il tic tac che da qualche settimana mi risuona nella testa è il conto alla rovescia che ci separa dalla fine del disco come supporto per la musica. Il 12 febbraio 2013, per l’Italia, è una data che da questo punto di vista segna una svolta: è sbarcato anche nel nostro Paese Spotify, il servizio che permette di ascoltare in streaming praticamente tutta la musica che riusciamo a immaginare, gratuitamente e legalmente, in qualsiasi momento. Basta iscriversi, scaricare il software, digitare il nome di un artista o il titolo di un disco, e schiacciare play. Provateci, vi renderete conto di quanto cambia, da oggi, il mercato musicale. E’ l’inizio della fine per i dischi? Forse, ma non sono sicuro che la colpa di un’eventuale dipartita, speriamo lontana, sarà di Spotify. Tra i dischi che troverete nella lista qui sotto, tre li ho ascoltati proprio sulla nuova piattaforma, ma poi li ho comprati lo stesso. Spotify potrà essere un’occasione per sentire i pezzi di un album e capire se fa per noi, oppure per cercare qualcosa che non abbiamo mai trovato in negozio, ma di cui abbiamo sempre sentito parlare. Insomma, è un po’ come essere il disc-jockey di una radio che ha sugli scaffali praticamente tutti i dischi del mondo. A quel punto, forse, il problema è cosa scegliere senza perderci davanti a un tale mare magnum. Ma di questo, semmai, parleremo più avanti.

In vinile: Eels, “Wonderful, Glorious”; Alt-J, “An awesome wave”; Bill Fay, “Life is people”.

In cd: Nick Cave & The Bad Seeds, “Push the sky away”; Lisa Hannigan, “Passenger”, Sea sew”.

 

Uno dei piatti forti di febbraio, inutile negarlo, è stato il nuovo album di Nick Cave con i Bad Seeds. Senza Mick Harvey e con Warren Ellis, Nick ha sfornato un disco che stenta a mettere d’accordo i critici. A me sembra un buon lavoro: aspetto di farlo depositare lentamente nelle mie abitudini di ascolto per capire se è ottimo o se resta sotto la media per questo songwriter che risponde alla domanda “Che cosa consiglieresti ai giovani musicisti che vogliono diventare bravi come te?” con una delle migliori battute del secolo: “Di abbassare le loro aspettative”. Intanto ho visto in streaming un concerto di Los Angeles di qualche giorno fa, e ho già sentito un formicolio alle mani plaudenti in vista del live di luglio, al Lucca Summer Festival, per il quale ho naturalmente già preso il biglietto. La prima impressione è che, tra i precedenti album, questo “Push the sky away” richiami soprattutto le atmosfere di “The boatman’s call” e “The good son”, che guarda caso sono probabilmente i miei preferiti.

Sia il magnifico disco di Bill Fay che l’esordio dei premiatissimi Alt-J, sono due recuperi del 2012 che naturalmente avevo ascoltato abbondantemente e inserito ai primi posti tra i miei preferiti, tanto da desiderare la versione in vinile di entrambi. Del ritorno di Mark Oliver Everett e dei suoi Eels ho ampiamente parlato: dirò solo che ho appena ordinato la sua autobiografia romanzata, e che il doppio vinilino da 10″ arancione, che mi sono fatto spedire tramite il sito ufficiale, l’unico shop in cui si poteva acquistare, fa la sua bella figura anche dal punto di vista estetico sul piatto del mio giradischi.

Il concerto fiorentino di Glen Hansard, protagonista dell’ultima pagina del diario del mese scorso, è stato anche l’occasione per l’avvicinamento a Lisa Hannigan, che conoscevo superficialmente al di là del tormentone “What’ll I do“. A bordo palco c’era la solita bancarella che vendeva improbabili magliette per anoressiche XXS, e naturalmente i cari vecchi compact disc. Ho optato per questi ultimi, non solo per evidenti ragioni di taglia, portando a casa il più recente, “Passenger”, e “Sea Sew”, che risale al 2008.

Marzo è un mese pieno di appuntamenti imperdibili: soprattutto torna David Bowie, cercato e alla fine stanato da i giornalisti musicali di tutto il mondo, presi però in contropiede riguardo all’uscita di questo “The next day”, che si è aperto la strada con l’ottimo singolo “Where Are we now“. Marzo è anche il mese di John Grant, che sarà nei negozi con il suo “Pale green ghosts”, seguito electro-pop-folk del fortunatissimo “Queen of Denmark” al quale dovremo concedere qualche ascolto, ma che sembra annunciarsi come un capitolo fondamentale in questo 2013 cominciato abbastanza bene.

di Lorenzo Mei