Nessun sommo pianista ha mai donato il proprio cuore e la propria mente in tali proporzioni, mostrando se stesso così poco.

Yehudi Menuhin, violinista e direttore d’orchestra

Una delle prime cose che mi hanno insegnato è che di un autore non si giudica mai la persona ma solo l’opera. Altrimenti si correrebbe il rischio non cogliere quanto di bello e potente ci sia nelle sue creazioni. Sono stata dunque educata a scindere in un certo modo i due fattori, quasi che l’uno non appartenga all’altro. Trovo quindi sempre perversamente curioso leggere le biografie degli artisti che ammiro. Le mie paure sono chiare: temo di non trovare parallelismi positivi tra la vita reale del personaggio e i meriti per cui l’ho conosciuto. Comprensibile la strana sensazione quando mi sono trovata tra le mani l’anteprima della biografia di Glenn Gould, Un genio innamorato (di prossima uscita per postmedia books).

Il protagonista, il celebre pianista Glenn Gould, era un uomo schivo, riservato e timido, che ha sempre rifuggito giornalisti e curiosi. Ma è stato proprio il suo carattere discreto ad aver suscitato negli anni un interesse mai sopito, come era ovvio che accadesse. Eppure, gli oltre quaranta libri e i venti documentari a lui dedicati non sembrano aver raccontato questo genio del nostro tempo, come invece è riuscito a fare Micheal Clarckson, ben venticinque anni dopo la sua morte.

Lo scrittore canadese, come ci racconta, si imbatte in un ricordo di Gould nel 2007, casualmente, in un parco. “Perché sappiamo così poco di uno dei più famosi pianisti del Novecento?” si chiede Clarckson. Da lì la decisione è immediata: il biografo imbocca la via giusta, scegliendo di raccontare il personaggio attraverso un nuovissimo punto di vista, i suoi affetti. Ciò che gli altri non erano riusciti a fare sta tutto in quest’unico punto: capire la persona, non attraverso l’opera, ma attraverso i suoi amori.

La chiave di lettura si scopre perfetta per dare volto a colui che ha cambiato il concetto di musica e passione, a colui che, sempre rimanendo fedele a se stesso, non ha mai aperto il cuore a nessun curioso, ma solo a chi fosse degno di un affetto sincero. Ed è così che io scopro -o meglio ho la riprova- che gli assolutismi non dovrebbero fare per me.

Per la prima volta la letteratura, non fiction s’intende, incontra Glenn Gould in ogni sua sfumatura, riconoscendo dei tratti che tanti ammiratori, giornalisti e studiosi si erano lasciati sfuggire. E proprio queste sfumature portano a capire il vero universo di Gould, quell’universo che lui tanto gelosamente preservava, ma che inevitabilmente gli sfuggiva via dalle dita, per esplodere sul pianoforte.

La narrazione, dal ritmo tranquillo e scorrevole, dà voce all’eco di un mito, che finalmente smette di essere tale, ma lascia intravvedere di sé quanto di più umano possa esserci, i sentimenti.

Il libro non scava brutalmente nella vita privata, ma anzi la rappresenta dolcemente e fedelmente, restituendoci infine l’immagine precisa di quell’uomo, un solitario, un sognatore misterioso. Completamente concentrato sull’obiettivo di diventare il miglior musicista del mondo.

Claudia Oldani