Il problema, quando ti chiami Bowie (anzi, quando ti chiami Jones, ma ti fai chiamare Bowie), è che devi confrontarti con dischi come “Heroes”, “Ziggy Stardust”, “Hunky Dory” o” Low”. E infatti, molto spesso in questi giorni, leggendo le recensioni e ascoltando i commenti all’ultimo lavoro del Duca, si trova l’avvertenza: “Non è Ziggy”. Oppure: “Non è Heroes”. Il che, naturalmente, è vero. Ma nemmeno “Ok Computer” dei Radiohead era “Heroes”,  neppure “Let England Shake” di PJ Harvey era “Ziggy”, e tantomeno “Mezzanine” dei Massive Attack era “Low”. Eppure si parla di tre dischi tra i migliori degli ultimi quattro lustri. Insomma, a volte i termini di paragone rischiano di distogliere l’attenzione dal punto fondamentale, che a mio avviso è questo: pochi giganti del rock nel 2013 possono vantare lo stesso stato di forma di David Bowie. Per essere ancora più perentorio, “The Next Day” non è un buon disco, è un grande disco, contiene una manciata di canzoni degne di stare in una vasta playlist delle sue migliori e può essere considerato un piccolo gioiello, nell’accezione che a questo termine si dà al giorno d’oggi, e non nel 1971, o nel 1977.

Dopo un paio di ascolti di questo album, che esce oggi anche in Italia ma che si poteva già assaggiare gratuitamente su iTunes (e che è già al primo posto nei download in 40 Paesi), ho pensato che l’attacco della terza canzone fosse una buona didascalia per questa raccolta di immagini di assoluta qualità:  “Stars are never sleeping”. Pensavamo che Bowie fosse sprofondato in un sonno creativo irreversibile, dieci anni dopo la penultima fatica, e personalmente apprezzavo la scelta di non pubblicare nulla, in assenza della scintilla necessaria. Per questo avevo tremato quando, circa un anno fa, era cominciata la “caccia all’uomo”, la serie di copertine e articoli che convocavano David sulla ribalta,  facendomi subito sospettare che dietro ci fosse la preparazione di un ritorno.

Invece è valsa la pena di aspettare un decennio per trovarsi tra le mani questo compact disc (il vinile arriva tra un paio di settimane), geniale fin dalla scelta grafica di appiccicare un quadrato bianco sulla copertina di Heroes, cancellando il titolo con una barra scura, e richiamando all’interno i toni e lo stile di quella storica cover in una bella foto del Bowie odierno, con tanto di ciuffo gelatinato.

 

Quello che manca a questo album, rispetto alle pietre miliari citate all’inizio, è la travolgente innovazione di dischi che ogni volta aprivano una strada nuova nel modo di concepire il rock, di coniugare testi e musica, di guidare  quella che allora si chiamava “New Wave”, e che in pratica metteva alla prova coloro che, dopo la distruzione del punk, cercavano di riannodare i fili. Onestamente chiedere, oggi, a  Bowie, di tornare ad essere un rivoluzionario e un inventore di generi, sarebbe troppo. Il disco non sa di passato, non nasce vecchio, non è un’autocelebrazione condiscendente, e  questo basterebbe da solo per accreditargli rispetto.

E però c’è di più. Ci sono le canzoni. C’è la partenza energica della title-track, c’è l’episodio alla Tom Waits in chiave blues “Dirty Boys”, una delle mie preferite, c’è il singolo che aveva anticipato l’album, “Where are we now”, in cui la voce che pone la domanda esistenziale sembra quasi la stessa, fluttuante nel vuoto, che mandava un rassegnato saluto in “Space Oddity”. Ma anche “Love is Lost”, “You will set the world on fire” il superclassico bowieano “Valentine’s Day” sono convincenti, come pure la sostanziosa “Boss of me”, fino ad arrivare alla cupa  “Heat”, passando per “How does the grass grow”, che mette insieme una linea di basso incalzante e  un refrain felicemente ubriaco, e per le pennellate psichedeliche di “I’d rather be high”.

Per molti versi sarà questo il disco dell’anno. Certamente perché un ritorno del genere se lo aspettavano in pochi (io no di sicuro) e perché aggiunge un titolo a una delle discografia più luminose di tutto il rock, ma personalmente scommetterei che, anche parlando di qualità, “The Next Day” sarà ancora ai piani alti delle nostre preferenze quando, sotto Natale, stileremo le solite classificone personali, da perfetti epigoni di Nick Hornby.

Ora, per poterlo ascoltare qui sotto, andate su Spotify, iscrivetevi e scaricate il software, se non l’avete già fatto. Poi premete play.

di Lorenzo Mei