Leggere un libro a volte ti porta a credere e a sperare che certe cose siano state scritte proprio perché tu le leggessi. Non è un caso, è il potere della letteratura. Come ho raccontato qui, ho incontrato casualmente le parole dello scrittore milanese Paolo Cognetti (Sofia si veste sempre di nero, New York è una finestra senza tende), ma ho voluto strenuamente potergli fare qualche domanda. Ecco cosa mi ha risposto, ed ecco perché continuo a credere che certe cose siano state scritte perché io le leggessi.

Come inizia la tua esperienza di scrittore? È un desiderio che nasce nell’infanzia o una scoperta più matura?

È nato verso i diciott’anni, anche se ho sempre letto molto. Ero un bambino solitario e mi facevano compagnia i libri di avventura, i classici di Stevenson, Mark Twain, Jack London. Nell’adolescenza, con uno spirito in fondo non molto diverso, leggevo Fante e Bukowski, solo che al posto di tesori nascosti c’erano alcol e donne. Ma è stato negli ultimi anni del liceo che ho incontrato i miei libri chiave, Due di due di Andrea De Carlo e il Jack Frusciante di Enrico Brizzi: la scoperta che si potevano anche raccontare vite come la mia, con una lingua simile alla mia. Ho cominciato a scrivere in quel periodo.

Le tue letture e le tue passioni vedono protagonista la letteratura angloamericana. Questo interesse si riflette anche sul tuo modo di scrivere?

È vero che leggo quasi solo letteratura americana, e soprattutto racconti. Però anche in un campo così ristretto, e perfino tra i miei autori preferiti, le scritture sono diversissime. Penso alla lingua austera di Hemingway, a quella colloquiale di Bukowski, a quella elaborata e musicale di Grace Paley, a quella piana di Carver, a quella ritmica e barocca di Moody, e così via… Perciò è difficile dire come letture tanto varie mi abbiano influenzato. Credo ci sia una centralità della vista, in tanti autori che amo, che altri chiamano “scrittura cinematografica”, e che è in sostanza un raccontare per azioni, dialoghi, paesaggi, oggetti, e il minimo indispensabile di pensieri: vorrei scrivere così anch’io. Ho in testa un modello di scrittura semplice, precisa e potente, che usa poche parole per arrivare al punto, ma proprio lì sta la sua forza, un po’ come nella poesia. Non è una scrittura meno profonda solo perché non ci sono parole difficili. E non richiede meno lavoro solo perché punta alla brevità. Non è facile per niente, trovare la parola giusta e togliere tutte le altre. Se dovessi scegliere un maestro direi Hemingway, quello dei racconti.

Milano è la tua città di origine, ma New York quella d’elezione. Uno scrittore simbolo dell’una e dell’altra.

Milano è stata raccontata benissimo da milanesi come Gadda e Testori e da non milanesi come Buzzati e Bianciardi. Ma per la mia esperienza di lettore scelgo Andrea De Carlo, quello dei primi romanzi. Provo gli stessi sentimenti che lui ha raccontato. L’affetto, la rabbia, la voglia di andarsene da questa città brutta e ostile, ma anche la scoperta che noi a Milano ci assomigliamo, nel bene e nel male, e perciò continuiamo a tornarci.

Per New York la scelta è difficilissima. Penso a certi canti d’amore come la Trilogia di New York di Paul Auster, Motherless Brooklyn di Lethem, Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann. Ma la scrittrice più distintamente newyorkese è stata forse Grace Paley, con tutte le voci della strada che risuonano nei suoi racconti.

Parliamo ora di Sofia si veste sempre di nero. Il romanzo racconta in modo molto intimo una protagonista donna. Perché un soggetto femminile? Non hai avuto paura di scontrarti con un universo che non è tuo per natura?

“Per natura” che cosa significa? Io sono un maschio, un italiano, un milanese, un trentacinquenne, un secondogenito, un piccolo borghese, un figlio di immigrati, uno coi capelli rossi e la pelle molto chiara. Tutto quello che non sono non mi appartiene? E posso scrivere solamente di uno come me? Virginia Woolf diceva che la mente dell’artista è androgina. Questo mi piace molto. Allargherei il discorso dicendo che l’artista, lo scrittore, è uno capace di cogliere qualcosa dell’esperienza umana, e di raccontarla a modo suo. Ecco, essere umano è l’unica categoria che accetto di rappresentare. Per il resto io e Sofia ci assomigliamo molto, non è stato per nulla difficile immedesimarmi in lei.

La narrazione si concentra inizialmente tra Lagobello e Milano, ma alla fine ci si ritrova immancabilmente a Brooklyn. Per la prima volta nella mia esperienza di lettrice mi sono sentita sbalzata – piacevolmente – da un libro all’altro, in questo caso al tuo New York è una finestra senza tende. È stata una scelta consapevole?

Sì, nel senso che nei miei racconti vanno a finire persone e luoghi a cui voglio molto bene, e anzi le persone e i luoghi sono quasi sempre il punto di partenza. Ho scritto gran parte di Brooklyn Sailor Blues, il racconto di Sofia ambientato a Brooklyn, tra il 2009 e il 2010, mentre scrivevo anche New York è una finestra senza tende. Siccome scrivo a mano, mi ero portato a Brooklyn due quaderni: in uno avevo il racconto, nell’altro il saggio. Nella mia testa erano testi gemelli, lo stesso amore per New York in due forme diverse. E mi ricordo almeno una frase, quella su Ground Zero come spazio vuoto al centro di New York, che avevo scritto per Sofia e poi mi è sembrata più giusta per l’altro libro. Insomma sono contento che tu abbia trovato questo legame. Puoi anche leggere una cosa sola di uno scrittore e apprezzarla, ma la capisci meglio se hai letto tutto.

Ho letto che Pietro è il personaggio che hai ritagliato per te; non è dunque un caso che abiti a Brooklyn e che sia uno scrittore. Oltre a questo, quanto c’è di autobiografico in lui?

Pietro è il protagonista di altri due racconti che ho scritto. “Guidare nelle metropoli” in Manuale per ragazze di successo (dove ha vent’anni) e “La stagione delle piogge” in Una cosa piccola che sta per esplodere (dove ne ha dodici). È anche un gioco letterario quello di avere un alter ego da portarsi dietro da un libro all’altro, l’hanno fatto tanti scrittori che amo come Hemingway o Grace Paley. Pietro però è figlio unico, io no. Sempre meglio cambiare nome e metterci qualche piccola differenza. Per il resto, direi che è proprio un autoritratto.

Juri, il regista del film di cui è protagonista Sofia, sostiene che ad un certo punto il suo lavoro abbia preso autonomamente una strada diversa da quella programmata, e che lui si sia trovato costretto a seguirla. È capitato anche a te scrivendo questo o altri libri?

Sì, mi capita sempre. Anzi penso che se non capita, un libro non valga molto. Lo scrittore che progetta una trama, ne fa una scaletta e poi la sviluppa scena per scena a me interessa poco. Mi sembra un tizio che porta il cane al guinzaglio (il cane è il lettore). Credo nella scrittura come esplorazione, viaggio nell’ignoto. Parti, ti perdi, vai in crisi, cambi strada, ti ritrovi in un posto tutto diverso da quello che immaginavi, ma forse era proprio lì che avevi bisogno di andare. Ci metti tutto il tempo che serve. Io ci ho messo più di quattro anni a scoprire la storia di Sofia. Insieme a qualcosa di me che non sapevo.

Consigliami un libro che tutti dovrebbero leggere.

Ci sono racconti che leggo e rileggo: le due raccolte di Charles D’Ambrosio uscite per minimum fax (Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome). E quelle di Andre Dubus pubblicate da Mattioli (soprattutto Il padre d’inverno e Noi non abitiamo più qui). Dubus è stato una grande riscoperta, D’Ambrosio invece potrebbe essere il migliore scrittore di racconti vivente (tolta Alice Munro).

Claudia Oldani