Regia: Mario Monicelli

Interpreti: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Romolo Valli, Ferruccio Amendola

Durata: 2h 20min

Premi: Leone d’Oro – 1959

3 David di Donatello – 1960

2 Nastri d’Argento – 1960

Se c’è un film nella storia italiana che ben descrive quelle che furono le sensazioni, le situazioni, le paure e l’umanità dietro alla Prima Guerra Mondiale, questo è sicuramente La Grande Guerra di Monicelli. Un regista che ebbe il coraggio di mettere a nudo la verità sulla guerra del ’15 – ’18 e di nascondere le false esaltazioni diffuse in seguito dalla propaganda fascista.

Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), rispettivamente romano e milanese, si incontrano su un treno in partenza per il fronte dopo un’esilarante (per noi) chiamata alle armi. I due, seppur di differente provenienza, si scopriranno amici e cercheranno in tutti i modi di disertare la campagna bellica, per loro insensata e priva di ogni umanità. Le situazioni porteranno i protagonisti a rimanere nell’esercito e combattere fino alla disastrosa disfatta di Caporetto, in seguito alla quale i superstiti faranno ritorno in Paese. Richiamati per conquistare il Piave, i due riescono finalmente a scappare rifugiandosi in una stalla, ignari della presenza di soldati austriaci. Verranno catturati e costretti a svelare la posizione dei compagni, cui seguirà uno dei finali più emozionanti del cinema italiano.

La Grande Guerra è una storia ricchissima di spunti, dove l’intreccio è costituito da storia politica italiana, recitazioni e regia magistrali e battute memorabili. Il soggetto fu pensato da Luciano Vincenzoni il quale venne ispirato (assieme ad altri due mostri sacri della sceneggiatura quali Age & Scarpetti) dal racconto di Maupassant “Due Amici”. Monicelli si trovò spesso a discutere col produttore De Laurentiis sia a causa di punti di vista differenti, sia a causa della stampa sempre più pressante sulle questioni storiche. E’noto infatti che l’allora ministro della Difesa Andreotti, dopo aver dato il via libera a una collaborazione col regista durante le riprese, dovette fare marcia indietro spinto da voci sempre più insistenti che proclamavano la pellicola come anti italiana, anti patriottica, volta a gettare cattiva luce sui nostri soldati e sull’esercito. Si dovrà ricredere, tant’è che il film verrà inserito nella classifica dei 100 film italiani da salvare.

Monicelli gira uno dei suoi capolavori con maestria, ben coadiuvato da sceneggiatori che contribuirono alla nascita della commedia all’italiana. I soldati vengono qui dipinti con realismo (caratteristica ripresa qualche anno più tardi dalla corrente cinematografica neorealista), una priorità che rende il tutto più veritiero e privo di menzogne volte a dipingere un periodo vittorioso intriso di coraggio e sprezzo del pericolo. Sordi e Gassman, perfetti nei loro ruoli, interpretano l’italiano medio, il lavoratore che viene strappato dalle sue radici e buttato nella mischia. Fa tenerezza l’atmosfera di fratellanza che si viene a creare durante la guerra: gente di diversa estrazione sociale e di diversa provenienza costretta a combattere per un’unica bandiera, senza troppa voglia, ma con tanto cuore. Il pensiero in trincea vola verso le famiglie, le donne amate, la propria casa.

La pellicola anticipa varie tematiche in seguito molto rappresentate su grande schermo come il già citato realismo, la distruzione del mito fascista di un esercito italiano invincibile e invulnerabile, i successivi film sulla guerra (ricordo, ad esempio, il Tutti a Casa di Comencini girato solo un anno dopo con protagonista Sordi). La maestosità di essa porterà a vincere il Leone d’Oro al Festival di Venezia ex-aequo con Il Generale della Rovere di Rossellini, e i due protagonisti vinceranno entrambi il David di Donatello al miglior attore. Una menzione particolare per la splendida Silvana Mangano che riesce a creare un’atmosfera di gioia e spensieratezza interpretando la bella Costantina, donna tosta e amata da tutti.

Segno distintivo del film sono alcune situazioni e battute che hanno fatto la storia e che sono ormai ben impresse nel collettivo italiano. Ecco quelle che mi hanno colpito di più.

– La lettera. Quando arriva una lettera in trincea, l’animo umano ridiventa gentile e pieno di speranza, come per miracolo. Tanto più se a scrivere la lettera è una donna. Chi può sapere se dietro alla bella calligrafia, però, si cela la persona che pensiamo che sia? Come in un anacronistico “Le relazioni pericolose”, un povero soldato chiede insistentemente al capitano di leggere e di scrivere delle lettere d’amore all’amata di lui, in quanto il primo è analfabeta. Il soldato, però, è al corrente che anche la donna che ama è analfabeta e che si fa aiutare dal curato del paese. Il capitano, dopo molte insistenze, si dichiara infine esausto di scambiare epistole d’amore con un parroco..!  L’epilogo dell’epistolario sarà più dolce che mai, col capitano che finge di leggere la dichiarazione dell’amore della donna, ormai svanito, solo per non aggiungere altro dolore all’animo del suo sottoposto.

– La gallina. Scena memorabile e di grande effetto comico, il pezzo della gallina contesa fra italiani e austriaci è in realtà tratto dal libro Un Anno sull’Altipiano di Emiliano Lussu. Questo spiega il lavoro di ricerca di regista e sceneggiatori su testi e testimonianze di guerra originali.

Le cardaròste. Citazione spassosissima di Charlie Chaplin e testimonianza dell’ironia dell’italiano medio anche in luoghi tragici, capace di usare l’ingegno e vedere speranza anche dove non c’è. In guerra, si può trovare fratellanza anche cuocendo delle castagne.

– “Semo l’anima de li mortacci tua”. Indimenticabile la frase che Jacovacci/Sordi rivolge alla sentinella alleata dopo che questa spara. Monicelli sostenne che la vera battuta, però, fosse la risposta della guardia: per questo non fece un primo piano a Sordi mentre parlava, cosa che lo fece rimanere male. E’storia anche questa.

– Il finale. Meraviglioso, toccante, patriottico. Qui si raggiunge inizialmente l’apice della vigliaccheria, ma alla frase infelice del capitano austriaco l’animo italiano si infiamma. I due eroi per caso che contribuiscono alla causa del Paese, anche se nessuno ne verrà a conoscenza. La frase del Busacca/Gassman pronunciata con cattiveria e animo infuocato in faccia all’austriaco è da pelle d’oca; la frase del Jacovacci/ Sordi pronunciata con animo distrutto e paura infinita è da lacrime. Mentre il primo verrà quindi definito dalla critica un “eroe spavaldo”, il secondo sarà additato come “eroe vigliacco”, ed è forse quest’ultima definizione che si riferisce maggiormente all’italiano medio, così perfettamente interpretato (e reinventato) dal nostro Albertone, andando a definire quel ruolo nel quale si calerà per tutta la vita. Proprio la paura che venisse espressa nel film l’equazione Italiano=vigliacco fece attivare i meccanismi di censura preventiva e ingiustificata.

Una trama costruita su un racconto di Maupassant, su una Guerra storica, sulle testimonianze, sulle canzoni dei soldati qui musicate da Nino Rota.

Un film da guardare, salvaguardare e mostrare nelle scuole.

Voto: 10