Regia: Paolo Sorrentino

Interpreti: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso

Durata: 2h 30 min

Non è mai facile recensire un film di Sorrentino, perché nelle sue produzioni c’è spesso qualcosa che va oltre l’immagine per portarci alla riflessione storico-filosofica sulla società o sull’uomo che, decaduto per pene d’amore o per scelte sbagliate, tenta di recuperare il passato per vedere se davvero c’è stato qualcosa di buono. Il regista porta il film in concorso a Cannes dividendo la critica senza però lasciarla indifferente, complici la Grande Bellezza di Roma e la recitazione di Toni Servillo.

La grande bellezza, cast al Festival di Cannes

La storia si svolge esclusivamente nella capitale (flashback a parte) e narra dell’istrionico Jep Gambardella, ex scrittore di successo che da anni si è ritirato a vita ultramondana. Il suo unico romanzo risale ormai alla preistoria, le sue nottate puzzano di stantio forzato, il suo animo rimane gentile ma si fatica a scorgere. Questa società alto borghese basata sul nulla è lo specchio di una Roma in caduta verticale da cui Jep non riesce a distaccarsi, a differenza del suo migliore amico stanco di una vita sempre uguale, sfarzosa ma vuota, il cui emblema è una donna che mai cede alle lusinghe di lui ma che ormai è schiava della droga. Il Gambardella non sa più che fare per divertirsi, neanche la splendida alba romana riesce ad affascinarlo; incontra quasi miracolosamente una donna, figlia di un vecchio amico, che gli fa riscoprire antiche gioie d’affetto e divertimento semplice tra un abbraccio e una visita notturna ai musei. Quando però Jep perde tutto, si ferma a riflettere e scopre che le cose migliori provengono dai ricordi di un passato trascorso troppo velocemente e in maniera troppo innocente per essere vera. Ritorna così pulsante la sua vena di scrittore.

Preferirei parlare a voce di questo film, talmente numerose sono le sfaccettature, le citazioni, le bellezze. Ciò che più mi ha colpito sono le inquadrature, la profondità e i movimenti della macchina da presa: in una parola, la fotografia. Il connubio Sorrentino-Bigazzi crea veri e propri miracoli, accentuando come non mai la potenza dell’immagine propria di Fellini e Lynch (emblematico il personaggio della donna nana che tanto ricorda i vari Elephant Man e Twin Peaks), facendo di Roma la prima vera protagonista della pellicola, come da tradizione neorealista. I primi dieci minuti senza dialoghi colpiscono lo spettatore come poche volte succede, mostrando la capitale in tutto il suo splendore giornaliero e in tutto il suo effimero splendore notturno. La prima parte del film è perfetta, fa gridare al capolavoro; l’urlo ci si smorza in gola durante la seconda parte, perché notiamo uno stallo nella sceneggiatura che poteva esser meglio sviluppata. Essenziali quasi tutti i personaggi, da Jep/Servillo, sempre impeccabile nella recitazione, a un quasi anonimo Carlo Verdone; da una brava e sensuale Ferilli a un simpatico Buccirosso che finalmente si libera dal pesante fardello dei pessimi ultimi film dei Vanzina e dimostra la sua bravura come già fece ne Il Divo. Roma è incarnata ed espressa in malinconia e bassa considerazione di sé da Romano/Verdone (finezza); un animo buono, un po’ caciarone ma inevitabilmente malato, come Ramona/Ferilli (altra finezza). Il personaggio della Santa esemplifica la bellezza interiore e l’estrema bruttezza esteriore, cosa che più non è fra le persone. Interessanti ed evocativi i cameo di Venditti e Fanny Ardant.

Non si può non soffermarsi sull’influenza che Fellini ha avuto sulla cinematografia di Sorrentino. Evidenti e scontati i commenti sulla Dolce Vita, dove si incarnano gli ideali vuoti e borghesi della Roma “de ‘na vorta”; l’osservatore attento, però, sarà sorpreso nel constatare quanto questo film assomigli al capolavoro 8 1//2. Stessa maestosità di inquadrature, protagonisti simili nella propria potenzialità deviata da distrazioni e nella loro perdita di fede, festini e soprattutto un finale che se non è copiato poco ci manca. Quando capiamo che Jep a fine film avrebbe scritto un libro sul nulla, come voleva Flaubert, ci suona un campanello in testa per avvertirci che tutto ciò lo abbiamo già vissuto su schermo. Non c’è però quella profondità, quella maestria, quel Nino Rota a musicare.

Paolo Sorrentino

Sorrentino, insomma, non è Fellini o forse non lo è ancora, ma è sulla buona strada per diventarlo. Servono migliori sceneggiature e meno parole, prenda ad esempio il nostro Federico e David Lynch, che hanno fatto dell’immagine la sola forma di cinema. Un plauso a Sorrentino che prende spunto dai migliori e che rimane, come dissi ai tempi di This Must Be The Place, il regista più coraggioso che abbiamo.

Voto: 8

Paolo Sorrentino – Filmografia

-L’uomo in più (2001)

-Le conseguenze dell’amore (2004)

-L’amico di famiglia (2006)

-Il Divo (2008)

-This must be the place (2011)