A volte mi sembra di avere una vita tutto sommato semplice. In quei periodi datemi Frank Zappa, datemi i King Crimson, datemi anche un po’ di jazz di quello difficile, in cui a un certo punto ti sembra che un passaggio di un pezzo sia un’equazione matematica, e ci trovi una bellezza figlia anche della complessità, perfino della fatica.

Ci sono momenti, invece, in cui la vita si complica un po’, e allora la mia colonna sonora quotidiana è fatta di semplicità, di una sottrazione di note, della combinazione di pochi elementi, ognuno al suo posto. Per mettere ordine almeno nella musica. In questi giorni va un po’ così, e forse è anche per questo che mi concedo sempre più ascolti di questo disco essenziale e scarno, eppure poetico e intensissimo, che ho scoperto, come ho già raccontato tempo fa, solo grazie al consiglio del mio discaio lucchese di riferimento.

Appena l’ho sentito ho pensato a due persone: Antony Hegarty e Jeff Buckley. Non so quanto alla fine ci ho azzeccato, ma trovo qualcosa di entrambi in queste canzoni povere di suoni, in cui gli strumenti sono spesso una sottolineatura discreta del grande lavoro affidato alla chitarra elettrica e alla voce. Keaton Henson si occupa di arte e di canzoni, ed è sua l’opera ritratta nella copertina del disco, il secondo della sua carriera.

Onestamente lo preferisco cantante.

Bastano le prime note di “Teach me” per capire dove siamo, e anche per sapere se questo disco fa per voi. Non aspettatevi grandi accelerate, e se nell’ascolto vi verrà da pensare: “Ma questo disco è un po’ tutto uguale”, ve lo dico subito: “Sì è un po’ tutto uguale” (salvo un paio di episodi). E per stavolta va bene così, anzi se possibile ne vorrei ancora un po’.

“10 am Gare du Nord” si apre con un arpeggio solitario, è una canzone d’amore sofferta come altre in questi solchi: “And I’d kill just to watch as you’re sleeping/I’m hoping you’ll let me in time/You don’t have to call me yours, my love/But dammit, I’m calling you mine”.

 

Le mie preferite, dopo un altro pezzo intriso di sentimento, “You” (“If you must leave/Leave as though fire burns under your feet”) sono probabilmente le centrali “Lying to you”, una specie di auto-smascheramento tra le finzioni  di una storia d’amore, e “The Best Today”, che immagina un viaggio in metropolitana e riflette su un semplice scambio di sguardi, in un tempo di 3/4 che si è impadronito spesso della mia testa, vagando imperterrito tra i miei pensieri, come sempre accompagnati da una musica canticchiata mentalmente.

Il disco cambia marcia e alza un po’ la voce cominciando dal finale di “Don’t Swim”,  continuando poi nella seguente “Kronos”, a dimostrazione del fatto che Henson gestisce anche atmosfere meno eteree. “Sweetheart, what have you done to us” è un altro gioiello, prima della chiusura con “In the morning”, che per qualche motivo non del tutto evidente mi fa venire in mente un altro nome, quello di Nick Drake.

Tanto per rimanere in tema di pochi elementi, ognuno al suo posto.

di Lorenzo Mei