E’ abbastanza incredibile che finora in questa rubrica non abbia mai “ripescato” un disco di Nick Drake. E’ difficile da credere per chi mi conosce, e probabilmente per i miei vicini di casa, ormai abituati alla frequenza con cui “Fives Leaves Left”, “Pink Moon”, o questo “Bryter Layter” passano sul mio impianto stereo.

L’occasione per rispolverare il secondo dei tre album pubblicati dal cantautore inglese morto nel 1974 a ventisei anni, nel proprio letto, è l’uscita di un’edizione speciale, uno di quegli scatoloni che trovate in commercio a un prezzo che oscilla tra i 40 e i 50 euro e che non riesco a consigliarvi, a meno che non abbiate una delle seguenti malattie incurabili: 1) Collezionisti completisti 2) Audiofili. Se la diagnosi è impietosa in uno dei suddetti casi, allora questo box può fare per voi. Dentro ci troverete un Long Playing prodotto utilizzando i master originali e le tecniche che ricreano praticamente una prima stampa grazie alle accurate eccetera eccetera (aggiungere qui esoteriche descrizioni a piacere che vi convincano che il disco si sente straordinariamente bene). Anche la copertina è stata riprodotta, nei colori e nei materiali, come replica esatta di quella originale, e dentro alla scatola trovate anche un poster e un codice per scaricare l’album in versione digitale, anche in altissima qualità.

Non so ancora se lo comprerò. Mi considero ai sintomi iniziali della patologia 2), ma il fatto che abbia a casa “Family Tree”, una discutibile compilation di registrazioni giovanili varie uscita qualche anno fa, dimostra che sono a rischio anche per la 1). Del resto va detto che Nick Drake non ha praticamente sbagliato una sola canzone in nessuno dei tre album, e che anche i primi dischi di outtakes (“Time of no reply”) usciti a partire dagli anni Ottanta contenevano alcune perle. Questo spiega perché molti, come me, hanno sperato senza motivo logico che la miniera d’oro fosse infinita nella produzione di questo ragazzo che, in vita, non è stato nemmeno sfiorato dal successo.

Lo stile è inconfondibile: Drake ha una voce calda e dolce, avvolgente, da poeta e narratore, e ha la chitarra tra le mani. Il suo è un folk quieto nella forma, diretto, sincero. I brani hanno una confezione semplice (anche se sui suoi dischi hanno suonato musicisti di enorme valore da John Cale a membri dei Pentangle e dei Fairport Convention) e parlando dei tre lavori si ondeggia tra il british folk forse più rispondente ai canoni del genere, di “Fives Leaves Left”, e l’atmosfera cupa di “Pink Moon”. “Bryter Layter” è forse il disco in cui Nick spazia di più tra i generi, muovendosi tra il cantautorato quasi pop e le influenze jazz, e beneficiando della presenza di John Cale, che si alterna tra viola, celesta, piano e organo. Il risultato è di una delicatezza e allo stesso tempo di un’intensità infinite.

Nel corso degli anni la mia preferenza ha oscillato tra questi tre dischi meravigliosi, e alla fine ho capito che non riesco a sceglierne uno per la qualità delle composizioni. Forse però “Bryter Layter” è quello che amo di più per gli arrangiamenti e la produzione, quello che va bene così com’è, e che non avrebbe bisogno di ritocchi neppure minimi, che invece qualcuno più bravo di me potrebbe proporre in “Five Leaves” (sottraendo qua e là) o in  “Pink Moon” (aggiungendo qua e là).

Il simbolo perfetto di questo album, che si apre e si chiude con pezzi strumentali è certamente un capolavoro come “Northern Sky”: “I never saw moons knew/the meaning of the sea/I never held emotion/in the palm of my hand/or felt sweet breezes/ in the top of a tree./But now you’re here/brighten my northern sky”.

Basterebbe da sola questa canzone a farmi amare alla follia Nick Drake. Ma in fondo lo penso anche di “Fruit Tree“. O di “Place to be“. O di “Day is done“.

di Lorenzo Mei