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Alla luce di tre eventi significativi per la storia della Chiesa – i 1.700 anni dall’Editto di Costantino, il cinquantesimo del Concilio Vaticano II e l’elezione di papa Francesco – p. Sorge prova a ricostruire il volto della Chiesa auspicato da don Tonino Bello, di cui ricorrono i vent’anni dalla morte. In che senso il vescovo di Molfetta intendeva la Chiesa come libera, povera e serva? Che valore ha ancora oggi la sua testimonianza evangelica?

Vent’anni fa, il 20 aprile 1993, moriva don Tonino Bello. Tracciarne il profilo biografico è un’impresa ardua, quasi impossibile. Ci ha già provato, con ottimi relatori, il Convegno nazionale promosso dalla diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi nel decennale della sua morte (24-26 aprile 2003). La personalità di don Tonino, infatti, e il suo instancabile servizio pastorale appaiono estremamente frammentati, intessuti da una serie impressionante di aspetti diversi, di iniziative, di episodi e di avvenimenti, piccoli e grandi, tutti intrecciati tra di loro. A tal punto che si può benissimo applicare a lui il giudizio che don Tonino stesso un giorno diede di mons. Achille Salvucci, il «vescovo buono», suo predecessore: la sua vita – disse – appare come un «cumulo di frammenti poveri, quasi tasselli di un mosaico, che la mano di Dio in parte scarta tra i rifiuti e in parte adopera per inserirli nel suo grande disegno»; e concludeva citando Dietrich Bonhoeffer: «Esistono frammenti che stanno bene solo nella spazzatura, e frammenti, invece, la cui importanza dura nei secoli, perché il loro compimento può essere soltanto affare divino» (SMAB 6, 21).

In questi vent’anni sono stati messi in luce quasi tutti gli aspetti o «frammenti» più significativi della vita di don Tonino: «Il sacerdote, il vescovo, il terziario francescano, il pacifista, il salentino, il molfettese, lo studioso mariano, il mistico, lo scrittore, il poeta, l’utopista, l’impegnato, l’eccentrico, e così via» (Minervini 2004, 107). Perciò, anziché cercare di scoprire qualche altro aspetto della sua vita, è più utile approfondirne ulteriormente l’eredità spirituale. Infatti, la testimonianza evangelica di don Tonino è certamente il “frammento” più prezioso della sua opera, destinato a durare per sempre, perché il compimento del Vangelo «può essere soltanto affare divino». Ora, non c’è dubbio che l’eredità spirituale più attuale di don Tonino sia il discorso sulla «Chiesa del grembiule».

Ciò appare ancor più evidente alla luce di tre grandi eventi ecclesiali, la cui memoria cade proprio nel ventennale della sua morte. Il primo evento è antico: il 1.700° anniversario dell’Editto di Costantino (313 d.C.); il secondo è recente: il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962); il terzo è recentissimo: l’elezione di papa Francesco (13 marzo 2013). Sono eventi di natura molto diversa e molto distanti tra loro, ma che aiutano a ricostruire il vero volto della «Chiesa del grembiule» sognato da don Tonino: quello di una Chiesa libera, povera e serva.

Anzitutto, però, lasciamo che sia don Tonino stesso a dirci, con le sue parole, come nacque in lui questa felice intuizione della «Chiesa del grembiule».

«L’altra sera – raccontò ad Assisi nel 1989 – sono stato in San Giovanni in Laterano. C’era una grande veglia missionaria. […] mi è venuto in mente di dire alcune cose sul servizio. Ho sfilato l’amitto con le striscioline e ho detto: “Se lo rivoltiamo e ci stringiamo i fianchi, questo è un grembiule. Invece l’abbiamo messo attorno al collo. Non ce l’abbiamo più intorno ai fianchi. Il grembiule lo abbiamo perso”. Proprio così: “amitto” da “amittere”, che significa perdere. Lo abbiamo perso come grembiule e ce lo siamo messi al collo. Ma questo è uno dei parametri simbolo del nostro impegno» (Bello 2012, 112). E poi lamenta: «Le nostre Chiese, purtroppo, sono così. Riscoprono la Parola […]. Celebrano liturgie splendide […]. Quando però si tratta di rimboccarsi le maniche e di cingersi le vesti, c’è sempre un asciugatoio che manca, una brocca che è vuota e un catino che non si trova» (SMAB 6, 552). Da questa intuizione ha preso corpo il volto evangelico della «Chiesa del grembiule», quel volto che è rimasto a lungo oscurato in conseguenza dell’Editto di Costantino, che il Concilio Vaticano II ha riportato alla luce e che papa Francesco oggi incarna.

1. Una Chiesa libera

Anzitutto, la «Chiesa del grembiule» è una Chiesa libera dal potere politico. Costantino, imperatore d’Occidente, e Licinio, imperatore d’Oriente, con l’Editto di Milano del 313 fecero uscire la Chiesa dalle catacombe, concedendo finalmente la libertà di culto. Settant’anni più tardi, nel 380, l’imperatore Teodosio promulgò l’Editto di Tessalonica, con il quale il cristianesimo era dichiarato unica religione legittima dell’Impero e si minacciavano pesanti sanzioni per i seguaci di altre confessioni religiose.

a) Oltre il regime di cristianità

Ebbero fine così le persecuzioni contro i cristiani, e questo fu un bene; ma, nello stesso tempo, il compromesso tra fede e politica veniva a oscurare l’ideale evangelico, quale Cristo aveva chiaramente enunciato: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 22, 21). Nasceva, cioè, in Occidente il regime di cristianità, quella sovrapposizione innaturale fra trono e altare, tra Chiesa e Stato, tra fede e politica che, in forme diverse e sempre più sofisticate, come quella del partito cattolico confessionale, sarebbe giunta fino ai nostri giorni, al Concilio Vaticano II. L’identificazione tra religione cristiana e potere politico, tra crocifisso e spada, avrebbe trasformato la Chiesa in uno dei tanti Stati, con il suo esercito e con il suo potere temporale, causa di innumerevoli conflitti e di guasti insanabili. Certo, l’Editto di Costantino contribuì a forgiare la società europea e le lasciò in dote un certo patrimonio di valori cristiani; tuttavia, il prezzo del regime di cristianità fu l’effettivo oscuramento dell’ideale evangelico: le esigenze del potere temporale e della diplomazia finirono col raffreddare la profezia della Chiesa e ne impedirono la parresia e il coraggio dell’annunzio e della denuncia, limitandone grandemente la libertà.

Ecco perché oggi – dopo il Concilio Vaticano II – la Chiesa non si presenta più come una “società perfetta”, dotata di un potere politico simile a quello degli Stati, chiusa entro i suoi confini territoriali, riconosciuti e garantiti dal diritto internazionale. La «Chiesa del grembiule» è invece il «popolo di Dio in cammino attraverso la storia». È una Chiesa finalmente libera, che esce dal chiuso dei propri privilegi e delle mura del tempio per farsi presente e vicina a ogni uomo, là dove si vive e si lavora, dove si costruisce la città, si soffre e si muore. È una comunità aperta, alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i cattolici, sia i cristiani delle altre confessioni, sia tutti gli uomini che Dio vuole indistintamente salvi (cfr LG, n. 13). Questa è la «Chiesa del grembiule», «estroversa», come la definisce don Tonino, non autoreferenziale e ripiegata su se stessa, non più chiusa nei panni ristretti del “regime di cristianità”: «Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale – ha detto papa Francesco –: quando lo diventa, la Chiesa si ammala. È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».

b) La Chiesa coscienza critica del mondo

Libera dal potere temporale, oggi la «Chiesa del grembiule» può assolvere meglio alla funzione di coscienza critica del mondo, può aprirsi con coraggio alle sfide della giustizia e della pace, della fame e dello sviluppo economico. «Che cosa c’è di strano – chiede don Tonino – che un vescovo parli di giustizia, di nonviolenza attiva, di solidarietà con le vittime? Ma non è Gesù stesso, la memoria eversiva della croce, che ci chiama a destabilizzare le strutture di peccato di questo mondo?». Sì, è vero – gli risponde, dialogando con lui, un sacerdote amico, don Salvatore Leopizzi, mettendo bene in luce che la totale libertà di cui gode la «Chiesa del grembiule» non solo le facilita il compito di essere coscienza critica del mondo, ma la rende evangelicamente “sovversiva” – «ma tu non ti limiti solo a enunciare principi universali o dogmi astratti. […]. Non sei neutrale; sei di parte, ti schieri. Denunci con cifre alla mano e dati di fatto l’iniqua distribuzione dei beni della terra, il circolo vizioso in cui si generano miseria, guerra, dissesto ecologico. Ti pronunci contro la militarizzazione della Murgia e del territorio pugliese. Annunzi il primato della coscienza anche quando è chiamata a scelte scomode e impopolari come la disobbedienza civile, l’obiezione alle spese militari» (Leopizzi 2012, 243). Don Tonino annuisce; è cosciente che la sua scelta è “sovversiva”, ma la colpa non è sua: è il Vangelo. Una Chiesa libera è “sovversiva”, è coscienza critica del mondo.

Perciò, egli invita i cristiani a fare altrettanto: «Diventate voi la coscienza critica del mondo. Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani “autentici” che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani “autentici sovversivi” come san Francesco d’Assisi, che ai soldati schierati per le crociate sconsigliava di partire. Il cristiano autentico è sempre un sovversivo: uno che va controcorrente non per posa, ma perché sa che il Vangelo non è omologabile alla mentalità corrente. E verranno i tempi in cui non ci saranno più né spade né lance [Sal 46 (45), 10ss], né tornado, né aviogetti, né missili né antimissili. Verranno quei tempi. E non saremo più allucinati da questi spettacoli di morte!» (Bello 1993, 61). La «Chiesa del grembiule», insomma, è la Chiesa sognata dal Concilio, finalmente libera da ogni strascico di potere temporale. Don Tonino chiede alla Vergine, alla Madre della Chiesa, che questa libertà non venga più meno: «Quando, per non dispiacere ai potenti o per paura di alienarcene i favori, pratichiamo sconti sul prezzo della verità, coprici il volto di rossore» (Bello 1996, 164).

c) Alcune sfide per la vita della Chiesa

Indossare il grembiule per la Chiesa significa, ancora, aprirsi liberamente al dialogo con tutte le altre confessioni cristiane e religiose: Signore – invoca don Tonino –, «donaci la gioia di capire che tu non parli solo dai microfoni delle nostre chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei» (Bello 2000, 156 s.). Significa, nello stesso tempo, «liberarsi dalla cerimonialità ripetitiva, dalla gestualità sacrale, dall’enfasi celebrativa, dal ritualismo formalistico che non sfocia più nella vita». Quanto è difficile realizzare l’autentica riforma liturgica voluta dal Concilio! Riformarsi, infatti, vuol dire cambiare mentalità! Non si tratta soltanto di dire la Messa in lingua volgare, né di ricevere la Comunione in piedi e sulla mano. Si tratta di formarsi a una vera spiritualità della Parola di Dio e dell’Eucaristia. Invece – lamenta don Tonino – «Continuiamo a dire che “in principio sta la Parola” (cfr Giovanni 1, 1s), ma di fatto ci estenuiamo come Chiesa nello sforzo di rattoppare gli otri vecchi, più che di ubriacare la gente col vino nuovo della parola di Dio» (SMAB 6, 14).

Ecco perché la «Chiesa del grembiule» deve essere più libera anche nella sua vita interna. Il Concilio è stato molto chiaro su questo punto: l’ecclesiologia di comunione – dice – taglia alla radice ogni forma di “clericalismo”, cosicché nella Chiesa non vi sono cristiani di serie A (il clero) e di serie B (i laici), ma «comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione» (LG, n. 32). Di conseguenza – specifica –, la Gerarchia non si colloca al di sopra, ma all’interno del Popolo di Dio; il successore di Pietro non è un imperatore, ma è il «servo dei servi di Dio», e si situa, egli pure, all’interno del corpo mistico di Cristo; i fedeli laici non sono minorenni, né «preti mancati» o delegati del clero, ma ricevono direttamente da Cristo, nel Battesimo e nella confermazione, la missione unica, propria di tutto il Popolo di Dio, in quanto anch’essi – nella loro misura – partecipano dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo (cfr ivi, n. 31).

In quest’ottica di uguaglianza essenziale nella vita della Chiesa, don Tonino si spinge oltre e si rivolge alla Vergine, “donna vera”, affinché liberi la «Chiesa del grembiule» dal maschilismo imperante, che tuttora impedisce la piena valorizzazione della vocazione e della missione della donna: «In questo mondo così piatto, contrassegnato dall’intemperanza del raziocinio sulla intuizione, del calcolo sulla creatività, del potere sulla tenerezza, del vigore dei muscoli sulla morbida persuasione dello sguardo, tu [o Vergine Maria] sei l’immagine non solo della donna nuova, ma della nuova umanità preservata dai miraggi delle false liberazioni. Aiutaci, almeno, a ringraziare Dio che, se per umanizzare la terra si serve dell’uomo senza molto riuscirci, per umanizzare l’uomo vuole servirsi della donna: nella certezza che stavolta non fallirà» (Bello 2011, 21).

Don Tonino ha potuto parlare così e dire tutte queste cose, perché la Chiesa ha riacquistato la sua libertà grazie al Concilio, che ha decretato la fine del vecchio “regime di cristianità” costantiniano. Vi è una evidente sintonia con papa Francesco, che con la sua semplicità evangelica rende comprensibile a tutti il discorso sulla «Chiesa del grembiule».

2. Una Chiesa povera

Il secondo tratto fondamentale della «Chiesa del grembiule» è la povertà. Dice il Concilio: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza […]; quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione» (LG, n. 8).

La «Chiesa del grembiule» è povera e amante dei poveri. Non è una scelta demagogica o ideologica (come molti rinfacciavano a don Tonino), ma evangelica, scritta nel cuore stesso del Vangelo.

Papa Francesco ha raccontato nell’udienza ai giornalisti che, durante lo spoglio dei voti nella Cappella Sistina, quando la sua elezione a vescovo di Roma ormai era certa, il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, che gli sedeva accanto, gli suggerì: «Ricordati dei poveri!». Fu allora – disse il nuovo papa – che decisi di chiamarmi Francesco. Il racconto di papa Francesco richiama un altro racconto, quello di san Paolo. Quando l’Apostolo si recò con Barnaba a Gerusalemme per avere conferma della sua missione tra i gentili, Giacomo, Cefa e Giovanni, le colonne della Chiesa, diedero loro la mano destra in segno di comunione – narra san Paolo – «soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare» (Galati 2, 10). «Ricordati dei poveri»: questo è il Vangelo! La povertà, infatti, manifesta la gratuità della salvezza di Dio, il quale, da ricco che era, si è fatto povero perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr 2 Corinzi 8, 9).

Tuttavia, quello che colpisce in don Tonino è che il suo amore alla povertà e la sua scelta preferenziale per i poveri non poggiano solo sul sentimento; com’è nel suo stile concreto e molto pratico, egli è convinto che «conoscere i meccanismi perversi che generano le sofferenze è il primo atto di solidarietà con i poveri. Le improvvisazioni sentimentali non bastano. Il volontarismo emotivo non è sufficiente. Occorrono la competenza e lo studio. Si comprenderà allora che le cause di tante situazioni disumane non sono fatalità. Occorre convincersi che l’analisi strutturale delle situazioni di sofferenza e la ricerca delle cause che le producono sono divenute, oggi più che mai, il luogo teologico nuovo sul quale il Signore interpella la nostra Chiesa […]. Le nostre comunità cristiane devono promuovere una strategia nuova di coscientizzazione, di educazione alla giustizia e alla carità, di stimolo alla partecipazione […]. È necessario stimolare una formazione politica seria per il nostro popolo, senza la quale i poveri si trasformeranno in massa manovrabile da parte di coloro che hanno in mano le leve del potere economico, politico e culturale» (SMAB 5, 52, 46 s.). Perciò, don Tonino chiede perdono delle omissioni, dei silenzi e delle complicità: «[Signore, ti] chiediamo perdono per la complicità di tanti peccaminosi silenzi. Ti chiediamo perdono per tutti i guasti dei nostri egoismi corporativi, per le sperequazioni economiche e per l’idolatria del profitto, per lo sterminio per fame tollerato se non provocato da noi ricchi ai danni di tutti i Sud della terra, per la crescente produzione di armi e il loro commercio clandestino, per la militarizzazione del territorio e dello spazio, per le discriminazioni razziali e per la tragica esposizione debitoria dei poveri del Terzo mondo, il business di certi ipocriti aiuti economici e l’imperialismo culturale veicolato dai mass media» (SMAB 4, 44).

L’amore della «Chiesa del grembiule» per i poveri, dunque, va molto oltre il dovere della benevolenza e dell’elemosina; esige che camminiamo con loro, che facciamo nostri i loro problemi, le loro angosce e le loro speranze. Se serviamo i ricchi, i ricchi possono ricompensarci e ciò rende meno limpida la nostra testimonianza; se invece serviamo i poveri, i quali non ci possono ricompensare, allora la testimonianza evangelica è senza ombre: nel mondo veramente è apparso l’Amore! «I poveri – conclude don Tonino – sono il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile (cfr Atti 7, 30ss; Esodo 3, 1s) da cui egli ci parla» (Bello 2001, 59).

3. Una Chiesa serva

Infine, la «Chiesa del grembiule» è una Chiesa serva: «La Chiesa – scrive don Tonino – non deve mai collocarsi come un assoluto. L’assoluto è il suo Signore Gesù Cristo. La Chiesa è serva umile: quanto più, starei per dire, si toglie di mezzo, meglio è: per far risplendere Lui, Gesù Cristo, lo sposo che arriva. Un giorno lei, la Chiesa, sarà introdotta alle nozze con l’Agnello: e solo allora ci sarà gloria anche per essa. Prima no. Ogni anticipazione della gloria sarebbe appropriazione indebita» (SMAB 6, 77). «Il Figlio dell’Uomo – ha detto Gesù – non è venuto per essere servito, ma per servire» (Marco 10, 45). La Chiesa – fa eco il Concilio – «non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinuncerà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza» (GS, n. 76). È fondamentale che la Chiesa sia serva povera e umile, che ponga la sua fiducia solo nella Parola di Dio, nella santità dei suoi figli e nel servizio ai poveri, evitando – come suggerisce il Concilio – anche la sola apparenza di appoggiarsi sui privilegi concessi dai potenti di turno.

Detto questo, «Il primo servizio che dobbiamo rendere – puntualizza don Tonino – è quello della comunione. Siamo chiamati a essere “servi della comunione”. Questa deve essere la nostra brillante carriera!» (SMAB 6, 75). Uno dei grandi meriti del Concilio fu riaffermare sul piano teologico il primato della comunione sull’istituzione, del potere inteso come servizio. Proprio per questo, sulla base dell’ecclesiologia di comunione, il Concilio ha insistito che lo “spirito collegiale” nei rapporti tra il papa e i vescovi va inteso come spirito di servizio alla comunione, al di là della collegialità in senso giuridico. Lo “spirito collegiale”, quindi, dovrà animare tutte le forme di collaborazione e di partecipazione tra le diverse componenti della Chiesa; non, dunque, per ragioni solo di efficienza organizzativa, ma per una profonda ragione ecclesiologica e profetica: chiunque ha un ruolo nella Chiesa è chiamato non a esercitare un potere, ma a svolgere un servizio.

È questo lo spirito di comunione e di servizio, tanto caro a don Tonino, che egli definisce spirito della «convivialità». Una delle preghiere più belle don Tonino l’ha composta proprio per ottenere la grazia che lo spirito della «convivialità» sia l’anima della «Chiesa del grembiule». Eccola: «Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. Per questo Gesù le ha inventate: perché, come tante particole eucaristiche disseminate sulla terra, esse abbiano a introdurre nel mondo quasi una rete capillare di pubblicità, gli stimoli e la nostalgia della comunione trinitaria. Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni i focolai delle fazioni. Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni. Convincile profondamente, insomma, che, essendo le comunità cristiane punti vendita periferici di quei beni di comunione che maturano in pienezza solo nella casa trinitaria, ogni volta che frantumano la solidarietà, vanno contro gli interessi della Ditta» (Bello 1993, 99). È il servizio della comunione.

Oltre a questo, la «Chiesa del grembiule» è inviata ovviamente al servizio del mondo. È questa la sua stessa natura: «La Chiesa – ha detto il card. Bergoglio alla Congregazione generale del 9 marzo 2013, prima del Conclave – è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di pensiero». Don Tonino vuole esprimere questo medesimo concetto quando parla della necessità di una Chiesa «estroversa»: anch’egli, però, come papa Francesco, insiste che «dobbiamo servire il mondo, ma da risorti. Di servizio se ne compie, nella Chiesa, e tanto anche. A volte fino all’esaurimento. Ci schieriamo con i poveri, facciamo mille sacrifici, aiutiamo la gente […] ma non con l’anima dei risorti, bensì con l’anima degli stipendiati. E non sempre col nostro servizio annunciamo Cristo speranza del mondo. Annunciamo più noi stessi e la nostra bravura, che lui! Appariamo non di rado un’organizzazione che incute rispetto, spesso anche paura, soggezione. Ma non siamo i viandanti entusiasti che insieme con gli altri dirigono i propri passi verso Cristo risorto» (SMAB 6, 77).

In particolare, don Tonino insiste sul servizio della Chiesa alla pace, missione alla quale egli dedicò tutte le sue energie, soprattutto negli anni della sua presidenza del Movimento Pax Christi.

Non è un servizio come gli altri: «La pace è qualche cosa di più, è convivialità. È mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi. E l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da togliere dalle nebbie dell’omologazione, dell’appiattimento. Un volto da contemplare, da guardare e da accarezzare. E la carezza è un dono. La carezza non è mai un prendere per portare a sé, è sempre un dare. E la pace cos’è? È convivialità delle differenze. È mettersi a sedere alla stessa tavola fra persone diverse, che noi siamo chiamati a servire» (SMAB 4, 66).

Così ha parlato, così ha testimoniato don Tonino. Ringraziamo il Signore di avercelo donato, come segno profetico di speranza e di risurrezione. Quando sembra che non ce la facciamo più, quando sembra che la Chiesa stia per affondare, il Signore ci fa toccare con mano la sua presenza nella barca di Pietro. La croce, le prove, le umiliazioni della Chiesa possono apparire l’agonia della morte, in realtà sono sempre il travaglio del parto. Annunziano il rinnovamento e la vita nuova.

Bartolomeo Sorge SJ

Direttore emerito di Aggiornamenti Sociali