Tra le persone che invidio da lontano, c’è sicuramente Silvia Pareschi, traduttrice italiana che vive per metà dell’anno a San Francisco. Divisa tra un lavoro meraviglioso, viaggi e l’amore per la letteratura, Silvia racconta tutte le sue esperienze nel blog Nine hours of separation. Tra gli autori che traduce ricordiamo Jonathan Franzen, Nathan Englander, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Don DeLillo e Junot Díaz. Le ho fatto qualche domanda.


Come e quando nasce il tuo rapporto con la lettura, la letteratura e ovviamente con la passione per la traduzione?

Il rapporto con la lettura nasce precocemente, quando molto prima dell’età scolare mio padre, stanco di leggermi tutti i numeri di Topolino da cima a fondo, m’insegnò l’alfabeto e mi disse di arrangiarmi da sola. Anche la passione per la letteratura comincia presto e in modo completamente anarchico e asistematico, con letture improbabili – ricordo Baudelaire a dodici anni e La lunga marcia di Mao a quattordici – che mi attiravano irresistibilmente malgrado non ci capissi nulla. La passione per la traduzione, al contrario, è nata piuttosto tardi. All’università sognavo di diventare traduttrice dal russo, ma quando quel sogno si infranse sullo scoglio dell’antipatia reciproca fra me e quella lingua, per un po’ di anni dimenticai il sogno ed esplorai diverse altre realtà. Finché un giorno il sogno si avverò, quasi per caso, e con una lingua diversa.

In un’intervista parli del ‘mito dell’invisibilità’ del traduttore. Quanto si riesce a nascondersi dietro le parole originali dell’autore, e quanto invece -immancabilmente- viene fuori della personalità del traduttore?

Il traduttore, anche se a molti non piace ammetterlo, è co-autore dell’opera. Il traduttore deve essere invisibile per definizione, nel senso che la sua scrittura deve essere al servizio di quella dell’autore, ma questo non significa che non abbia una personalità propria. E questa personalità emerge dal suo modo di interpretare l’originale: l’analogia che preferisco è quella del musicista: due musicisti diversi interpreteranno lo stesso brano in due modi diversi, e lo stesso vale per due traduttori diversi di uno stesso brano letterario.

Ti è mai capitato di lavorare ad un testo così orrendo da volerlo abbellire, venendo meno al tuo ruolo di ‘invisibile’?

Mi è capitato, sì. E il testo non deve essere per forza orrendo perché venga voglia di abbellirlo, basta che sia mediocre. Uno dei problemi più frequenti è l’abbondanza di aggettivi e di descrizioni inutilmente dettagliate, cose come “aprì le dita della mano destra tenendole ben distanziate, sollevò il braccio destro e lo spostò con un movimento strisciante verso il bicchiere che lo aspettava al centro del tavolo, pieno per tre quarti di un liquido trasparente e inodore, poi, facendo attenzione a centrare bene il bersaglio, richiuse lentamente le dita intorno al bicchiere, esercitando la giusta pressione con muscoli e tendini in modo da mantenere ben salda la presa”. Ecco, magari in casi come questo (inventato, ma non infrequente) il traduttore può permettersi di sfrondare un po’.

Che rapporto hai con gli autori che hai tradotto?

In genere cerco sempre di contattare gli autori che traduco, anche perché spesso ho domande da fare, dubbi da chiarire, scelte da far approvare. Gli autori sono quasi sempre molto disponibili e felici di rispondere alle mie domande, e così nel corso degli anni ho corrisposto con numerosi di loro. A volte questa corrispondenza sfocia in un incontro, e a volte, come nel caso di Jonathan Franzen, in una frequentazione, sporadica ma costante. Tra gli autori che ho conosciuto e incontro sempre volentieri ci sono Nathan Englander, Julie Otsuka, Amy Hempel, Jennifer DuBois e Zadie Smith.

Vivi a cavallo tra l’Italia e gli Stati Uniti. Che cosa vedi guardando l’Italia da così lontano?

Vedo un paese che non si vuole bene, che cerca altrove i propri modelli e non è capace di valorizzare i propri tesori, sia umani sia materiali.

Come mai negli Stati Uniti i libri tradotti sono molto pochi?

Ho cercato di rispondere in maniera esauriente a questa domanda in un articolo pubblicato qualche tempo fa su Nazione Indiana. Ho intervistato alcuni traduttori americani per sentire il loro parere, e le risposte, pur essendo diverse, avevano tutte un dato in comune: l’insularità della cultura americana.

C’è, secondo te, uno sbocco per la letteratura italiana contemporanea tradotta negli Stati Uniti?

Se consideriamo che, come ho scritto nell’articolo che citavo poco fa, solo il 3% dei libri pubblicati negli Usa è tradotto da altre lingue, percentuale che scende al 0,7% se guardiamo esclusivamente le opere di narrativa e poesia, direi che le prospettive non sono molto rosee. I libri italiani di maggiore successo vengono spesso tradotti, ma negli Stati Uniti è quasi impossibile che diventino dei best seller.

Ultima domanda: un libro che tutti dovrebbero leggere?

Che domanda difficile! Ce ne sono tantissimi… vediamo, provo a restringere il campo nominando un libro fra quelli che ho tradotto io: Venivamo tutte per mare, di Julie Otsuka.

Claudia Oldani