The times, they are a-changing, cantava Bob Dylan un paio di vite fa. E guarda caso anche nella lista qui sotto l’ex signor Zimmerman è il pezzo grosso tra gli acquisti in un settembre particolarmente risparmioso. E, per tornare ai tempi che cambiano, segnalo le due piccole rivoluzioni scoppiate negli ultimi trenta giorni. La prima è che ho comprato un album in mp3. Era già successo, succederà ancora, e non deve essere considerato un tradimento della missione salvadischi che sta alla base di questo diario. Il fatto è che, avendo deciso di andare ad ascoltare David Byrne e St Vincent a Firenze, volevo procurarmi il loro album scaricandolo in pochi istanti. L’altra svolta è l’abbonamento unlimited pagato per Spotify. E’ un esperimento, vedrò se, e quanto spesso, lo userò, e valuterò se sarà abbastanza da giustificare l’esborso. Considerando il numero di dischi che ho a casa, e quelli che non ho ancora ascoltato tra la caterva presa a Londra ad agosto, direi che sono da ricoverare.

In cd: Virginiana Miller, “Venga il regno”; Bob Dylan, “The Bootleg Series vol. 10. Another Self Portrait”; Althare Totemico, “Sogno Errando”.

In file digitale: David Byrne & St. Vincent, “Love this giant”; Alessandro Fiori, “Cascata”.

In vinile: Alessandro Fiori, “Attento a me stesso”.

Abbonamenti: 1 mese Spotify Unlimited (4,99 euro).

Il colpo di coda concertistico dell’estate ha in buona parte influenzato le mie scelte. Ho già detto dello show di David Byrne e Annie Clark, in arte St Vincent. Sfrutto l’occasione per sottolineare che si è trattato di uno dei migliori concerti del 2013, tra i miei, e di una serata indimenticabile. Nonostante il disco mi fosse sembrato deboluccio ai primi ascolti (quando uscì), e che ancora oggi non mi sembri straripante di canzoni memorabili (e però l’ho in buona parte rivalutato) il risultato sul palco è stato magico. Forse per la brass band (ottoni) che comandava il suono e che ha confezionato il tutto in modo splendido, forse per l’indubbia bravura della Clark (che, detto per inciso, è anche un gran pezzo di figliola), ma forse, e soprattutto, per la passione mista a leggerezza e a ironia con cui i due titolari hanno affrontato la serata, alternando i pezzi del loro disco a una manciata di canzoni dal repertorio personale (e ovviamente la scelta dell’ex Talking Heads era un tantino più ampia).

Anche i due album di Alessandro Fiori li ho presi per via di un suo concerto. “Cascata”, che credo nominalmente non sia ancora uscito, a essere onesti l’ho scaricato gratis nel solo giorno in cui si poteva farlo dal sito di un quotidiano, mentre il vinile di “Attento a me stesso” me lo ha consegnato lo stesso Fiori, giurandomi che la mia faccia non gli era nuova, dopo aver suonato in un piccolo set a numero chiuso, a casa di un amico comune. E’ un tipo curioso, Fiori (ex Mariposa), uno che nasconde le lamette affilate nei testi e di solito si affida a una musica minimalista e tranquilla. Uno bravo, ad ogni modo.

Ormai restiamo in Italia: “Sogno Errando” è un progetto molto ambizioso, non facilissimo e forse non per tutti. Mette insieme la tradizione cantautorale italiana alla preparazione jazzistica dei musicisti. Il riferimento principale, lo capirete subito, sono gli “Area”, sia per l’architettura complessa e basata su brani lunghi, sia per la scelta di alternare parti cantate ad altre declamate con tanta enfasi. Se avete amato l’epopea di Stratos e compagni, vi consiglio di provarci, naturalmente senza aspettarvi necessariamente una replica dell’international pop group.

Sui Virginiana Miller non mi dilungo, perché probabilmente “Venga il regno” sarà il prossimo capitolo degli “Ascoltati”. Posso dirvi che si tratta di un disco di grande maturità, in cui i testi di Lenzi, sempre in bilico tra una sensibilità commovente e un’ironia sorniona, si sposano alla perfezione con le piccole invenzioni di una band che ormai ha imparato il mestiere come pochi altri da queste parti.

Infine Bob. C’è poco da fare: con gli scarti dei suoi dischi, altri avrebbero costruito una carriera milionaria. Anche quando questi scarti non arrivano da “Blonde on Blonde” o “Blood on the tracks”, ma da album tutto sommato (occhio, sto per dirlo) “minori”, come “Self Portrait” e “New Morning”. Il giorno che la ricerca negli archivi sarà finita, saremo più tristi, consolati solo in parte dalla consapevolezza che, se la voce se n’è andata, un po’ di ispirazione è rimasta, come testimonia l’ultimo “Tempest”.

di Lorenzo Mei