In questi giorni mi è capitato di ripensare con affetto al mio professore di filosofia del liceo. Ricordo quando tentò di spiegarci il mito della caverna di Platone, ma era chiaro che noi adolescenti annoiati non fossimo poi tanto colpiti dal suo significato. Eppure oggi, a distanza di anni, mi sono sentita più che mai quel prigioniero che, liberato, scopre il mondo, ma, una volta tornato nella caverna ad informare gli altri, non viene creduto. Premettendo che io in effetti non ho scoperto nulla, il dramma della mia frustrazione è dovuto ad Adam Johnson, scrittore e professore di San Francisco, e al suo ultimo romanzo Il Signore degli Orfani (Marsilio Editore, traduzione di Fabio Zucchella), vincitore del premio Pulitzer di quest’anno.

Il romanzo racconta la storia lunga e travagliata di Pak Jun Do, un orfano suo malgrado dotato di grande spirito di sopravvivenza e di assai ironica fortuna. La particolarità del libro è l’ambientazione: ci troviamo infatti in Corea del Nord ai giorni nostri, impresa che nessuno aveva ancora tentato. La scrittura magistrale di Johnson ci conduce attraverso un mondo sconosciuto, fatto di indicibile sofferenza, fame, propaganda feroce e morte. L’individuo si riduce a nient’altro che un numero, sullo sfondo uno scenario a dir poco orwelliano – il paragone è immediato.

La trama, raccontata attraverso un linguaggio volutamente asciutto ma pregno di significato, narra il percorso senza ritorno dell’affascinante protagonista, che fissa negli occhi la crudele realtà in cui vive. Le alternative non esistono: forse è questa la parte più difficile da accettare per il lettore. L’“umile cittadino della più grande nazione del mondo” ha però in serbo molte carte da giocare in questo romanzo, che non è soltanto una fotografia spaventosa della Corea del Nord di oggi, ma anche un romanzo di avventura e di formazione, ed infine un’immensa storia d’amore.

Selezionato tra i migliori libri dell’anno, Il Signore degli Orfani è stato immediatamente tradotto in più di dieci lingue, e soprattutto ha aperto un’interessante riflessione su questa nazione quasi dimenticata. Io stessa, quando ho iniziato la mia lettura, non riuscivo a capire in quale anno fosse ambientata la storia. L’orrore poi di scoprire che ci troviamo nel presente. Johnson infatti si è documentato per sette anni al fine di scrivere un romanzo più che mai veritiero, incontrando anche rifugiati e testimoni. E’ inoltre uno dei pochissimi americani ad essere entrato in territorio coreano (travestito da raccoglitore di mele, narra la leggenda).

Come se tutto questo non bastasse, Johnson ha dato vita ad una trama avvincente, di quelle che non si riescono a lasciare in sospeso. Il romanzo dunque non è solo un’aspra denuncia, ma anche una storia estremamente appassionante.

Il Signore degli Orfani ha dato un calcio nel sedere a tutti i libri che mi aspettavano sul comodino, ed è sicuramente uno dei migliori romanzi che abbia mai letto. E qui torniamo a noi: perché nessuno mi crede? Perché tutti quelli a cui l’ho consigliato non hanno accettato la mia sfida? Eccomi, snobbata come il prigioniero di Platone, come sempre.

Adam Johnson