Quando si pensa al rock italiano, di solito non ci sono mezze misure. Vengono in mente tre o quattro nomi, sempre i soliti tre o quattro, che riempiono  gli stadi portando a spasso la reputazione del tempo che fu, oppure, all’estremo opposto delle preferenze, qualche oscura band di culto, cattiva, pura e allo stesso tempo curiosamente incline a una deriva divistica da piccola cricca. Eppure, per fortuna, esiste anche una terza via: quella di chi punta  sulla sostanza,  non finge e da svariati anni consegna un lavoro sincero e senza sputtanamenti nella qualità.

Mi riferisco, tra gli altri, ai Virginiana Miller di “Venga il regno”, che ho ascoltato in queste ultime settimane, e che mi rassicura: c’è ancora qualcuno che, prima della ricerca di un pubblico di riferimento, si preoccupa di mettere belle canzoni in un disco. E forse non a caso, il pubblico a cui è destinato questo album è potenzialmente molto ampio, tanto che se la promozione e il passaparola faranno la loro parte, lo ascolteremo in giro per diversi mesi, e poi, si spera, lo metteremo al sicuro nella nostra memoria della musica a lunga scadenza. Magari sarà un’alternativa anche per chi si ferma sempre a quei soliti tre o quattro. Senza rinnegare l’anima rock della band, questo disco è pop nel senso migliore del termine: popolare, godibile per tutti, pronto a uscire da qualsiasi nicchia.

 ©  Franco Catalucci

E’ carico di buoni sentimenti, “Venga il regno”. Non fraintendetemi, non è una pappa mielosa, né un breviario politically correct, o un manualetto di morale in forma di musica leggera. Eppure mi sembra che nei testi di Simone Lenzi stavolta ci sia la convinzione che in fondo si può parlare del mondo, anche di quello di oggi con tutte le sue schifezze, senza  irrorarlo sempre di sarcasmo all’acido cloridrico. Empatia, direi, e una capacità preziosa di guardare a se stessi e agli altri con quel pizzico di comprensione che, se non assolve i colpevoli, almeno è la strada per la speranza residua.

Ovviamente l’ironia non manca: c’è quella sorniona e sottile (“Nel recinto dei cani”), c’è quella un po’ più acida (“Chic”), c’è l’affresco della bellezza violentata (“L’eternità di Roma”). Ma c’è soprattutto l’amore, non solo nei pezzi effettivamente romantici (“Pupilla”, “Tutti i santi giorni”, che era nel film di Virzì e aveva vinto il David di Donatello), ma anche nei due brani più forti, “Anni di piombo” e “Lettera di San Paolo agli operai”, in cui comandano l’amore per un’intimità quotidiana al riparo dall’odio, e l’amore pastorale per un’umanità  antica, che si redime attraverso il lavoro.

 

La musica, lo accennavo prima, può conquistare ascoltatori diversi. Si passa dal rock di ispirazione british, ai toni cantautorali, alla felice sintesi di suggestioni varie. E’ una musica matura, con un suono pieno,  elegante e raffinato, che mette il gruppo livornese nelle condizioni ideali per fare un salto di quantità, passando dalla cerchia degli affezionati a una platea che, se non si parlasse dei numeri dell’Italia di oggi, chiameremmo main-stream, senza intenti demonizzatori.

I Virginiana (Simone Lenzi voce, Antonio Bardi e Matteo Pastorelli chitarre, Daniele Catalucci basso,  Valerio Griselli batteria, Giulio Pomponi piano) ci arrivano nel 2013, sedici anni dopo l’esordio di “Gelaterie Sconsacrate”, dopo cinque dischi molto apprezzati e indubbiamente belli, forse perché alla fine si sono convinti che, nel recinto dei cantanti, è venuto anche per loro il momento di costruirsi un piccolo regno.

di Lorenzo Mei