Il 7 agosto 1974 Philippe Petit tese un cavo d’acciaio sul World Trade Center e attraversò il cielo di Manhattan, passando da un tetto all’altro delle Twin Towers. Per alcuni minuti New York rimase col fiato sospeso, incantata da questa figura minuta, di nero vestita, che sembrava tanto fragile quanto invincibile.

Philippe Petit, 7 agosto 1974

E’ da questo episodio che prende il via Questo bacio vada al mondo intero, romanzo vincitore del National Book Award del 2009, dello scrittore irlandese Colum McCann. Un tomo di oltre 400 pagine che, in punta di piedi, ci conduce tra i pensieri più intimi dei suoi protagonisti. Sì, perché sono tante le voci che si raccontano tra le pagine del romanzo, e tantissime sono le storie che si intrecciano, si slacciano, si annodano e si rincorrono nel libro. L’espediente è uno solo, come già detto: la storica passeggiata tra i cieli di Manhattan di Petit. Tutta la trama prende inizio in quella giornata: i protagonisti sono legati, ognuno in modo diverso, al gesto dell’acrobata ed ognuno racconta la propria esperienza. Ad onor del vero, come scrive l’avviso all’inizio del libro, Questo bacio vada al mondo interno è un’opera di fantasia, e tutti i personaggi narrati sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore, eccetto quelli storicamente esistiti. Ah ah.

Folla che guarda l'uomo sul cavo d'acciaio

La figura del funambolo, però, non è che la chiave per tenere unita una storia corale, fatta di mille volti, che insieme creano il ritratto di un’America diversa da quella patinata e piena di speranze cui tutti siamo abituati. Qui il sogno americano è chiaramente un’illusione dolorosa, ed ogni protagonista ne è brutalmente consapevole, ma al tempo stesso volutamente attratto. Prostitute e preti, ricchi benpensanti, artisti falliti e madri disperate: queste le voci di McCann, questa la storia che racconta. Dicono che il romanzo sia una rappresentazione di New York che mai nessuno aveva osato fare, per timore e per reverenza.

Venire in questa città era come entrare in un tunnel – dichiara uno dei personaggi – e scoprire con sorpresa che la luce alla sua estremità non era importante; a volte era proprio il tunnel a rendere la luce tollerabile. E’ tra queste parole che io ho trovato il senso di tutta la narrazione, in questo frammento minuscolo ed unico. La fragilità dei protagonisti è in realtà la loro forza e la loro bellezza, ed è più che mai facile immedesimarsi, anche se è l’ultima cosa che si desidera.

La prodezza di Petit racchiude in sé l’immagine di una serie di vite sospese nell’attesa che qualcosa cambi, che finalmente si riveli. Il finale è forse una promessa, un messaggio positivo lasciato a metà.

Philippe Petit

Due domande: come fece Petit a far passare il cavo da una Torre all’altra? E perché non scelse dei pantaloni stretti alla caviglia per la traversata, piuttosto che quelli a zampa, di moda all’epoca ma molto più scomodi? La risposta di un quesito si trova nel libro, l’altra è solo una sciocchezza.

Claudia Oldani