Mai il termine “ripescato” fu più calzante per un album, probabilmente. Premessa: di solito quando penso a un disco da infilare in questa mensola dello scaffale virtuale, ripercorro mentalmente la mia discoteca, penso a un titolo abbastanza bello da meritare un post tutto per sé, ma che allo stesso tempo possa essere sconosciuto a molti. La speranza è stimolare la curiosità, e se qualcuno, da quando tengo questo diario, avesse comprato anche un solo cd dopo averlo visto su queste pagine, mi sentirei un uomo di successo.

Stavolta è andata diversamente. Fino a pochi mesi fa Rodriguez non lo avevo mai sentito nominare, e fino a qualche settimana fa, dopo aver intravisto una copertina, credevo facesse musica latina. Poi la folgorazione assoluta. Un amico (che devo ringraziare per questa come per mille altre segnalazioni: lui sì che un uomo di successo secondo il mio criterio) mi fa presente che quella sera, su Sky, andrà in onda un film (che sta passando anche nelle sale) intitolato “Sugar Man”, la storia di un cantautore americano che vale la pena di essere conosciuta, anche perché il documentario, giura, è bellissimo. Mi fido, lo guardo, e presto mi ritrovo con la bocca spalancata. A tutt’oggi non ho ancora capito per quale assurdo scherzo del destino Rodriguez non sia uno dei songwriter più acclamati dal 1970 in qua. Cercate di capirmi, il primo pezzo che passa nella colonna sonora del film (se non ricordo male) è questo.

Nelle prime battute non c’è quasi nulla: un riff di chitarra, la voce, e una tastiera con uno strano effetto (potrebbe essere un theremin?). Insomma, semplicità assoluta. Poi entrano un basso perfetto, i tromboni, il sax baritono, la batteria, alla fine gli archi: non c’è niente di più e niente di meno di quello che ci vuole. A me sembra un gioiello, anche se si sa che non mi intendo di musica. Ciononostante, l’amore per Rodriguez è scattato fin dalle prime scene di “Sugar Man”.

Da lì a pochi giorni mi ritrovo alla fiera dei dischi a Prato, dove provo a cercare i due album di Rodriguez, “Cold Fact” e “Coming from reality”. Il problema non è soltanto che non li trovo, ma che tra tutti gli standisti, solo uno ha la minima idea di chi si stia parlando. A quel punto scatta il piano B: ho già controllato sul mio negozione virtuale, e la sera stessa parte l’ordine, che mi viene consegnato in tre giorni, as usual. Così finalmente mi trovo tra le mani, in una bellissima edizione digipack  completa di generoso libretto, entrambi i lavori agognati.

La spiegazione di questa ignoranza su Rodriguez è semplice: è rimasto sempre del tutto sconosciuto nel suo Paese, in America, dove vendette poche copie, però è da quarant’anni un idolo (ed è questo che racconta il documentario) in Sudafrica, dove le sue canzoni diventarono inni del movimento giovanile bianco. A sua totale insaputa. Tanto che, dopo quei due dischi, il buon Sixto si ritirò dalle scene, tornando a fare il carpentiere per tutta la vita, senza sapere di essere un mito in terre lontane (anche in Australia, ma il film non ne parla).

Su “Cold Fact” ci sono altre canzoni straordinarie: “Crucify your mind”, “Forget it”, “The estabilishment blues“, “Inner city blues”, “I wonder“, “Like Janis”, solo per buttare lì qualche titolo. Si va dal folk asciutto, che potrebbe ricordare Phil Ochs, alle suggestioni hendrixiane (“Only Good for conversation“), al blues, a ballate malinconiche, al folk-rock dylaniano. Attenzione, però: siamo nel 1970, non in piena retromania negli anni duemiladieci. L’impronta musicale di Rodriguez mi sembra originale, riconoscibile, la voce potente e credibile. I testi vanno dalle rivendicazioni politico-sociali, alle storie di strada, alle vicende umane di cui, prima o poi, tutti siamo protagonisti. Ce n’è abbastanza da fargli meritare, almeno oggi, quel posticino tra i grandi che gli è stato negato per decenni. Secondo me per una clamorosa svista della storia.

Lorenzo Mei