Conosco un ragazzo pazzo. Si fa chiamare Johnny Cobalto, ha 25 anni e di lavoro fa… Insomma disegna, illustra, scrive sceneggiature, monta video e tanto altro. Poi un giorno ha mollato tutto ed è volato in Canada e non si è capito bene perché. Ora è tornato in Italia e fa tatuaggi. In tutto questo, Johnny Cobalto, proprio lui, ha anche illustrato un libro per bambini, Spia (di Mara Dompè, Biancoenero Edizioni), vincitore del premio nazionale di letteratura per l’infanzia Il Gigante delle Langhe. Ho dovuto fargli qualche domanda.

Johnny Cobalto

E’ la prima volta che affronti un’esperienza simile. Come ti sei preparato? Quali fasi di lavorazione hai seguito?

Sono andato in panico. Non avevo idea di come illustrare una storia per “ragazzini”, quindi ho passato i primi giorni a leggere e rileggere il libro così da disegnarlo perfettamente nella mia testa. La pratica è stata inizialmente disastrosa: le mie mani partorivano mostri (bambini macrocefali e adulti con espressioni canine), ma alla lunga ho trovato la giusta miscela per trasformare al (mio) meglio le parole in immagini.

Mara (Mara Dompè, autrice del libro) non mi ha detto neanche una parolaccia e si è anzi dimostrata entusiasta del risultato. Sono al settimo cielo, è stata una soddisfazione gigantesca.

Quali sono state le principali difficoltà nell’illustrare un libro per l’infanzia? Hai dovuto in qualche modo adattare il tuo stile?

Eccome. Non sono mai stato bravo a disegnare bambine con trecce e scuolabus affollati (anzi, non l’ho proprio mai fatto), quindi inizialmente è stato il dramma. Non mi andava nemmeno cercare spunti guardando foto di bambini sul web perché, cosa lo dico a fare, mi sentivo sporco dentro. Mi sono quindi lanciato in una lunga sperimentazione che ha fortunatamente dato i frutti sperati: i nani senza barba che disegnavo all’inizio diventarono finalmente simpatici scolaretti.

Ti sei ispirato  a qualche illustratore o ad un altro libro?

Su questa c’ho ponderato parecchio (a volte emuli o ti ispiri inconsciamente a qualcuno/qualcosa che hai visto), ma sono poi giunto alla conclusione: ho tirato fuori tutto dal mio cilindro (non ho un cilindro e non ne indosserei mai uno).

Hai vissuto per qualche tempo in Canada. Cosa ti ha spinto a partire e cosa a tornare?

Se ti dicessi che ho seguito due amici rockettari perché in Italia mi annoiavo? Ecco, è andata così.

Per quanto riguarda il motivo del mio ritorno in patria, invece, la colpa è tutta dei miei amici e della mia famiglia: sono un tenerone, mi mancavano da morire. E, per dirla tutta, avrei dovuto sborsare un bel po’ di dollaroni per rinnovare il permesso di lavoro in un posto che, per quanto meraviglioso, mi aveva semplicemente fatto venire ancora più voglia di visitarne altri.

Un consiglio a chi vorrebbe partire.

Una parola, tre sillabe, sei lettere: F A T E L O. Cambiare aria per un po’ è quanto di più terapeutico uno possa fare, a prescindere dalla destinazione (sconsiglio comunque la periferia di Johannesburg e la bidonville di Waf Jeremie).

Scoprire posti e conoscere gente nuova a qualche chilometro da casa è addirittura meglio del kebab salvavita delle 4 di notte, ma tanto già lo sapevate. Quindi, anche se le mie parole sono scontate con la S maiuscola, il consiglio è: se puoi permettertelo e non hai nulla che te lo impedisce, fatti un giro. Tornerai a casa in versione Gandhi.

A questo punto la domanda di rito sarebbe: “un libro che tutti dovrebbero leggere?”. Ma per te diventa: un libro da illustrare a tutti i costi?

OK. Questa somiglia tanto a “Qual è il tuo film preferito?”, ma riesce addirittura ad essere più bastarda (ti amo).

Tuttavia, la risposta che mi sento di dare è: “MANEGGIARE CON CURA”, una raccolta di racconti cupi, macabri, grotteschi, micidiali e dissacranti di Joe Lansdale. Se non l’hai letto (e sei a stomaco vuoto), FALLO.

Claudia Oldani