Riportiamo con grande piacere parte dell’articolo del nostro esperto di Arte Contemporanea Francesco Cascino, pubblicato il 9 dicembre sul magazine culturale online Tafter.it. Per leggere l’articolo intero cliccare in fondo su continua.


Il Museo MACRO di Roma, con le sue due sedi, è uno dei poli di arte contemporanea più preziosi della città. Le vicende alterne che hanno coinvolto questi spazi destano perciò grande interesse e coinvolgimento per il settore e suoi appassionati. Ripercorriamone le tappe salienti attraverso il punto di vista di uno di loro.

Il destino del MACRO, oggi, è in grave pericolo, questo è l’assunto principale. Il MACRO è il museo di arte contemporanea di Roma, cioè del Comune, e ha due sedi: una è la straordinaria opera dell’architetto Odile Decq in via Nizza (Porta Pia). L’altra, una bellissima riqualificazione da archeologia industriale, è nel quartiere popolare di Testaccio, negli spazi meravigliosi dell’ex Mattatoio. Operatori del settore, dipendenti e sostenitori del MACRO, come MacroAmici, si stanno adoperando per salvarle dall’insipienza e dall’indifferenza generali.

Tutto è cominciato nel 2008, quando Umberto Croppi, intellettuale liberale indipendente, ha assunto la carica di Assessore alla Cultura del Comune di Roma. Facciamo subito una parentesi; vogliamo dimostrare che quanto scriviamo non è un nostro personale assunto. Non siamo politici, non lo saremo mai, non abbiamo mai assunto niente e nessuno, il nostro motto è ne parenti ne parentesi. I giudizi positivi su Croppi, di metodo e di merito, in questi anni si sono sprecati e sono arrivati da parte dei più importanti operatori culturali ed economici della città e oltre: le associazioni culturali di periferia, che sono le più attive, di estrema Sinistra (che erano con me sotto il balcone del Sindaco a protestare per la sua esclusione dalla Giunta…) e di estrema Destra, i magazine, i blogzine e i webzine che si occupano di arte contemporanea a livelli professionali, gli intellettuali di tutte le aree, dal compiantissimo Nicolini a Marramao, gli artisti, le gallerie, i musei, i critici, i collezionisti, le aziende che investono in cultura, i dipendenti del Comune e molti altri lo hanno definito il miglior assessore della storia di Roma.

Al dunque, Croppi aveva progettato e messo a punto per il Museo un progetto di FONDAZIONE, una forma giuridica che consentisse al MACRO di vivere di vita propria. Quando è diventato Assessore, il MACRO era un ufficio della Sovrintendenza. Non un museo ma un ufficio. Croppi ha creato un Centro di Costo autonomo, primo passo necessario alla creazione di una Fondazione, che era il progetto più importante, l’unico passaggio strategico necessario per fare in modo che il museo potesse ricevere fondi e vivere davvero di vita propria. Poi ha assunto un nuovo direttore (i direttori decadono a ogni nuovo Sindaco, è la Legge), Luca Massimo Barbero, curatore del Guggenheim di Venezia, il quale ha rivitalizzato il MACRO e ha portato migliaia di cittadini romani a vivere il Museo. Moltissimi di loro erano stati esclusi in precedenza da un certo modo di fare piuttosto snob, in buona fede magari, che allontana il pubblico dall’arte in tutta Italia. Un problema tutto di Sinistra, diciamolo da veri uomini di Sinistra, affezionati all’idea del coinvolgimento e della relazione come stile di vita, non come ideologia.

Croppi e Barbero, insieme a grandi giuristi, si sono messi a lavorare sullo Statuto e sulla forma giuridica della futura Fondazione, per dotare il MACRO di quelle risorse e di quello status che avrebbero attratto i finanziatori privati da tutto il mondo. Perché Roma, come sapete, è centro gravitazionale culturale per tutto il mondo, tranne che per questi politici di classe infima, che non sanno niente di quanto e come oggi l’arte contemporanea e la cultura innervino profondamente la vita delle città, da Tirana a Singapore, e di come producano una media di 4 punti di PIL, cioè uno in più di quanto non faccia l’industria automobilistica… Per non parlare, quindi, di quali effetti benefici si avrebbero sulle assunzioni. Il problema è di tutti e questo è un assunto.

La mia opinione è che una Fondazione fatta in questo modo debba anche contenere una clausola di doppio gradimento, come avviene per il MADRE di Napoli: i privati che vogliano investire insieme al MACRO e al Comune, possono farlo entrando nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione, certo, ma assumendo facoltà di “parola” e intervento sui programmi curatoriali solo ed esclusivamente attraverso critici e curatori accreditati. I quali, in questo modo, sarebbero costretti a fare gli interessi della città, perché a ogni errore si assumerebbero la responsabilità professionale e etica di ogni pregiudizio futuro sul loro curriculum. Continua su Tafter.it