Regia: Peter Jackson

Interpreti: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Lee Pace, Luke Evans

Durata: 2h 41min

Siamo giunti alla seconda attesissima parte de Lo Hobbit, uno dei racconti più amati dello scrittore britannico J.R.R. Tolkien: dopo un anno dal ritorno nella Terra di Mezzo siamo di nuovo partecipi del viaggio e dell’avventura, nell’attesa di scoprire se la chiassosa e operosa compagnia di Nani (e un Hobbit appunto) riuscirà a riconquistare il Regno Sotto la Montagna sconfiggendo il temibile drago Smaug.

Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug è il secondo capitolo dei tre totali previsti dal regista Peter Jackson, che nella Terra di Mezzo è cresciuto e si è affermato anche come attore (notare il rapido cameo all’inizio del film, mentre addenta quello che mi è sembrato essere una carota). Il film è immenso e dura molto, tanti perciò sono gli argomenti e le differenze sia col primo capitolo sia con il libro, e vedremo le più significative. Nella sua trilogia, Jackson utilizza un sistema di ripresa già visto in precedenza, il 3D a 48fps, detto anche 3D HFR: un particolare sistema di cattura delle immagini a 48 frame per secondo invece di 24 che permettono una qualità di visione elevatissima.

Partiamo dalla trama: dodici mesi dopo gli eventi accaduti nel primo film, la compagnia dell’Arkengemma capitanata da Gandalf prosegue nel viaggio e decide di rifugiarsi da un personaggio-chiave nel racconto, ovvero lo spaventoso “mutapelle” Beorn, cuore d’uomo e corpo d’orso. La partenza imminente coincide con l’attraversamento obbligatorio di Bosco Atro, mentre Gandalf si separa da loro: una storica battaglia con ragni giganti verrà risolta dall’aiuto provvidenziale degli elfi silvàni, fra cui c’è anche la nostra vecchia conoscenza Legolas. Nonostante ciò, Thorin e compagnia vengono imprigionati dagli stessi elfi, ma l’efficace Bilbo, sempre più sicuro di sé, riuscirà a liberarli. Da qui il film prende una fondamentale accelerata che, tra una discesa di fiume e una sosta a Pontelagolungo, ci condurrà fin nel ventre della Montagna, al cospetto di sua maestà Smaug.

Premetto che sono stato molto fortunato a potermi godere il film in 3D HFR, perché è uno spettacolo indescrivibile: non ho mai visto nulla di simile in vita mia. Per tutta la durata della pellicola si ha l’impressione di far parte del film, di essere il quattordicesimo Nano (o il secondo Hobbit, a seconda di chi vi piace di più). L’accuratezza del dettaglio è fenomenale, gli effetti speciali e i paesaggi neozelandesi lasciano senza fiato, e l’incontro con Smaug è qualcosa che più epico non si può: sembra davvero che il drago sia presente in sala. Siccome ho ancora negli occhi le immagini di Erebor, cercherò di scrollarmi di dosso –sebbene per poco- questo entusiasmo e farò finta di aver visto il film in 2D, giusto per essere obiettivo. Ora che sono super partes, permettetemi di fare un appunto: quando ci sono scene di fuga, di camminata o di corsa, non sembra più un film, bensì un set, e si nota quindi il velo di finzione che copre gli occhi dello spettatore al di là dello schermo. Ecco l’unica piccola pecca del 3D HFR, che sicuramente si sarà notata di più nel corso del primo film in quanto più povero di azione rispetto al suo seguito.

La brevità del racconto lascia spazio a numerose divagazioni e invenzioni del regista. Il filo conduttore è teso da Tolkien, mentre Peter Jackson, ormai abile nel suo mondo, riesce a confezionare un prodotto arricchito e traboccante azione ed esagerazione (di quella positiva, ovvio). La scena della fuga coi barili è quanto di più divertente si possa vedere, e comprende Nani, Hobbit, Orchi ed Elfi, con il nostro Legolas a fare da fenomeno: niente di tutto questo esiste nel libro, dove i Nani proseguivano indisturbati lungo il fiume in botti chiuse, eppure questa aggiunta di azione giova tantissimo, anche perché fino a questo momento la narrazione è stata piuttosto noiosa. Un toccasana utile quindi a far divertire, meravigliare e a risvegliare lo spettatore che, se in sala dalle ore 21.30 in poi, rischia di assopirsi. Né Legolas, né la bellissima donna Elfo Tauriel esistono nel racconto originale, e benché l’aggiunta del biondo arciere sia stata azzeccata per dare una sorta di collegamento fra questa trilogia e la precedente de Il Signore degli Anelli, non ho visto di buon occhio la partecipazione di lei, anche perché verrà a nascere una storia d’amore altamente improbabile con un nano: se ci saranno sviluppi, si vedranno nel terzo e ultimo episodio.

Ulteriori modifiche sono state fatte a Pontelagolungo, dove in realtà i Nani vengono accolti come eroi, e nella montagna, dove non c’è nel libro nessuno scontro con Smaug. Bisogna riconoscere, però, che Jackson è molto abile a divagare per poi tornare sulla trama principale. Una mia personale osservazione è dunque questa: mentre nel primo capitolo fui colpito nel rivedere Hobbiton, la Contea, Bilbo, Gandalf e Frodo e nel constatare che era presente in quel film uno spirito di mondo e di valori Tolkeniani (e una splendida canzone che trasudava terra, randagismo, roccia, forza bruta: Misty Mountains Cold), in questa seconda parte scompare un po’questo stesso spirito per far spazio a molti più effetti speciali e azione. Definirei Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato una manna per il cuore, e Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug una manna per gli occhi: non è necessariamente un peccato! Attendiamo con fiducia l’ultima parte della trilogia per giudicare il prodotto nella sua interezza: sia il regista che i produttori hanno affermato infatti che ciò che non viene completamente spiegato nei primi due terzi sarà completato ne Lo Hobbit – Andata e Ritorno, e penso al personaggio di Beorn che fu così fondamentale per Tolkien e che sarà più presente prossimamente, oltre che nella versione extended del film.

Un plauso alla trovata del viaggio di Gandalf verso Dol Guldur: mentre nel libro il Grigio Stregone scompariva per poi ritornare con la compagnia senza spiegare nulla, qui si svelano molti particolari ignoti che possono far contenti anche i più puristi: la presenza del Negromante, la percezione che nel mondo sta nascendo una forza oscura e il finale ritorno di Sauron insinuano nel pubblico un antica paura, un fuoco sopìto da anni, che sicuramente porterà tutti noi a rispolverare vecchi libri, vhs o dvd della precedente trilogia. Le nove tombe vuote degli antichi Re ora Nazgul fanno davvero venire i brividi: evviva Jackson che ha saputo collegare benissimo e neanche troppo palesemente le sue due fatiche, facendone un’unica narrazione da 6 capitoli.

Infine Martin Freeman: benché non sia molto presente sulla scena se non verso la fine, rende giustizia al Bilbo originale con le sue movenze impacciate, le sue buone maniere, la sua acutezza e furbizia. Una prova di grande effetto, degna di un possessore dell’Unico Anello che si riscopre cambiato ma non troppo.

Una meraviglia per gli occhi e per il cuore, anche se c’è meno sentimento del precedente capitolo. In ogni caso è incredibile come Peter Jackson possa fare ciò che vuole con la sceneggiatura e con le macchine da presa, sfornando un ennesimo capolavoro divertendosi, e si vede. Più che La Desolazione di Smaug, intitolerei il film come Lo Hobbit – Il Divertimento di Jackson.

Attendiamo con fiducia e attesa spasmodica la conclusione!