Nicola Manuppelli è uno scrittore e traduttore di autori americani e irlandesi. Classe 1977, ha pubblicato racconti in diverse antologie, ha lavorato come giornalista e autore per varie riviste, è consulente editoriale per Mattioli, collabora per il magazine americano Xavier Review e dirige una collana di poesia per Leconte. A tempo perso tiene anche dei corsi di letteratura angloamericana e di creative writing in giro per l’Italia. Poi, mentre noi dormivamo, ha conosciuto negli States un gruppo di scrittori e ora vuole tradurli e farli conoscere anche a noi. Io ho a malapena trovato il tempo di fargli qualche domanda, ecco come è andata.

Ti ho conosciuto grazie ad un progetto molto ambizioso di Barney Edizioni, con cui vuoi portare in Italia Chuck Kinder, Robert Ward, Jane Urquhart, Lee Maynard e Ed McClanahan, un gruppo di scrittori angloamericani non ancora celebri qui. Chi sono questi personaggi? Cosa li accomuna?

L’idea, con Barney Edizioni, è proprio quella di portare in Italia degli scrittori che in un certo senso completino il nostro panorama della letteratura angloamericana. Infatti gli autori per noi più celebri, come Carver o Salinger, sono solo la punta dell’iceberg di una realtà ben più complessa, ma che noi non vediamo: non conosciamo cosa c’è in mezzo. La letteratura angloamericana è inoltre molto comunitaria, formata da un vasto gruppo di scrittori, ed attraverso una collana, quella che abbiamo chiamato I Fuorilegge, vogliamo raccontare appunto una storia più generale, una sorta di romanzo della letteratura angloamericana. Una letteratura che è fatta di personaggi particolari, di vite fuori dalle regole, e soprattutto da tanti libri -molti di più di quelli che arrivano poi in Italia- che però non sono promossi dai critici, i famosi burocrati di New York. Questi libri e i loro autori sono a tutti gli effetti la linfa della letteratura contemporanea, fatta di tanti generi, come il noir o il thriller, ma non solo. Carver, ad esempio, è uno di questi, ma, a differenza di tanti altri, è riuscito ad emergere e ad avere successo. Con I Fuorilegge volgiamo portarne in Italia altri ancora.

La decisione di tradurre I Fuorilegge nasce dunque da una scelta precisa. Quale pensi che sia quindi la loro forza?

Solitamente in Italia proponiamo autori con una mentalità quasi italiana, invece l’idea di base de I Fuorilegge è quella di proporre autori con una mentalità prettamente americana. Inoltre non vogliamo porre un muro di separazione tra lettore e scrittore, né vogliamo creare una letteratura snob, che faccia spavento, ma una letteratura che invece rappresenti il semplice piacere di raccontare una storia: cercheremo di far tornare il romanzo e i racconti (e forse in futuro anche altri generi) a quel sentimento. Lo scopo è quello di avvicinare il più possibile lo scrittore al lettore, senza i passaggi intermedi. L’autorità dello scrittore non deve incutere timore in chi vorrebbe conoscerlo meglio. Vorremmo creare una collana che stia alla letteratura come il Sundance Festival sta ai film di Hollywood. Il primo libro ad uscire de I Fuorilegge è Io sono Red Baker di Robert Ward (il 28 gennaio), e sarà infatti accompagnato da un tour promozionale, ma costruito con la medesima vivacità di un concerto.

Mi sembra di capire che la tua passione per la letteratura sia molto forte e radicata. Come è nata? E quando hai deciso di farne la tua professione?

Il percorso è un po’ strano: da piccolo il libro che ho voluto ed inseguito -pur non avendo l’età per leggerlo- era Moby Dick; avevo 6 anni ed ho subito pensato che da grande avrei voluto occuparmi di quello, di scrittura. L’iter è stato poi diverso, perché ho studiato antropologia, ma l’idea è sempre stata quella di scrivere, ed è solo da scrittore che mi sono approcciato agli autori de I Fuorilegge. Prima per curiosità, perché magari l’uno era legato all’altro, e poi sono nate delle vere e proprie amicizie. Infatti sto anche scrivendo la biografia di Chuck Kinder (incluso nella collana), che non è solo un grande amico, ma è grazie a lui che ho conosciuto tanti altri scrittori. Sono poi state le stesse case editrici, di cui la prima Mattioli, a chiedermi di fare anche da traduttore. In pratica traduco esclusivamente le cose che propongo, partendo prima da editor e consulente editoriale, e diventando infine traduttore. Posso tradurre solo un autore con cui ho una forte sintonia, un autore che sento mio e che mi piace molto. Dopodiché inizia tutto un processo di reading e book tour in cui vedo e conosco anche i lettori. Mi piace ragionare sia come scrittore che come lettore, è per questo che ho voluto fortemente una collana che unisse entrambe le cose. Il timone per me è sempre la storia, del resto mi interessa poco.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato lavorando nel mondo dell’editoria?

Per assurdo le difficoltà che ho avuto non sono state col mondo editoriale, ma con il mondo culturale italiano più in generale. Ho notato una tendenza a parlare più che a fare le cose, a guardare indietro piuttosto che guardare avanti, ad imitare talvolta. E spesso il mondo culturale italiano subisce la paura dell’autorità cui accennavo prima. Un esempio è quello di Stephen King, autore che io amo molto, ma che tende a dividere il pubblico. Chi apprezza Stephen King magari è spaventato da una Alice Munro, mentre chi apprezza Alice Munro non avvicinerebbe mai Stephen King. Spesso però questo odio verso certi autori fa parte di un pregiudizio, un pregiudizio che la semplice lettura delle loro opere screditerebbe. Un consiglio dunque per chi vorrebbe entrare nell’editoria è quello di fare, senza pensarci troppo, e di non farsi spaventare. Spesso mi hanno detto “Questo libro non vende’’, ma secondo me se un libro è un veramente buono, prima o poi arriva anche al lettore; certo magari con fatica inizialmente, ma alla fine arriva. Un caso eclatante è stato Stoner di John William, che non tutti avrebbero pubblicato, ma una volta arrivato in mano ai lettori, non ne ha perso uno.

La cultura, e di conseguenza il mondo dell’editoria, stanno passando un periodo non esattamente florido. Come vedi tu la situazione dal suo interno?

Ti rispondo da fuorilegge: nel film Nemico Pubblico, Johnny Depp/John Dillinger diceva che l’importante non è da dove si arriva, ma dove si sta andando. La frase è emblematica e riconducibile alla situazione culturale in Italia, in cui si guarda molto a da dove arrivano le cose, ma non a dove possono portare. Per fare un esempio pratico, uno tra i tanti, ti cito il caso di Twilight: dopo il suo enorme successo, sono stati pubblicati prodotti molto simili, che per forza di logica hanno avuto sempre meno successo dell’originale. Questa è stata una scelta scadente anche da un punto di vista commerciale. Come dicevo, si preferisce sempre seguire una certa scia piuttosto che anticipare le cose.

Siamo giunti alla fine, spetta anche a te la domanda di rito: un libro che tutti dovrebbero leggere?

Che domanda difficile… Allora, per una raccolta di poesie dico De rerum natura di Lucrezio, per i racconti scelgo gli ultimi di Fitzgerald, mentre per citare un romanzo direi America di Kafka, anche se ne direi cento, così, subito.

Claudia Oldani