Sento già il rumore di denti che stridono e un fastidioso mugugno di sottofondo.  Qualche purista della musica colta avrà da ridire e si farà venire l’acidità di stomaco, ma considerato quello che la memoria dei grandi compositori del passato deve subire, vilipesa da sedicenti colleghi a corto di vergogna (ogni riferimento è puramente riccioluto),  l’operazione dell’ensemble Sonata Islands va salutata con gratitudine.

L’idea di rileggere in chiave jazz partiture musicali classiche, in  questo caso quelle del “Das Lied von der Erde” (Il canto della terra) di Mahler, non è certo nuova, e anzi  può essere considerata un genere vero e proprio, che offre sfide e contaminazioni infinite. E’ anche una strada rischiosa, lungo la quale è  facile fare passi falsi, risultare velleitari e far stridere denti con ragione.  Il disco edito da Zone di Musica e uscito alla fine del 2013 gira al largo da tutti questi pericoli, ed è un vero piacere ascoltarlo. Potete farlo, se usate Spotify, cliccando sul player .

“Das Lied von der Erde” (1908), a metà tra la sinfonia e ciclo liederistico, è considerata la più personale partitura di Gustav Mahler. Scritta a Dobbiaco negli ultimi anni della sua vita (1908), è un congedo che nasce da una suggestione letteraria. I testi a cui si ispirano i sei “canti” infatti fanno parte di un antico ciclo di poesie cinesi che il compositore sfrutta per parlare, attraverso le note, di se stesso, dell’uomo, della natura, della vita.

La formula di Sonata Islands è quella di utilizzare i sei lied alternando lettura dell’originale e improvvisazione jazzistica. Il risultato, lontanissimo dal risultare oltraggioso, riesce a mantenere un prezioso equilibrio tra il rispetto e il desiderio di liberare anche una musica che certo non ha bisogno di essere perfezionata. Non si tratta di questo, infatti: il disco, come gli altri più riusciti di questo genere, rappresenta semmai un omaggio che musicisti di formazione jazzistica fanno a una musica che ammirano. Le escursioni all’interno dei movimenti indagano, ironizzano, distorcono, completano, sottraggono, ritornano al punto di partenza. L’interplay è magistrale, e anche la resa sonora del compatc disc è ottima.

Il gruppo che si cimenta in questa operazione è formato da  Emilio Galante (flauti), Giovanni Falzone, (tromba), Achille Succi (clarinetto, clarinetto basso e sax contralto), Simone Zanchini (accordeon), Stefano Senni (contrabbasso) e Francesco Cusa (batteria).

Naturalmente per apprezzare questo lavoro (sempre che siate d’accordo con me) servono orecchie ben allenate, una conoscenza della musica di Mahler o (come nel mio caso) una buona dotazione di curiosità e un paio di ascolti.

Lorenzo Mei