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Negli ultimi due decenni la Cina si è imposta come attore economico globale. Ma quali dinamiche percorrono la società cinese e quali squilibri la segnano? I leader che hanno governato la Cina nel decennio appena concluso hanno cercato di affrontare i problemi sociali generati dall’eredità del maoismo e dalla tumultuosa crescita innescata dalle riforme che, a partire dal 1978, hanno fatto transitare il Paese dall’economia pianificata a quella di mercato. Un nodo chiave, tuttora non risolto, è quello del divario tra città e campagna, esasperato da una normativa sulla residenza estremamente vincolante, la cui riforma è in cantiere da oltre un ventennio. La strada per la costruzione di una società più equa passa per la riduzione delle disuguaglianze e la creazione di una numerosa classe media.

Le riforme economiche lanciate in Cina da Deng Xiaoping nel dicembre 1978, a due anni dalla morte di Mao Zedong (9 settembre 1976) e dopo la chiusura dell’epoca della Rivoluzione  culturale, avviarono due importanti transizioni: la prima, dall’economia socialista pianificata al libero mercato; la seconda, da una società rurale a una società urbana.  La prima transizione può dirsi riuscita, perché di fatto il Paese ha abbandonato l’economia pianificata ed è ora trainato dal mercato: è questa una delle radici della straordinaria crescita dell’economia cinese (in media il 10% all’anno tra il 1978 e il 2012_1), diventata oggi la seconda al mondo per dimensioni, dopo gli Stati Uniti. Tuttavia lo Stato è ancora molto presente, come regolatore e come vero e proprio attore economico in alcuni settori rimasti chiusi all’intervento privato.

La seconda transizione riguarda l’identità più intima della civiltà cinese, che ha origine nella società agricola, per secoli la base economica del Paese. L’industrializzazione degli ultimi 35 anni ha portato milioni di contadini nelle città, offrendo a tutti la possibilità di arricchirsi, ma con l’aumento della capacità produttiva del Paese è cresciuta anche la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e si è allargato il divario tra Cina rurale e Cina urbana.

I leader che hanno guidato la Cina nel primo decennio di questo secolo – Hu Jintao (presidente della Repubblica popolare cinese dal novembre 2002 al marzo 2013) e Wen Jiabao (primo ministro dal marzo 2003 al marzo 2013) – si sono trovati a gestire un Paese nel pieno dell’affermazione economica e geopolitica, ma con una situazione sociale problematica e potenzialmente esplosiva. Per questo hanno portato avanti un programma di riforme orientato alla costruzione di una “società armoniosa”, con il preciso obiettivo di rimettere la persona al primo posto e distribuire a tutti un minimo di benessere.

Questo articolo si propone di tracciare un bilancio del decennio appena concluso, pochi mesi dopo il cambio della leadership: nel marzo del 2013, infatti, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha eletto Xi Jinping alla carica di presidente della Repubblica e Li Keqiang a quella di Primo Ministro.

Successi e limiti dell’imprenditoria privata

L’apertura al capitalismo ha permesso il ritorno dell’imprenditoria privata, mentre la riforma delle aziende di Stato ha molto ridimensionato il peso della grande impresa pubblica. Se guardiamo al numero delle imprese, dal 1998 al 2003 il settore privato è cresciuto da un quarto del totale a più della metà e nel decennio successivo il numero delle aziende pubbliche si è ulteriormente ridimensionato. Sebbene da queste cifre il settore statale sembri in via di estinzione, un’analisi più approfondita rivela che non è così. Negli ultimi anni le imprese cinesi stanno scalando posizioni nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, redatta annualmente dalla rivista americana Fortune_2: quest’anno ne troviamo tre fra le prime dieci, tutte imprese statali attive soprattutto nel settore energetico (Sinopec Group, China National Petroleum e State Grid). I dati pubblicati dalla Confederazione delle imprese cinesi e dall’Associazione cinese dei dirigenti di azienda rivelano che delle 500 principali aziende cinesi, ben 310 sono di proprietà statale (State Owned Enterprises, SOE) e producono più dell’80% del totale dei ricavi e quasi il 90% dei profitti. Pur avendo aperto agli investitori stranieri e privati, le aziende di Stato mantengono posizioni di supremazia in alcuni settori e possono essere considerate veri e propri oligopoli. Di fatto, la riforma delle SOE ha prodotto un ridimensionamento di quelle più piccole e su base locale, mentre lo Stato ha identificato i “campioni nazionali” nelle aziende di maggiori dimensioni dei settori strategici, che sono uscite dalla riforma rafforzate, ricapitalizzate e perfettamente integrate nel sistema del socialismo burocratico.

I dati economici diffusi dal Governo cinese sono facilmente accessibili, ma molto difficili da interpretare. Le statistiche separano l’economia statale da quella non statale, al cui interno la suddivisione in categorie non è chiara. Oltre alle vere e proprie imprese private – microimprese (getihu) e imprese con più di 8 dipendenti (siying qiye ) –, troviamo varie tipologie di aziende in transizione, dove la presenza pubblica è più o meno “ingombrante”, che vanno dall’azienda collettiva alla cooperativa. Organi ufficiali e studi di organismi internazionali concordano che le aziende statali contribuiscono alla creazione del 40% del PIL cinese, mentre il restante 60% deriva dall’attività delle imprese private.

Se spostiamo l’attenzione da settori strategici, quali energia e difesa, all’industria leggera e ai servizi, troviamo vari esempi di aziende private cinesi di successo: Gome (distribuzione); Vanke, Wanda ed Evergrande (immobiliare); Wahaha (bibite); East Hope Group (chimica e fertilizzanti); Baidu e Alibaba (Internet ed e-commerce). Nella maggior parte dei casi, sono guidate da imprenditori milionari che professano una solida fede nel Partito comunista e svolgono un ruolo sempre più importante nei suoi organismi collaterali, quali la Conferenza politica consultiva del popolo cinese, organo consultivo che si riunisce ogni due anni.

Il caso dei piccoli imprenditori è sensibilmente differente: costretti a farsi una concorrenza spietata, continuano a essere penalizzati dalle scelte politiche, rimangono esclusi da alcuni settori e trovano estrema difficoltà nell’accesso al credito. Solo recentemente, visti i danni che la crisi economica internazionale ha arrecato anche all’economia cinese, il Governo ha dato il via ad alcune importanti sperimentazioni in ambito finanziario, con l’obiettivo di aprire ai privati la gestione di società finanziarie, di facilitare il rapporto tra piccoli imprenditori e banche e di arginare il fenomeno dell’usura, che imperversa in tutto il Paese. Nel marzo 2012 la creazione di una zona-pilota nella città di Wenzhou, la culla dell’imprenditoria privata cinese, è stata un segno della volontà del Governo di superare i problemi di accesso al credito per i piccoli imprenditori, ma a più di un anno dal lancio di questo esperimento i risultati sono ancora poco apprezzabili_3.

Per spiegare la peculiarità dello sviluppo dell’economia privata cinese, occorre tornare indietro di 35 anni. I primi a beneficiare della liberalizzazione economica promossa da Deng Xiaoping furono i contadini. Infatti, subito dopo l’avvio delle riforme (1979), nelle campagne cinesi fiorirono migliaia di aziende di comune e di villaggio (in inglese, Township and Village Enterprises, TVE). Nate come evoluzione delle comuni, avevano inizialmente una struttura proprietaria collettiva e si occupavano di produzioni a bassa intensità di capitale e/o tecnologia e ad alta intensità di lavoro nei settori che tradizionalmente hanno affiancato le attività agricole (tessile, lavorazioni alimentari, utensili). Mentre la proprietà delle TVE restava collettiva – dunque sostanzialmente in mano ai governi locali –, la gestione ordinaria era spesso in mano a privati. Da questo connubio pubblico-privato, spesso dai contorni indistinti, derivò uno sviluppo molto dinamico, capace di cogliere le sollecitazioni che provenivano da un mercato che si stava aprendo, in cui emergeva una nuova classe di consumatori e si moltiplicavano le esigenze di nuovi prodotti. Le TVE producevano tutti quei beni di consumo necessari in una società in grande movimento e si ponevano dapprima come fornitori e alleati, poi come concorrenti di quelle aziende statali che ancora lavoravano secondo i rigidi canoni della pianificazione centralizzata.

A partire dal 1984 la legislazione concesse la costituzione di TVE private, anche se la stragrande maggioranza fu privatizzata a metà degli anni ’90. Questo periodo coincise con l’intensificarsi della concorrenza sul mercato, mentre il credito divenne più scarso e più costoso. Non tutte le TVE private superarono bene queste pressioni: alcune non resistettero e, in generale, nella seconda metà degli anni ’90 il settore si rimpicciolì di molto, mentre si dissolveva il benessere che si era diffuso nelle campagne con la comparsa delle TVE.

Gli anni ’90 videro lo sviluppo forsennato delle multinazionali, che impiantarono la loro produzione in aree urbane o semiperiferiche della Cina costiera sfruttando le facilitazioni offerte agli investitori stranieri; tale sviluppo fu possibile grazie all’imponente flusso migratorio dalle campagne alle città e dalla Cina interna alle zone costiere: le statistiche ufficiali parlano di 150 milioni di persone, note in cinese come nongmingong (lavoratori provenienti dalle campagne), che hanno abbandonato le zone rurali per trasferirsi in quelle in corso di industrializzazione.

Le politiche contro l’arretratezza delle campagne

Come conseguenza, l’attività agricola è progressivamente diminuita, dando origine al preoccupante fenomeno dell’abbandono dei campi. Finora la legislazione in materia di assegnazione della terra ha arginato lo spopolamento delle campagne. Allo stato attuale infatti la terra appartiene alla collettività, cioè al villaggio o a comunità più piccole all’interno del villaggio, e la legge impone che a ogni famiglia contadina sia assegnato un appezzamento di terra, senza che possa poi alienarlo. Quindi ogni membro della famiglia è legato alla terra per tutta la vita. Questa legge, che risale alla riforma agraria degli anni ’50, mirava a evitare la comparsa di masse di contadini senza terra, particolarmente vulnerabili alle carestie o agli shock economici e potenziali fonti di disordine sociale.

I dati confermano che la Cina viaggia a due velocità: la povertà si è ridotta, ma vi sono circa 130 milioni di cinesi che vivono in povertà assoluta concentrati nelle aree rurali; inoltre, anche se in larga parte il reddito prodotto dai nongmingong torna nei villaggi d’origine, rendendo più prospera la vita dei familiari che sono rimasti in campagna, nel complesso la Cina rurale stenta a procedere verso il benessere. Anzi, le riforme economiche in assenza di interventi specifici in favore delle campagne ne hanno acutizzato i problemi. L’esempio più eclatante è dato dalla situazione della sanità. Le comuni agricole, che gestivano la vita delle persone e costituivano il punto di riferimento per il welfare, la sanità e l’istruzione, sono state chiuse a metà degli anni ’80 e durante i primi decenni delle riforme gli abitanti delle campagne si sono ritrovati senza copertura sanitaria. Nelle campagne cinesi non ci sono mai state grandi infrastrutture sanitarie, ma durante gli anni del maoismo in alcuni periodi si era ovviato alla cosa con il lavoro su base volontaria (i cosiddetti “medici scalzi”). Con le riforme economiche, tutto è stato liberalizzato, il prezzo dei medicinali e i costi delle prestazioni sanitarie si sono impennati e per molti abitanti rurali questo ha significato rimanere esclusi da qualsiasi cura medica.

Agli inizi del nuovo secolo, la leadership di Hu e Wen ha individuato nella riduzione del divario tra i redditi nelle aree urbane e in quelle rurali uno degli elementi fondamentali della promozione di uno sviluppo armonioso. Una “lobby” di intellettuali ed economisti si è presa a cuore il problema, avanzando proposte di legge e disegni di riforme, e nel corso del decennio di governo di Hu e Wen effettivamente il carico fiscale gravante sui contadini è stato ridotto.

Probabilmente il passo più decisivo per il miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne è avvenuto dopo lo scoppio dell’emergenza SARS, che nel 2003 mise a dura prova il sistema sanitario cinese. Proprio in quell’anno il Governo introdusse nelle campagne il Nuovo programma medico cooperativo (NCMS, New Co-operative Medical Scheme), che permise a molte famiglie di accedere alle cure di base, ponendo fine a una situazione ormai insostenibile: infatti l’80% della popolazione rurale era priva di copertura assicurativa sanitaria, rispetto al 50% di quella delle aree urbane. Nel decennio in cui è stato operativo, il NCMS ha dato discreti risultati, garantendo un accesso più ampio delle famiglie rurali alle prestazioni sanitarie, nella linea della costruzione di una società armoniosa.

La SARS, sindrome acuta respiratoria severa, è una polmonite virale apparsa nella provincia cinese del Guangdong nel 2002. Tra il 2002 e il 2003 una epidemia di SARS ha causato oltre 8mila morti nella Cina meridionale.

Un ulteriore passo avanti dovrebbe essere l’integrazione tra NCMS e Assicurazione medica di base urbana, integrazione quanto mai opportuna per gestire al meglio le conseguenze sanitarie dei flussi migratori interni e dell’urbanizzazione. Anche se il divario di sviluppo fra città e campagne rende difficile l’armonizzazione dei due sistemi e pur in assenza di una chiara politica centrale, alcune autorità locali stanno sperimentando soluzioni che permettano di integrare i due sistemi.

Il dualismo città-campagna

Fino agli inizi del ’900 città e campagna non erano mondi così separati; anzi, per i contadini il punto di riferimento erano i mercati cittadini e gran parte delle attività economiche che si svolgevano nelle campagne cinesi, perlopiù attività manifatturiere su base familiare come filatura e tessitura, erano direttamente legate alle esigenze dei centri urbani vicini. Fu solo con l’arrivo degli occidentali negli anni ’20 e ’30 che le città costiere presero a svilupparsi autonoma- mente, dando vita alla cosiddetta “età dell’oro” del capitalismo cinese. Le élite urbane introdussero il concetto occidentale di “contadi- no” opposto a “cittadino”, creando il neologismo nongmin (persona delle campagne), collegato a concetti di arretratezza, tradizione e superstizione e quindi connotato negativamente.

Il divario tra mondo urbano e mondo rurale fu ulteriormente accentuato durante il periodo maoista. Uno dei fondamenti del sistema economico introdotti da Mao Zedong all’inizio degli anni ’50 era la rigida separazione tra sistema produttivo industriale (legato ai centri urbani) e sistema produttivo agricolo (legato alle campagne). Per rafforzare la separazione dei due mondi ed esercitare un controllo più efficace sulla popolazione, negli anni ’60 Mao introdusse lo hukou, un sistema di registrazione familiare a due livelli: il primo è l’iscrizione della residenza di un cittadino in un determinato luogo (hukou locale), ereditario per parte materna; il secondo è l’appartenenza a uno dei due sistemi produttivi: agricolo e non-agricolo (nongzhuanfei). Questo sistema legava le persone al luogo e al sistema produttivo di origine e funzionava anche come sistema di passaporti interni: per molti versi, possiamo immaginare gli appartenenti ai due diversi sistemi come cittadini di Paesi diversi, ad esempio in termini di opportunità e diritti, pur essendo tutti cinesi.

Ai tempi di Mao, coloro che possedevano lo status non-agricolo avevano una serie di diritti: l’assegnazione dell’alloggio da parte dello Stato, il posto di lavoro statale, le razioni di cereali, l’accesso all’istruzione, all’assistenza medica e ad altri servizi di welfare. La popolazione agricola, invece, era considerata in grado di provvedere da sola alla propria sussistenza, dal momento che aveva la terra da coltivare e, dunque, riceveva molto poco da parte dello Stato.

Nella Cina maoista questo sistema funzionava perché lo Stato doveva garantire l’accumulazione economica ed evitare la dispersione delle risorse, e perché i residenti urbani erano inseriti nelle danwei (unità di lavoro, ovvero le aziende statali), come i contadini nelle comuni popolari. Nella Cina dell’economia di mercato sembra un paradosso che lo Stato possa ancora controllare così da vicino la vita dei cittadini, i quali, per beneficiare al meglio dell’opportunità di migliorare le proprie condizioni di vita, dovrebbero invece godere del diritto di trasferirsi liberamente dove vi sono occasioni più redditizie.

L’abolizione dello hukou rientra tra le misure annunciate dalla leadership cinese al fine di raggiungere una società armoniosa, cioè con una più equa distribuzione del benessere, ma richiederebbe una reale volontà di mutare le relazioni tra campagna e città, fatto su cui restano molti dubbi.

La normativa sulla residenza

In un Paese che ha fatto dell’urbanizzazione un caposaldo del proprio sviluppo, la riforma del nongzhuanfei costituisce un punto cruciale: nel 2013 la popolazione urbana è pari al 53% del totale, ma solo il 35% risulta in possesso di hukou urbano. Il fatto che questa riforma sia in corso da oltre 20 anni dimostra quanto sia difficile realizzarla e quanto sia complesso nella pratica trasformare il certificato da agricolo a non-agricolo.

Già a metà degli anni ’90 lo Stato delegò i poteri ai governi locali, rendendoli liberi di gestire la riforma come preferivano, ma solo per quanto riguarda la riforma dello hukou locale e l’accettazione di persone con hukou di altra provenienza all’interno delle loro giurisdizioni. Un comunicato del Ministero della pubblica sicurezza in merito allo stato di attuazione di questa riforma, pubblicato il 25 ottobre 2005, fu erroneamente interpretato dai media come un annuncio della fine del sistema dello hukou: purtroppo non era così.

Qual è stato l’impatto delle riforme operate dalle amministrazioni locali sulle condizioni dei lavoratori migranti, che possiamo identificare con i cittadini di età compresa tra i 15 e i 34 anni, formazione scolastica fino alla terza media e hukou agricolo? Alcune grandi città, destinazione preferenziale di decine di milioni di contadini emigrati alla ricerca di lavoro (Beijing, Shanghai, Guangzhou, Shenzhen e Nanjing), hanno effettivamente aperto ai non residenti la possibilità di ottenere lo hukou locale, ma un’analisi più approfondita dei regolamenti evidenzia che di fatto tale opportunità è offerta solo a tre categorie di cittadini: super-ricchi (milionari in grado di acquistare appartamenti di alto prezzo, o investitori che vogliano aprire imprese sul territorio); lavoratori altamente qualificati; coniugi e figli di residenti urbani già in possesso di hukou locale (ricongiungimento familiare).

Inoltre in molte grandi città, dove ci sono le scuole e le politiche di welfare migliori, viene concessa ai migranti la possibilità di accedervi, ma con regole rigidissime. Ad esempio, nel 2001 il Consiglio di Stato ha stabilito che i figli dei lavoratori migranti temporaneamente residenti nelle città hanno diritto di frequentare le scuole: a distanza di anni è stato verificato che spesso si tratta di scuole di livello inferiore indirizzate specificatamente ai migranti, che oltre tutto impongono tasse elevatissime per le possibilità economiche dei nongmingong. Non solo: il passaggio da hukou agricolo a non- agricolo può portare un danno ai contadini, poiché se ottengono lo status urbano sono costretti a rinunciare ai diritti sulla terra agricola del loro villaggio d’origine e, dunque, a eventuali entrate derivanti dall’affitto del terreno o della casa.

Una riforma davvero risolutiva dovrebbe eliminare permanentemente la divisione tra agricolo e non-agricolo. Nell’ultimo decennio vi sono stati diversi casi di abolizione della distinzione tramite unificazione nella nuova categoria di jumin, ovvero residente urbano. Tuttavia questo ha riguardato esclusivamente aree un tempo agricole e oggi intensamente urbanizzate, come la periferia di Shanghai o la regione del Delta del Fiume delle Perle. Anche la possibilità della trasformazione di ot- tenere un hukou urbano, che pure esiste, non riguarda quasi mai i migranti provenienti dalle aree agricole, ma per lo più quei contadini le cui terre sono state espropriate per realizzare progetti immobiliari e che vengono così indennizzati con l’ottenimento dello status privilegiato di residenti.

La regione del Delta del Fiume delle Perle è una gigantesca conurbazione industriale della Cina meridionale, nell’area circostante Hong Kong e Guangzhou; abbraccia 9 prefetture della provincia del Guangdong, con una superficie di circa 40mila kmq e una popolazione stimata tra 60 e 120 milioni di persone.

Nei piani della nuova leadership c’è l’estensione dell’urbanizzazione al 70% della popolazione: giganteschi progetti di costruzioni residenziali sono già in corso in molte città. L’obiettivo è “spostare” lo sviluppo cinese da un modello trainato dalle esportazioni a un modello trainato dai consumi interni: quale migliore soluzione che aumentare la base dei consumatori riducendo il numero di contadini, che notoriamente consumano solo ciò che producono? In questo scenario la questione della riforma dello hukou si pone come strategica, ma non è ancora chiaro come verrà risolta.

Welfare e diritto del lavoro

La questione della residenza risulta discriminante anche rispetto all’accesso al welfare. I residenti del sistema agricolo ne sono esclusi, ma le politiche dello scorso decennio hanno introdotto anche per loro la possibilità di accedere ad alcuni schemi assicurativi e pensionistici. Questi ultimi generalmente richiedono che il lavoratore abbia lavorato continuativamente per almeno 15 anni nello stesso posto: si tratta di un punto particolarmente critico per i migranti, che cambiano datore di lavoro con grande frequenza in omaggio alla flessibilità tipica dell’industria cinese e spesso, in particolare quelli meno qualificati, si spostano di luogo in luogo seguendo le opportunità di occupazione.

Per quanto concerne gli appartenenti al sistema urbano e al settore non agricolo, il welfare ha subito profonde riforme a partire dagli anni ’80, come conseguenza del progressivo smantellamento dell’economia pianificata e del sistema della danwei, autentica cellula della società, che, oltre a impiegare i lavoratori, forniva loro una completa copertura in materia di welfare, ma imponeva alle aziende statali un imponente carico finanziario. Fino agli anni ’80, infatti, il lavoratore dipendente era tutt’uno con l’azienda (statale) dove lavorava. È con la nuova legge sul lavoro del 1995 che è stato abbandonato il cosiddetto modello della “ciotola di riso di ferro”, che nella Cina di Mao aveva garantito a tutti un impiego a vita e l’inserimento in un sistema di welfare che copriva tutte le necessità (dalle cure mediche, alla casa, all’istruzione per i figli). Le aziende hanno dunque abbandonato il ruolo paternalistico di “piccola società nella società” e sono diventate datori di lavoro, i cui rapporti con i dipendenti sono regolati da contratti. Per quanto riguarda il welfare, le aziende private offrono pacchetti più o meno vantaggiosi ai propri dipendenti, mentre nelle SOE ancora operative è previsto un livello minimo di servizi erogati gratuitamente ai lavoratori e un’ampia gamma di servizi extra da pagare a parte.

La riforma delle SOE è un buon esempio della gradualità che ha caratterizzato il passaggio dall’economia pianificata a quella capitalistica; essa ha avuto inizio negli anni ’80 con l’obiettivo di modificare la gestione amministrativa delle SOE, mentre negli anni ’90 sono stati avviati i cambiamenti più radicali, con la dismissione di centinaia di aziende e l’allontanamento di milioni di dipendenti: si stima che tra il 1993 e il 2003 questa riforma abbia prodotto 50 milioni di disoccupati. Così, dopo i disordini e gli scioperi a seguito delle dismissioni degli anni ’90, la riforma è proseguita cercando di evitare ripercussioni a livello sociale: in molti casi le danwei sono rimaste in piedi come gusci vuoti, mantenendo un rapporto con lavoratori senza alcuna mansione effettiva, ma ancora a libro paga, quindi né licenziati né disoccupati, ma ufficialmente definiti “scesi dal posto di lavoro” (in cinese, xiagang), che a fine anni ’90 erano una decina di milioni. Il rapporto con i lavoratori xiagang prevedeva che le danwei continuassero ad assicurare la copertura sanitaria e previdenziale, svolgendo il ruolo di ammortizzatori sociali ed evitando che le amministrazioni locali dovessero farsene carico in assenza di un sistema nazionale di welfare. Nel frattempo il Governo centrale sosteneva i cosidetti programmi di reinserimento, che offrivano ai lavoratori xiagang un salario minimo e l’opportunità di seguire corsi di riqualificazione professionale. Tali programmi avrebbero dovuto terminare nel 2003, ma in alcuni casi sono andati avanti anche più a lungo.

Qualcosa di analogo è avvenuto in campo pensionistico: le amministrazioni locali, insieme alle SOE e a fondi privati, hanno finanziato programmi di pensionamento per i lavoratori statali in esubero. I risultati sono stati poco omogenei: il sistema ha funzionato molto bene a Shanghai, città ricca, meno bene nel nord-est della Cina, dove le dismissioni delle SOE hanno portato le conseguenze più pesanti.

La riforma delle SOE ha portato grandi cambiamenti nella percezione del lavoro e del ruolo del singolo nella società, dato che l’azienda non è più la premurosa organizzatrice della vita del lavoratore. La tipologia dei contratti di lavoro include contratti regolari con termini di impiego garantiti e contratti negoziati con minori diritti. L’impresa ha ampi margini di manovra per ridurre il costo del lavoro. I più recenti aggiornamenti in materia di legislazione sul lavoro, in vigore dal 2008, avevano l’obiettivo di risolvere il problema causato dall’esistenza di decine di milioni di lavoratori in nero, ma non è ancora chiaro quanto questa riforma sia davvero riuscita a sanare la situazione dei circa 150 milioni di nongmingong impiegati nel settore manifatturiero.

Un altro obiettivo della nuova legge sul lavoro era rafforzare il ruolo del sindacato, che fin dall’epoca maoista non ha mai avuto un ruolo indipendente e di effettiva tutela del lavoratore. Tuttora, però, non è chiaro se il sindacato si stia effettivamente staccando dal partito o se resti un suo fedele alleato. Gli scioperi avvenuti a partire dal 2010 nel sud della Cina, nell’area del Guangdong, dove hanno sede molte multinazionali che impiegano manodopera a bassissimo costo, hanno messo in evidenza una nuova consapevolezza da parte dei lavoratori. C’è però il dubbio che dietro questi scioperi possa celarsi l’intervento del Governo, perché la maggior parte degli scioperi sono avvenuti in fabbriche di società straniere o sino-estere, mentre l’assenza di episodi simili in aziende cinesi è fonte di perplessità.

Un bilancio di luci e ombre

L’analisi delle politiche adottate da Hu Jintao e Wen Jiabao per armonizzare gli squilibri sociali in Cina nello scorso decennio giunge a conclusioni contrastanti. Si deve senz’altro dare atto alla leadership cinese di aver affrontato i principali problemi derivati da uno sviluppo troppo rapido e dall’eredità della Cina maoista. Non tutte le politiche, però, si sono dimostrate egualmente efficaci: l’introduzione del NCMS nelle aree rurali è un esempio di successo, mentre la riforma del welfare rimane carente, soprattutto con riferimento alle fasce più deboli della popolazione. Spesso le riforme sono state attuate solo a livello sperimentale e in alcune zone, e non è facile prevedere quali potranno essere i risultati dell’estensione all’intero Paese. È il caso della riforma dello hukou, sulla quale è ancora difficile formulare un giudizio proprio per le modalità estremamente frammentarie con cui è stata finora messa in atto. I principali problemi sono stati individuati e affrontati mettendo in campo le competenze specifiche necessarie e spesso ricorrendo anche a consulenti esteri, ma per le categorie più penalizzate (lavoratori espulsi dalle SOE e lavoratori rurali migranti) i progressi non sono ancora definitivi.

Per la nuova leadership, le scelte saranno più ardue. Se Xi Jinping e Li Keqiang vorranno proseguire nella costruzione di una società armoniosa, dovranno indirizzare le loro politiche a tutta la società, spingendo per la creazione di una ampia classe media, come è avvenuto in Europa e negli Stati Uniti, e contrastando l’attuale tendenza alla polarizzazione dei redditi e degli altri indicatori di benessere, quali l’accesso al welfare, alla sanità, all’istruzione.

 

Valeria Zanier

Ricercatrice in Economia Politica presso il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea, Università Ca’ Foscari, Venezia.

Affiliata al centro di ricerca IDEAS presso la London School of Economics and Political Science

_1 Sheng A. – XiAo G., «Il nuovo ordine di crescita della Cina», in Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2013, in <www.ilsole24ore.com>.

_2 Fortune Global 500, <http://money.cnn.com/magazines/fortune/global500/index. html>.

_3 Ren D., «Wenzhou borrowing costs high despite underground bank reform», in South China Morning Post, 19 agosto 2013, in <www.scmp.com>.

 Articolo tratto dal fascicolo nr. 10 – ottobre 2013 di Aggiornamenti Sociali