E insomma, anche Bob Dylan si è concesso al mondo sporco e danaroso degli spot. Ha fatto la pubblicità a una nota marca di auto torinamericana nell’intervallo del Superbowl, e questa cosa ha fatto discutere parecchio, scaricando sui riccioli spelacchiati di sua bobbitudine una tempesta di saette denigratorie. Ma che niente niente qualcuno si accorge oggi, nel duemilaquattordici, che quest’uomo non fa della simpatia e della coerenza le sue cifre stilistiche, che se ne frega dell’opinione altrui e che in tutta una carriera ci ha abituato a viaggi andata e ritorno tra capolavori e disastri come probabilmente nessun altro nel rock? Mi ci ha fatto riflettere, a scoppio ritardato, un’amica dylaniata, che mi ha offerto l’idea per questo attacco strambo. Ad ogni modo sull’argomento credo di essere autorevole e credibile perché il mio equilibrio, quando si parla di Bob Dylan, è noto, e certo non mi faccio condizionare dalle preferenze personali. E poi l’altra notte, durante l’intervallo della partita, ho trovato chiuso il concessionario Chrysler.

In vinile: Love, “Forever Changes”.

In cd: David Ackles, “David Ackles”, Franti, “Non classificato” (3cd); Esterina, “Come Satura”.

In carta: Donato Zoppo, “King Krimson. Islands, testi commentati”; Paolo Bassotti, “Lou Reed. Rock and Roll, testi commentati”.

Non ho comprato molto a gennaio (ma consolatevi: il 2 di febbraio ero già a quota 10 Lp), eppure ci sarebbe tanto da scrivere. Ogni acquisto del mese scorso ha una sua storia, degna di essere raccontata (a mio insindacabile giudizio). Per esempio il cofanetto triplo dei Franti, storica band indipendente torinese degli anni Ottanta, e il disco degli Esterina hanno un collegamento tra loro. Che è questo: il cd degli Esterina me l’ha consigliato Stefano Giaccone, una delle anime dei Franti, che ho conosciuto qualche settimane fa e a cui sono legato (marginalmente) per via di un progetto editoriale in cantiere che conquisterà il suo spazio qui a tempo debito. Per accaparrarmi questa raccolta in cui praticamente c’è un po’ tutta la produzione, sono dovuto ricorrere a ebay, che non è in cima alle mie preferenze quando si parla di dischi. In questo caso però mi ha fruttato una copia in ottime condizioni, a un prezzo, se non basso, accettabile. Del resto l’ultima ristampa dei Franti risale, credo, al 1998, e anche allora la scelta era quella di seguire canali alternativi (in questo caso Stella Nera, etichetta legata a “Rivista Anarchica”). Musicalmente nei Franti c’è una contaminazione favolosa di generi, eppure anche un’identità solida e un’assoluta coerenza, forse la stessa che ha limitato la storia e la produzione di questa band. Punk, folk, jazz, avanguardia, c’è veramente di tutto, con la voce ipnotica di Lalli e il sax liberato di Giaccone a dare un’impronta indelebile. Parlando di legami, c’è anche una cover di “Gates of Eden” di Dylan smontata e rimontata in stile Franti.  Non per nulla il titolo è “Non classificato”. Ne parlerò di più e meglio in futuro, comunque.

Dicevo degli Esterina, che sono toscani come me. Provincia di Lucca, monti e campagna alle spalle della Versilia. E nel disco queste radici si sentono. Anche se è una produzione che potremmo definire rock (o post rock), ci sono suggestioni folk, cantilene che sembrano alzarsi dai campi arati, chitarre acide, basso e batteria che sanno picchiare duro o farsi discreti, e soprattutto una cura dei testi che non ha paura di mirare alla poesia. Li avevo già sentiti, perché il mio discaio di fiducia tempo fa ha prodotto una compilation in vinile in cui c’erano anche loro, in mezzo ad altri italiani interessanti (tra cui Carlot-ta e unePassante, di cui ho già parlato qui).

La storia di “Forever Changes” è più breve: è uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Non lo avevo mai avuto in vinile, e quindi ho rimediato. Lo avevo ripescato a suo tempo.

Parentesi libraria: continuo a collezionare i volumi della collana Txt dell’Arcana, un’iniziativa meritoria che offre i testi commentati dei giganti del rock. Sono stato alla presentazione lucchese di quello sui King Crimson, curato dall’ottimo Donato Zoppo, e pur avendo una dotazione limitata a pochi titoli del Re Cremisi, mi sono fatto convincere per l’accuratezza e la passione con cui è stato compilato, e per la voglia di indagare meglio sulle parole dei tre autori che, nel corso dei decenni, hanno firmato le canzoni: Pete Sinfield, Richard Palmer-James e Adrian Belew, tre figure molto distanti tra loro. Su Lou Reed c’è poco da dire. Una volta ribadito che la definizione “poeta del rock” dovrebbe prevedere una pena detentiva, è abbastanza evidente che se si vuole conoscere o capire qualcosa di questo genere musicale, un’attenzione un po’ più che superficiale alle parole di questo signore va data. E personalmente, più che davanti alle strofe discusse (spesso a vanvera) di “Heroin” o “Waiting for my man”, la sindrome di Stendhal mi colpisce quando riascolto “New York”, o anche “Magic and Loss” con questo libro aperto tra le mani.

Ah, dimenticavo. Anche l’esordio di David Ackles ha una sua spiegazione. Il numero di gennaio di “Rumore” aveva allegato un libricino a firma Carlo Bordone: “50 per ’60”, una guida ai 50 capolavori sconosciuti dei Sixties (che a ben vedere poi sono centocinquanta). Prima di aprirlo, ho pensato: accidenti, questo decennio è il mio pane, li conoscerò tutti. Poi ho detto fra me e me: il primo che trovo di cui non ho mai sentito parlare, lo compro. Ackles David, in rigoroso ordine alfabetico, è a pagina 1. Prevedo nuove emorragie di contante.

Lorenzo Mei