Proseguiamo con la rubrica “Uomini normali” nella quale desideriamo riscoprire alcune personalità e la loro testimonianza di vita. Gli “Uomini normali” sono esseri umani, comprendono perciò sia maschi che femmine. In momenti nei quali forse troviamo in noi stessi una propensione a cogliere della vita e del mondo  i “cattivi esempi”, crediamo sia importante riscoprire persone che hanno vissuto vite responsabili lasciando segni che oggi possiamo cogliere e fare nostri.

Francois-Xavier Nguyen Van Thuan (17/04/1928 Huế, Vietnam – 16/09/2002, Roma)

Francois-Xavier Nguyen Van Thuan fu un sacerdote vietnamita arrestato e imprigionato dal regime comunista senza accuse e senza processo. Trascorse recluso tredici anni, di cui nove in isolamento, subendo dunque un regime carcerario molto duro. Una volta liberato fu nominato da papa Giovanni Paolo II, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (1998) e successivamente fu investito della carica di Cardinale (2001). Il 22 ottobre 2010 è stata aperta la fase diocesana del processo di beatificazione, terminata il 5 luglio del 2013.

Ma per raccontare la vita di padre Van Thuan i dati biografici servono a poco. La sua testimonianza non sta nell’avere subito grandi ingiustizie, ma nell’aver accolto tali ingiustizie trasformandole in occasioni per creare relazioni di amicizia, di amore e di perdono. Nessun evento della vita per quanto drammatico ha in sé delle conseguenze implicite, “automatiche”. Se così fosse la libertà dell’Uomo, condizione suprema del nostro essere Umani, sarebbe compromessa, cancellata, annientata. L’esempio di padre Van Thuan insegna dunque che davanti a qualunque evento, per quanto drammatico, ci è sempre possibile reagire perpetuando il male subito oppure creando, anche dal male peggiore, il Bene più alto.

Di seguito riportiamo  un estratto del suo libro «Testimoni della speranza» e un’intervista del 2001 rilasciata alla trasmissione “Ora insieme” della Comunità Maria Madre Nostra. Parole altissime, come forse solo le parole del perdono sanno essere; parole dette a bassa voce, nell’umiltà che viene dalla consapevolezza di avere ricevuto in dono quella forza, quella capacità di accoglienza di cui non ci si pensava capaci.

Nel 1998 papa Giovanni Paolo II lo nominò Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

“Ho vissuto tredici anni in prigione, di cui nove in isolamento. Mi pare naturale parlare di perdono perché, lo dico da ex carcerato, l’amore di Cristo è l’unica cosa che conta.

Non ci sono alternative all’amore.
Ho imparato che Gesù per primo perdona.
E non ha una memoria come la mia! Lui infatti non solo perdona e perdona ogni persona, ma dimentica pure che ha perdonato tanto grande è il suo amore.
E l’amore non ragiona, non misura, non calcola, non ricorda le offese e non pone condizioni.
È l’amore che prepara le vie all’annuncio del Vangelo. Così ho fatto con i miei carcerieri. Li ho amati. Più volte soffro interiormente perché i mass media vogliono farmi raccontare cose sensazionali, accusare, denunciare, eccitare la lotta, la vendetta …
Questo non è il mio scopo. Il mio più grande desiderio è di trasmettere il mio messaggio di amore, nella serenità, nella verità, nel perdono e nella riconciliazione.
Una volta Madre Teresa di Calcutta mi ha scritto: “L’importante non è il numero di azioni che facciamo, ma l’intensità di amore che mettiamo in ogni azione”.
Nei tredici lunghi anni di prigione, di isolamento, ho imparato a scegliere Dio e non le opere di Dio.
Ho preso consapevolezza che Dio mi vuole qui e non altrove. E in un campo di rieducazione, con 250 prigionieri quasi tutti non cattolici, ho pregato: “Signore, tu mi mandi qui per essere il tuo amore in mezzo ai miei fratelli, nella fame, nel freddo, nel lavoro faticoso, nell’umiliazione, nell’ingiustizia”.
Pregando così la pace non mi è mai mancata. Ho trascorso nove anni in isolamento. Ogni giorno ho celebrato la Messa verso le 3 del pomeriggio: l’ora di Gesù agonizzante sulla croce. Sono state le Messe più belle della mia vita.
In isolamento sono stato prima affidato a un gruppo di cinque guardie. Due di loro sono sempre stati con me. I capi però li cambiavano ogni due settimane con un altro gruppo perché non venissero “contaminati” da me. In seguito hanno deciso di non cambiarli più, altrimenti tutti sarebbero stati contaminati!
All’inizio le guardie non parlavano con me, rispondevano solo “si” o “no”. Era veramente triste. Volevo essere gentile, cortese con loro. Ma era impossibile, evitavano di parlare con me. Non avevo nulla da dare loro in regalo: ero prigioniero e perfino il vestito che indossavo era timbrato a grandi lettere con la scritta “campo di rieducazione”.
Cosa potevo fare? Una notte mi venuto un pensiero: “Francesco, tu sei ancora molto ricco. Tu hai l’amore di Cristo nel tuo cuore. Ama loro come Gesù ti ha amato”. La mattina dopo ho cominciato ad amarli, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando parole gentili.
Ho cominciato a raccontare storie sui miei viaggi all’estero, come vivono i popoli in America, Canada, Giappone, Filippine, Singapore, Francia, Germania … l’economia, la libertà, la tecnologia.
Questo ha stimolato la loro curiosità e li ha spinti a domandarmi tantissime cose. Piano piano siamo diventati amici. Volevano imparare le lingue straniere, francese, inglese …. Le mie guardie sono diventate i miei scolari! L’atmosfera della prigione è molto cambiata. La qualità delle nostre relazioni è molto migliorata. Quando hanno visto la sincerità delle mie relazioni con le guardie, non soltanto mi hanno chiesto di continuare ad aiutarli nello studio, ma hanno anche mandato nuovi studenti. Un giorno, parlando con un capo, ho proposto di scrivere un Lexicon del linguaggio religioso dalla A alla Z, per far loro capire la struttura, la storia, lo sviluppo della Chiesa, le sue attività. Mi hanno dato la carta. Ho scritto questo Lexicon di 1500 parole in francese, inglese, italiano, latino, spagnolo, cinese e con la traduzione in vietnamita. Così piano piano con la spiegazione, con la mia risposta alle questioni sulla Chiesa, e accettando anche le critiche, questo documento è diventato “una catechesi pratica”.
Così venti guardie si sono messe a studiare il latino per capire i documenti ecclesiali. Una di queste guardie mi ha chiesto se posso insegnargli un canto in latino.
“Ce ne sono tanti e così belli!” rispondo. E lui mi propone: “Lei me li canta e io scelgo”.
Gli ho cantato “Salve Regina”, “Veni Creator”, “Ave Maris Stella”.
Lui ha scelto “Veni Creator”.
Non posso dire quanto è stato commovente sentire ogni mattina un poliziotto comunista scendere dalla scala di legno, verso le 7, e andare a lavarsi cantando il “Veni Creator” per tutta la prigione!
Quando c’è l’amore, si sente la gioia, la pace perché Gesù è in mezzo a noi. In una prigione sulle montagne, in un giorno di pioggia ho dovuto tagliare la legna. Ho domandato alla guardia: “posso chiederle un favore?”. E lui: “Cosa? La aiuterò!”. Io: “Vorrei tagliare un pezzo di legno in forma di croce”. Lui: “Lei non sa che è severamente proibito avere un qualsiasi segno religioso? Sarebbe estremamente pericoloso per noi due!”. Io: “Lo so, ma siamo amici e prometto di nasconderla. Chiuda gli occhi, lo farò e starò attento!”. Lui andò via e mi lasciò solo. Ho tagliato la croce e l’ho tenuta in un pezzo di sapone fino alla mia liberazione. Con una cornice di metallo quel pezzo di legno è divenuta la mia croce pettorale.
In un’altra prigione ho chiesto un pezzo di filo elettrico alla mia guardia. Lui spaventato: “Ho studiato a scuola di polizia e so che se qualcuno vuole suicidarsi vuole un filo elettrico”. Gli ho spiegato che sono un sacerdote cattolico e non ho mai pensato al suicidio. Il filo mi serve solo per fare una catenella per portare la mia croce. Lui vinse la paura e dopo tre giorni mandò il suo compagno in libera uscita e si presentò con due tenaglie.
Insieme abbiamo fatto il lavoro. E quella catena oggi la porto per tenere la croce pettorale.
Non sono solo un ricordo della prigione. Indicano piuttosto la mia convinzione profonda e un costante richiamo: solo l’amore cristiano può cambiare i cuori. Non le armi, le minacce, i media.
È stato difficile per le mie guardie capire come si possa perdonare e amare i nemici. Riconciliarci. Mi chiedevano di continuo: “Ma lei ci ama veramente? Anche quando le facciamo del male? Anche se è da anni in prigione senza un giudizio? E quando tornerà libero manderà i suoi amici a fare del male a noi e alle nostre famiglie?”. Io rispondevo: “Si, vi amo sinceramente. In questo tempo vissuto insieme io vi ho amato realmente e se un giorno sarò libero continuerò ad amarvi anche se voi volete uccidermi”. Loro non capivano e mi chiedevano il perché. “Perché Gesù mi ha insegnato ad amarvi. Se non lo faccio, non sono più degno di essere chiamato cristiano”. Mi dicevano: “è molto bello ma difficile da capire”. Nel Vangelo Gesù vedendo la folla che l’ha seguito per tre giorni, ha detto “Misereor super turbam” (Mt 15,32), “sono come pecore senza pastore” (cfr. Mc 6,34). Nei momenti drammatici, in prigione, quando ero quasi sfinito, senza forza per pregare o meditare, ho cercato un modo per riassumere l’essenziale della mia preghiera, del messaggio di Gesù, e ho usato questa frase: “Vivo il testamento di Gesù”. Cioè amare gli altri come Gesù mi ha amato, nel perdono, nella misericordia, fino all’unità.
Il più grande errore è non accorgersi che gli altri sono Cristo!

Servo di Dio Cardinale Francois-Xavier Nguyen Van Thuan,
Testimoni della speranza, Roma 2000

Intervista al Cardinale Francois-Xavier Nguyen Van Thuan – Comunità Maria Madre Nostra, 2001