“La vita non è, come faccio io, accumulare di tutto: dischi, film, nozioni, parlatoi in tv, per poi goderne la metà”. All’inizio di “Tutti in colonna”, la canzone d’apertura de “Il Multiforme”, sembra quasi che si parli di me*. Va bene, in realtà accumulo pochi film e soprattutto scanso come la peste i parlatoi televisivi dai tempi del Maurizio Costanzo Show. Ma per la parte dei dischi ci siamo in pieno, e devo dire che quando ho cominciato ad ascoltare questo (ormai qualche mese fa) ho subito apprezzato la sintesi che riesce a fare di alcuni aspetti della musica italiana che raramente ho sentito miscelare in questo modo.

Prendete le radici prog dei Germinale, la band di cui faceva parte Masoni. Ormai ho accettato di buon grado che il pregiudizio che, come molti, avevo nei confronti di quella musica negli anni Ottanta era sbagliato, eppure raramente resisto a lungo di fronte alla seriosità/pomposità che spesso è compresa nella formula del genere, o nell’immagine che ne ho io. Invece qui quelle radici si sposano con l’ironia (che anche quella, per carità, va saputa maneggiare), con la tradizione cantautorale nostrana, con il rock variamente declinato, con le atmosfere psichedeliche, con un suono aggiornato agli anni duemila. Se il disco si chiama “Il Multiforme”, e se nella copertina campeggiano i volti di una miriade di riferimenti musicali (da Emerson Lake & Palmer a Sting, dai Beatles a Robbie Robertson, da David Bowie ai Pink Floyd, da Frank Zappa e a Dylan, da Jimi Hendrix a Mike Olfield),  un motivo ci sarà: c’è un bel po’ di roba dentro.

C’è perfino una ripetuta citazione del rumorismo pinkfloydiano alla Alan Parsons, perché se il primo pezzo comincia con un belato di pecore,  “Catarsi” lo fa  con rumori domestici che ricordano la colazione lisergica di “Atom Heart Mother”, e poi si divide in due parti, con il flauto iniziale affiancato dalle chitarre che urlano e da una batteria protagonista.

Dopo il lento srotolarsi di “Perdersi”,  il cui testo potrebbe essere uscito dalla penna di Manlio Sgalambro, arriva “Maggio d’improvviso”, che si presenta con un breve scambio di battute con Red Ronnie, e che personalmente preferisco a tutto il resto, anche perché penso che “Le piccole cose mi danno serenità sui destini di questo mondo” sia una riflessione che sintetizza benissimo la tendenza a rifugiarci nella quotidianità piacevole come antidoto alla catastrofe che intravediamo appena allarghiamo la prospettiva.

“Il treno temporale” è un altro piccolo colpo di genio: la vita vista come un viaggio in ferrovia, in cui nozioni, esperienze, riti, piaceri, dolori, si affastellano uno sull’altro formando una moltidudine di cumuli, divisi (e quantificati) per genere, tanto che si fa fatica, nella rapidità di un vagone che sfreccia, a dare un senso a tutto questo “fare”.

E a proposito di fatti a cui dare un senso, “Il suicidio di 500 pecore”  mantiene la promessa del titolo: una staffetta di narratori racconta, su un bell’intreccio chitarra-basso-batteria,  episodi plurimi di suicidi ovini di massa. Credo che si parli ancora una volta di una delle tante nozioni (inutili e preziose) accumulate lungo la strada.

Se “Predoni” è una cavalcata rock che invita a battere il piede,  “Mi ha detto Bob Dylan” torna ai suoni e alle suggestioni germinali, mentre “Theodore il poeta” ha una solennità tranquilla, degna della pagina di Spoon River usata come testo.

Marco Masoni mi piace, mi sembra uno che davanti alla grande confusione con cui dobbiamo fare i conti si tuffa di testa, si contamina, prova a venirne fuori con gli strumenti che, a seconda delle situazioni, sono più utili allo scopo: umorismo, curiosità, sensibilità, interesse culturale, spirito critico. Per questo probabilmente il disco è un po’ come il mondo in cui ci tuffiamo: multiforme.

*Quando ho sentito che la canzone dice: “La vita non è forza fisica e silouettes, salutismo e naturismo” ho capito che in realtà non parla di me.

Con questo pezzo vado in ferie (da Chometemporary): torno a settembre.

di Lorenzo Mei