Qualche tempo Internazionale ha pubblicato un’interessante raccolta fotografica (ripresa poi anche dal corriere.it) che mette a confronto la vita nelle due Coree. Come ci si può immaginare, la quotidianità nella Corea del Sud appare molto più agiata che quella nella Corea del Nord, non c’è partita. Sotto all’articolo, una pioggia di commenti indignati denunciava il fine propagandistico delle immagini; in discussione la scelta di accostare alcune foto ad altre, per un risultato semplicistico e superficiale. Non completamente in disaccordo, sono tuttavia rimasta molto stupita dalla profonda ignoranza rispetto alle condizioni di vita degli abitanti della Corea del Nord.

Siamo abituati a pensare poco (e male) alla Corea del Nord. Solitamente lo stato è associato alle buffe avventure del suo leader Kim Jong-un – che effettivamente è dipinto dai giornali come un paffuto ragazzetto viziato. Al contrario, siamo meno avvezzi a pensare alla Corea del Nord come ad una feroce dittatura in cui si perpetuano ancora oggi gravi crimini contro l’umanità. Banalmente, è molto più semplice ridicolizzare questo regime -e le stranezze dei suoi leader- piuttosto che affrontare seriamente il problema. (Senza dimenticare inoltre che recentemente un politico nostrano, dopo una visita di cinque giorni in Corea, ha affermato che nel paese c’è: “un senso di comunità splendido”.)

Mi sono avvicinata meglio alla storia e alla cultura della Corea del Nord soprattutto grazie al romanzo Il signore degli orfani di Adam Johnson, che ha il pregio (tra gli altri) di usare l’elemento fiction per dare al lettore un quadro veritiero della realtà nordcoreana. Più recentemente ho avuto il piacere di leggere un altro libro, un saggio questa volta, che descrive e affronta molto bene le condizioni di vita nel regime.

Fuga dal Campo 14 di Blaine Harden (per la prima volta in Italia grazie a Codice Edizioni, nella traduzione di Ilaria Oddenino) racconta la singolare storia di Shin Dong-hyuk, unico uomo al mondo ad essere nato, cresciuto ed infine fuggito da un campo di prigionia per reati politici in Corea del Nord.

“Faccio il giornalista da 32 anni, e quella che vi sto per raccontare è una delle storie più tristi che abbia mai sentito.”

Queste le parole con cui introduce il suo discorso ai TED Rainier del 2012 Blaine Harden, il giornalista americano che ci racconta passo passo la storia di Shin Dong-hyuk. L’intervento, toccante e commovente, riassume parte del lavoro che Harden ha condotto nell’arco di due anni, tra la California e Seul, intervistando Shin Dong-hyuk e aiutandolo a raccontare al meglio la sua storia. Convinto sin da subito di trovarsi davanti ad una esperienza unica nel suo genere, il giornalista spiega che la scelta di scrivere Fuga dal Campo 14 non fu solo sua, ma anche dello stesso Shin: “Ora il motivo per cui Shin mi ha raccontato questa terribile storia -dice nel video Harden- è che lui vuole che voi sappiate che questi campi sono ancora in funzione”.

Fuga dal Campo 14 è stato pubblicato per la prima volta negli States nel marzo 2012; è diventato ben presto un best seller internazionale, è stato tradotto in 28 lingue (inclusi il coreano e il cinese), e dal 25 settembre di quest’anno sarà disponibile anche in italiano.

Il libro indagine racconta con un occhio freddo e un linguaggio semplice la prigionia e la fuga di Shin Dong-hyuk, mentre diversi excursus informano il lettore sulla politica e sulla storia della Corea del Nord (excursus fondamentali per comprendere al meglio i fatti narrati). Come sottolinea lo stesso Harden, il libro si differenzia dai racconti di altri sopravvissuti ai campi di prigionia sostanzialmente per un fatto: solitamente nelle storie dei sopravvissuti ai campi di concentramento si può individuare grossomodo lo stesso arco narrativo; il protagonista viene strappato dalle forze di sicurezza ad una famiglia amorevole e ad una casa confortevole. Se vorrà sopravvivere, egli dovrà abbandonare ogni principio morale, reprimendo la propria natura di essere umano civilizzato. Nel libro invece ci troviamo di fronte ad un uomo nato e cresciuto all’interno del campo, una persona che non ha mai conosciuto né una famiglia amorevole né una casa confortevole, ma soprattutto una persona che non è stata educata agli affetti e alla morale. Affermazione che trova conferma nelle ragioni che spinsero Shin ad abbandonare il campo: il protagonista racconta infatti di non essere stato assetato di libertà o di diritti politici (di cui per altro non era a conoscenza), ma semplicemente di essere stato affamato di carne.

Shin Dong-hyuk

Shin Dong-hyuk nasce nel 1982 dietro al filo spinato del Campo 14, campo che si presume ospiti ad oggi circa quindicimila prigionieri, visibile da Google Map, la cui grandezza supera quella della città di Los Angeles. Qui Shin impara a sopravvivere, ad affrontate botte e violenze con indifferenza, vivendo “un’esistenza ottusa, -si legge nel libro- che ruota esclusivamente intorno alla ricerca di cibo e al tentativo di evitare i pestaggi”. L’unica colpa di Shin è quella di avere uno zio che negli anni Cinquanta è fuggito in Corea del Sud: secondo la legge istituita da Kim Il Sung nel 1972, il seme dei nemici di classe deve essere estirpato attraverso tre generazioni; quindi ecco che il padre di Shin viene imprigionato nel Campo 14, dove conosce la madre di Shin e dove Shin appunto viene concepito. Il ragazzo cresce circondato dalla violenza, la quale non arriva soltanto dalle guardie e dai soldati, ma anche dai prigionieri. Essi stessi sono i primi a non conoscere alcun tipo di pietà reciproca, né ovviamente alcun senso di comunità. La totale mancanza di aspettative è ciò che colpisce più il lettore, che inevitabilmente si chiederà perché i prigionieri non optino per il suicidio. Tralasciando la regola secondo cui ogni suicidio si tradurrà in pene più lunghe per i parenti ancora in vita del suicida, è proprio questo che differenzia il protagonista dagli altri: grazie alla mancanza di aspettative, Shin non sprofonda mai nella disperazione assoluta. Sarà un incontro fortuito ed illuminante a spingere il ragazzo (ormai ventitreenne) alla fuga, prima in Cina e poi fino in Corea del Sud – e ancora più tardi in California. Le parole di Harden descrivono anche i primi anni di libertà, periodo in cui Shin inizia a sviluppare una propria morale e un proprio senso di giustizia, passando inevitabilmente per il dolore e il senso di colpa per alcune azioni compiute durante la sua vita da prigioniero. Oggi Shin vive a Seoul dove, in compagnia di un piccolo gruppo di giovani attivisti per i diritti umani, lavora ad un programma online a cadenza settimanale, in cui i rifugiati nordcoreani raccontano le loro esperienze.

Blaine Harden

Fuga dal Campo 14 apre le porte a molte riflessioni e domande. Nel saggio si dice che, secondo le stime del governo sudcoreano, sarebbero circa centocinquantamila i prigionieri rinchiusi nei campi, mentre per il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America essi sarebbero circa duecentomila, ma il numero è in aumento. Viene inoltre spiegato che la Corea del Nord si descrive come il “paradiso dei lavoratori”, ma, a dispetto di questa millantata lealtà agli ideali comunisti di uguaglianza, ha creato uno dei più rigidi sistemi di stratificazione gerarchica della società, con tre ampie classi sociali. Ai poli della stratificazione i membri privilegiati da una parte, e gli oppositori dall’altra. Agli ostili e alle loro famiglie è riservato il trattamento di Shin, se non la morte. Cognizioni che allontanano la riflessione da una mera preferenza politica ed ideologica, ma che portano gli occhi su una realtà palpabile, nei fatti verso i milioni di nordcoreani costretti a vivere nella miseria e nella mancanza di ogni bene primario. E’ bene ricordarlo sempre.

Il libro (divenuto inoltre un film-documentario) ha ricevuto il plauso del pubblico e della critica, che nel 2012 lo ha insignito del Grand Prix de la Biographie Politique.

Venerdì 26 settembre Shin Dong-hyuk sarà ospite a Torino Spiritualità, dove presenterà il libro e racconterà la sua storia al Teatro Carignano, dialogando con il direttore della Stampa Mario Calabresi e il sindaco Piero Fassino.

Claudia Oldani