Regia: Richard Linklater

Interpreti: Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette, Lorelei Linklater

Durata: 2h 45min

Un grande alone di curiosità avvolge Boyhood, il film più chiacchierato dell’anno, presente dapprima al Sundance Festival e in seguito concorrente al Festival del cinema di Berlino dove il regista Richard Linklater ha vinto l’Orso d’Oro come miglior regista: la pellicola porta con sé una enorme responsabilità, ossia quella di dover giustificare i voti spaventosamente alti che la critica e gli utenti di tutto il mondo gli hanno attribuito.

Boyhood, il cui titolo in italiano può essere tradotto con “fanciullezza, adolescenza, giovinezza”, è la storia di una famiglia americana dal 2002 ai giorni nostri che attraversa incomprensioni, separazioni, momenti felici e non, cambiamenti nella società, nella politica, nel lavoro, nel modo di vivere e comportarsi: non propriamente un film di formazione in quanto i protagonisti non vedono profondi cambiamenti spirituali né hanno esperienze così sconvolgenti da segnare la propria vita (eccezion fatta per la madre); non è neanche un film in cui vediamo personaggi ignari attraversare anni di storia americana come fece Forrest Gump. E’ “semplicemente” un occhio puntato su una madre, un padre e due figli lungo dodici anni di vita.

Cosa c’è allora di strano? Perché la pellicola viene considerata un’opera grandemente degna di nota? Ecco spiegato il fatto: Boyhood è stato girato in 12 – DODICI – anni, e per documentare la crescita dei membri della famiglia e degli attori in generale si è semplicemente aspettato che questi crescessero e invecchiassero per davvero, nella vita reale, senza controfigure. Descriverlo a parole non rende l’idea, perché ciò che si vede su grande schermo è qualcosa a cui ancora non siamo abituati, che sfugge alla nostra logica e che richiede qualche giorno di riflessione a mente fredda per capire che tutto ciò è successo veramente. Un capolavoro di costanza e originalità nell’esecuzione che lascia tutti meravigliati: per più di una decade attori e regista si sono trovati sul set per recitare nel tempo di qualche settimana l’anno le proprie battute, così lontane nella memoria ma così vicine nell’effettiva cronologia della narrazione. Sembrerebbe un’idea neanche troppo innovativa, sembrerebbe qualcosa di eseguibile, eppure nessuno prima d’ora lo aveva fatto. Se il nostro occhio fosse stato dietro la cinepresa, probabilmente ci sarebbe sembrato un impegno non enormemente faticoso, quasi un passatempo che ha portato via meno di un mese all’anno e che poi è stato montato donando un ottimo risultato; riflettendo però a fondo, è quasi impossibile portare avanti un progetto per così tanto tempo a meno che non si voglia lasciare il segno, cosa finora riuscita a maestri di altre arti, dalla letteratura, alla pittura, all’architettura.

Un lavoro eccezionale, che riesce a scandire ogni singolo anno che passa grazie a delle canzoni caratteristiche dei vari periodi, dai primi Coldplay ai Blink-182, passando per Gnarls Barkley e il più recente Gotye. Ottime riprese, ottimo cast e per la prima volta si apre in noi una nuova dimensione, quella che ci permette di identificarci pienamente con alcuni momenti di vita della famiglia su schermo, momenti toccanti, di crescita, di divertimento che probabilmente ognuno ha vissuto. Lo spettatore non solo riesce a immedesimarsi nei protagonisti (questo già succedeva con altri film), ma cresce in lui un senso di già vissuto, di empatia profonda, perché ciò che si vede non è solo una storia bensì la vita vera e propria, fatta di gioie e dolori. Bisogna cercare di guardare Boyhood senza barriere emotive, lasciandoci coinvolgere pienamente: potrebbe scendere qualche lacrima.

Un fatto divertente: il regista Linklater ha dapprima scelto per la sua creazione il titolo The Twelve-Year Project per poi passare al più azzeccato 12 Years. Sorse un piccolo problema, vale a dire la possibile confusione che questo titolo avrebbe potuto dare agli spettatori a causa del quasi omonimo premio Oscar 12 Years a Slave, Dodici Anni Schiavo: da qui la scelta finale ricaduta su Boyhood. Benché il film sia stato vietato in America ai minori di 17 anni, non ci sono particolari volgarità né scene di sesso, ma un vero percorso di vita che potrebbe interessare tutti; inoltre, si può assistere a un meraviglioso esperimento cinematografico mai tentato prima sulla condizione umana. Capostipite.

Matteo Pozzi