È con grande piacere che ospitiamo gli studi e le riflessioni del professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle Migrazioni all’Università degli Studi di Milano. Di seguito il primo articolo di una preziosa collaborazione editoriale con ChomeTEMPORARY.

 

Da tempo la discussione sui fenomeni migratori che interessano il nostro Paese si concentra in modo quasi ossessivo, e certamente ansiogeno, sulla problematica degli sbarchi e dei richiedenti asilo. Molti confondono immigrati e rifugiati, e pensano che l’immigrazione verso l’Italia stia crescendo in modo incontenibile a seguito del fenomeno degli sbarchi. Altri, pur distinguendo in qualche misura migrazioni volontarie e migrazioni forzate, pensano che l’Italia sia investita da un flusso eccezionale di rifugiati, mentre l’Europa assiste sorda e insensibile a quanto succede nel nostro Paese. Altri ancora vedono nei richiedenti asilo e rifugiati il simbolo per eccellenza del carico sociale rappresentato dagli stranieri che oltrepassano le frontiere per venire a chiedere aiuto e quindi risorse al nostro Paese. Di qui discendono poi considerazioni di apparente buon senso: “non possiamo accogliere tutti”, “meglio aiutarli a casa loro”, “dobbiamo aiutare prima i nostri disoccupati”, e così via.

Una discussione seria su questi temi dovrebbe essere anzitutto informata sulle reali dimensioni di questi fenomeni, collocati in una prospettiva globale.

Un primo elemento importante in tal senso è quello di tenere distinta la situazione dei rifugiati da quella dei migranti economici. I primi infatti costituiscono una piccola parte del numero totale dei migranti: nel 2013 in Italia  sono state registrate circa 27.000 domande di asilo, su circa 43.000 persone sbarcate. Il numero complessivo di rifugiati riconosciuti è di 78.000, contro circa 5,2 milioni di immigrati stranieri (stimati) (IDOS-UNAR 2013). I nuovi ingressi regolari sono stati 255.646 (ISTAT) soprattutto per ragioni familiari,  seppure in lieve calo rispetto al 2012.

I richiedenti asilo non coincidono con i rifugiati: la loro domanda può anche essere respinta. Ma anche ammettendo che i 27.000 siano tutti accolti, si tratterebbe comunque di poco più del 10% dei migranti entrati regolarmente in Italia nel corso dell’anno. Nel complesso, i rifugiati pesano per l’1,5% sull’immigrazione complessiva. Quanto agli immigrati in condizione irregolare, le stime oscillano tra i 400 e i 500.000, ma soprattutto gli studi disponibili, a  livello italiano ed europeo, ci dicono che entrano soprattutto con visti turistici, o neppure ne hanno bisogno, e provengono da anni principalmente dall’Europa Orientale. L’idea che i temuti “clandestini” siano uomini, africani, mussulmani, arrivati via mare, non corrisponde alla realtà: in gran parte i migranti irregolari non sono clandestini, essendo entrati in modo regolare, sono donne, europee, occupate nei servizi domestici e assistenziali[1]

Se guardiamo poi al caso italiano alla luce dei dati internazionali, ci accorgiamo che le percezioni di ondate eccezionali di persone in cerca di protezione dirette verso il nostro Paese, nonché di un impegno straordinario delle nostre istituzioni nell’accoglienza, non corrispondono alla realtà.

I dati sul fenomeno dei rifugiati pubblicati nell’annuale rapporto dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, riferiscono un  quadro distante dalle visioni più diffuse: l’Italia e l’Europa in realtà sono interessate solo marginalmente dai flussi internazionali di richiedenti asilo, a fronte di  modalità di accoglienza che sono diventate più rigide e meno generose. In Europa l’Italia si è collocata  in prima linea per i salvataggi in mare, grazie all’operazione Mare Nostrum (ottobre 2013-ottobre 2014), grazie alla quale sono state tratte in salvo 154.000 persone, secondo fonti governative. Rimane però in posizione defilata e deficitaria per quanto riguarda l’accoglienza e l’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale dopo il salvataggio, ossia dei rifugiati a pieno titolo oppure di coloro che ricevono forme temporanee e limitate di protezione (umanitaria o sussidiaria). Un passo avanti in questo ambito è dato dal recente potenziamento dello SPRAR (Sistema di Protezione e Accoglienza dei Rifugiati), ma manca ancora una legge organica sull’asilo[2].

Secondo i dati forniti dall’ UNHCR, nel 2013 i migranti forzati nel mondo – ossia gli sfollati interni, i richiedenti asilo e i rifugiati – erano 51,2 milioni. È il dato più alto da quando sono disponibili rilevazioni statistiche sistematiche sul problema, 6 milioni in più del 2012 e 9,2 in più del 2011. Di essi, 33,3 milioni rientrano nella categoria degli sfollati all’interno dei confini nazionali; 16,7 milioni sono rifugiati internazionali il cui status è stato riconosciuto nel 2013 o in precedenza; 1,2 milioni richiedenti asilo in attesa di una risposta. Per il 2013, l’UNHCR ha anche calcolato che in media 32mila persone al giorno sono state costrette a lasciare le loro case a causa di conflitti o persecuzioni per cercare scampo all’interno del proprio Paese o all’estero.

L’opinione diffusa è che i rifugiati siano massicciamente diretti verso i Paesi del Nord del mondo: questo genera una sorta di sindrome dell’invasione. Nella realtà, la questione dei migranti forzati riguarda soprattutto i Paesi in via di sviluppo: non solo provengono i richiedenti asilo da lì, ma sono accolti per l’86% in Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, a fronte del 70% di una dozzina di anni fa:  il problema si è aggravato nel corso del tempo. I paesi del Nord globale nei fatti hanno avuto successo nelle strategie di regionalizzazione della questione dei rifugiati e di contenimento degli arrivi alle loro frontiere. Guardiamo dunque i dati relativi ai Paesi verso cui i rifugiati si dirigono (Tab. 1). Con l’eccezione della Turchia e degli Stati Uniti (questi ultimi con numeri in realtà molto più bassi), sono tutti Paesi che non appartengono al Nord del mondo, sono spesso poveri o poverissimi, sono a volte teatro anch’essi di sanguinosi conflitti e di esodi di massa, altre volte si trovano sotto accusa per lo scarso rispetto dei diritti umani. Troviamo infatti al primo posto un Paese a basso reddito come il Pakistan, seguito dall’Iran: entrambi accolgono moltissimi rifugiati del vicino Afghanistan. Nel 2013 i cambiamenti salienti riguardano il drammatico aumento delle persone accolte nei Paesi più prossimi al tragico teatro di guerra siriano: Libano, Giordania e Turchia. Come si può arguire da queste cifre, quelle che in Europa sembrano immani ondate di profughi non sono altro che piccole frange di una serie di  catastrofi umanitarie. Dopo questi tre Paesi compare il Kenya, che accoglie soprattutto rifugiati della Somalia. Questo Paese vede l’insediamento del più grande campo di rifugiati del mondo, quello di Dadaab, che ha compiuto cinquant’anni nel 2012, e che dà accoglienza a più di mezzo milione di rifugiati e richiedenti asilo, tra cui diecimila minori di terza generazione.

Tab. 1 – I principali Paesi di accoglienza dei rifugiati (2012-2013)

Fonte: UNHCR, 2012; 2013

 

La turbolenza dell’area mediterranea meridionale e orientale non è stata comunque priva di conseguenze per i Paesi europei. Nel 2013 sono state infatti presentate, nei 38 Paesi dell’Europa, 484.600 domande di asilo, con una crescita del 32% rispetto al 2012. Nell’Europa meridionale l’incremento rispetto al dato dell’anno precedente ha raggiunto il 49%, con 89.600 domande. Se confrontiamo questi dati con quelli relativi allo scenario mondiale, ci accorgiamo però che questo incremento relativamente cospicuo corrisponde in realtà soltanto a un’esigua quota delle persone che cercano protezione abbandonando le proprie case. Il dato mondiale è di 10,7 milioni di persone costrette a partire nel 2013; di questi 8,2 milioni hanno cercato scampo in altre regioni del proprio Paese, 2,5 milioni sono classificate dall’UNHCR come rifugiati. Se ci riferiamo a quest’ultimo dato, la quota di persone in cerca di asilo accolte nell’Europa meridionale è il  3,56%

Questo è ancora più evidente se si compara il dato relativo all’Europa meridionale con quello del  resto del continente. Arriva nella nostra regione infatti soltanto il 18,5% del totale delle domande di protezione internazionale presentate in Europa;  il Paese dell’Europa meridionale che ne ha ricevute il maggior numero è la Turchia, confinante con la Siria: 44.800, quasi la metà del totale regionale.

L’Italia, con le 27.000 domande già ricordate, ha conosciuto un incremento sensibile rispetto al 2012 (circa diecimila domande in più), ma rimane in una posizione di secondo piano nel panorama europeo dell’accoglienza, già di per sé tutt’altro che eccezionale: il nostro Paese è sesto nel continente (cfr Tab. 2), ha ricevuto nel 2013 meno di un terzo delle richieste di asilo della Germania e in proporzione agli abitanti è molto meno coinvolto di Francia e Svezia.

Tab. 2. Domande di asilo presentate in Europa. Anno 2013

Fonte: UNHCR, 2014. Il dato italiano è stato corretto sulla base del Rapporto sula protezione internazionale in Italia 2014 (Anci e Al., 2014)

Guardando invece ai rifugiati ufficialmente accolti (Tab. 3), la tendenza più evidente riguarda il crescente coinvolgimento della Turchia, che ha moltiplicato per 4,5 volte in tre anni il proprio impegno in termini di persone accolte. Dopo la Turchia troviamo ora in seconda posizione la Francia, che ha lievemente aumentato il numero dei casi accettati e ne ha oltre 50mila in attesa di responso. Il dato tedesco, in terza posizione, va completato ricordando i 135mila casi di richiedenti asilo attualmente all’esame delle competenti autorità tedesche. Al quarto posto, ma con un trend calante, compare il Regno Unito. Al quinto è rimarchevole l’impegno della Svezia, se rapportato al numero degli abitanti, con oltre 100mila rifugiati accolti e circa 28mila sotto esame. L’Italia presenta una andamento crescente, con un aumento di 20mila casi in tre anni, e nel 2013 ha superato i Paesi Bassi: si tratta però di circa un terzo dei rifugiati accolti in Francia e di poco più del 40% di quelli registrati in Germania. Inoltre i casi pendenti nel nostro Paese sono 13mila, sensibilmente meno di quelli riferiti agli altri maggiori Paesi europei, pur tenendo conto di un nuovo incremento nel corso del 2014. Quando si discute e si polemizza sul ruolo dell’Europa nel settore, bisognerebbe partire sempre da questi dati.

Tab. 3 – Accoglienza dei rifugiati in Europa. Anni 2011-2013 (stime)

Fonte: UNHCR, 2012; 2013; 2014

Maurizio Ambrosini

[1] M.Ambrosini, Immigrazione irregolare e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere, Il Mulino, Bologna 2013.

[2] M.Ambrosini, Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani, Cittadella, Assisi 2014.

 

 

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Migrazioni irregolari e welfare invisibile

Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani

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Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia delle Migrazioni nell’Università degli Studi di Milano, dove coordina il corso di laurea in “Scienze sociali per la globalizzazione”. Insegna  inoltre nell’università di Nizza. È responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” e la Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. È autore, fra vari altri testi, di Sociologia delle migrazioni, manuale adottato in  parecchie università italiane. I suoi interessi riguardano i temi del lavoro e della disoccupazione, della solidarietà e delle politiche sociali, e negli anni recenti soprattutto le migrazioni e i processi di globalizzazione. Suoi articoli e saggi sono usciti in riviste e volumi in inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese e cinese. Ha pubblicato ultimamente Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani (Cittadella, 204); Migrazioni irregolari e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere (Il Mulino, 2013) e curato Governare città plurali (FrancoAngeli, 2012) e Perdere e ritrovare il lavoro (Il Mulino, 2014).