Niente classifica dei dischi dell’anno. Stavolta proprio non ce la faccio. Se siete calvi trovate un’alternativa allo strapparvi i capelli per questa notizia funesta. Ho più di un valido motivo. Per esempio la convinzione che più dischi ascolto e più ce ne sono da ascoltare per fare una classifica minimamente seria. Ma questo, a dire il vero, non significherebbe molto, la mia lista è stata sempre stata limitata ai miei ascolti, senza nessuna pretesa di valore assoluto. E però il fatto è che, mesi dopo averla scritta, mi è capitato di rileggerla, di voler spostare un album dal sedicesimo al secondo posto, di cancellarne uno, di maledirmi per non averne inserito un altro, o di vergognarmi per aver osato stilare una classifica senza aver sentito dischi che, scoperti dopo, meritavano posizioni d’onore. Premesso che non sono in preda a una mania di onnipotenza e so benissimo che essere o non essere nella mia classifichina non è esattamente il dilemma centrale del music business, ho escogitato un modo per risolvere il problema, aggirandolo vigliaccamente.

Quella che troverete in fondo al pezzo e che potrete ascoltare su Spotify, è una playlist con trenta canzoni scelte tra quelle che hanno fatto da colonna sonora al mio 2014. La maggior parte sono inserite in dischi che mi hanno particolarmente colpito, altre sono lì singolarmente, per meriti propri. Alcune hanno preso possesso del mio stereo per mesi, e hanno fatto dannare l’anima ai miei vicini di casa, altre le ho infilate dentro all’ultimo, dopo averle incontrate in una delle decine e decine di bellissime liste che ho trovato in giro sul web. Se ne volete una in grado di stordirvi per qualità e quantità, potete trovarla qui, dal mio amico Luca Buonaguidi. Se intanto volete apprezzare una specie di Bignami, la mia può anche andarvi bene.

In realtà anche qui c’è un po’ di tutto: dal groove di Sharon Jones alla melanconia degli Antlers, dalle parole scolpite da Leonard Cohen alla follia esplosiva dei Goat, dal disco pieno e rotondo di Beck a quello splendidamente essenziale di Neneh Cherry. Ci sono vecchietti ancora in grandissima forma, come David Crosby e Marianne Faithfull, e ci sono novità (almeno per me) elettrizzanti come i C’mon Tigre e Benjamin Booker. C’è il pop d’autore per eccellenza, quello di Damon Albarn, e ci sono i riff fatati di Mark Oliber Everett, oltre a quelli di Jack White. C’è anche la mia amatissima Scozia portata in musica da King Creosote.

Mi è davvero difficile mettere questi dischi in ordine di preferenza, e anzi mi arrogo il diritto di considerare questa soundtrack come in perenne trasformazione. Non stupitevi, quindi, se fra qualche mese tornate da queste parti e vi accorgete che le canzoni sono diventate 50, o 25, e se ci trovate molti più pezzi italiani di quella cinquina che ci ho infilato, per manifesta scarsa frequentazione della musica nostrale, come già più volte confessato. Forse il proposito musicale per il 2015 è anche questo: cercare di ascoltare più musica delle nostre parti, per convincermi che non è così tanto peggio di quella che c’è in giro, come invece mi sembra da molto tempo. Qui ho messo dentro Nada, indiscutibilmente la mia preferita nel 2014, Carlot-ta, con il suo secondo album, e anche il discusso fino alla nausea Edda, che mi ha fatto oscillare tra il fastidio e la dipendenza da alcuni brani, tra cui questo Pater. Manca Stefano Giaccone solo perché, ovviamente, non lo trovate su Spotify.

Ciò che certamente si può dire dell’anno appena passato, e di quello precedente, e anche di quello prima ancora, e che se continuate a ripetere come robottini guasti che “la musica bella è solo quella di una volta”, o avevate vent’anni nel 1967, oppure siete più che altro pigri, disinformati e vittime di un’industria musicale che, mentre distruggeva se stessa, ha fatto lo stesso con i vostri gusti.

Naturalmente se avevate vent’anni nel 1967 avete ragione. Buon ascolto e buon 2015.

Lorenzo Mei