È con grande piacere che ospitiamo gli studi e le riflessioni del professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle Migrazioni all’Università degli Studi di Milano. Di seguito la presentazione del suo libro su migrazioni irregolari e welfare.


 

Migrazioni irregolari e welfare invisibile.

Il lavoro di cura attraverso le frontiere.

Maurizio Ambrosini

Bologna, Il Mulino, 2013

 

Presentazione

Il libro riprende i risultati di diverse ricerche, quantitative e qualitative, svolte tra il 2002 e il 2012 in Lombardia, Liguria e Trentino, sul fenomeno dell’inserimento degli immigrati nel settore domestico-assistenziale. Focalizza l’attenzione in modo particolare sull’immigrazione irregolare e sulla transizione al soggiorno regolare.

 

1. La fragile regolazione dell’immigrazione

La storia delle politiche migratorie italiane degli ultimi trent’anni è una storia di fallimenti. Malgrado il rafforzamento dei controlli e l’inasprimento delle sanzioni, in venticinque anni sono state approvate sette leggi di sanatoria, più altre misure di regolarizzazione non dichiarata, come i decreti flussi. Le quattro sanatorie varate tra il 1986 e il 1998 hanno regolarizzato la posizione di 790.000 immigrati; quella del 2002, successiva all’approvazione della legge Bossi-Fini, ne ha autorizzati 630.000. Nel 2009, la legge Maroni relativa al solo settore domestico-assistenziale, ha raccolto quasi 300.000 istanze. Nel 2012, nel mezzo di una profonda crisi economica, il governo Monti ha varato un’altra sanatoria che, pur deludendo le aspettative, ha prodotto circa 130.000 domande.

Il problema non è solo italiano. Malgrado le dichiarazioni di segno contrario, in Europa nel complesso le misure di regolarizzazione di vario tipo sono piuttosto diffuse e ricorrenti, talvolta permanenti. Secondo il rapporto REGINE dell’ICMPD (2009), durante il periodo 1996-2008 soltanto 5 su 27 Stati membri dell’Unione europea non si sono dotati di politiche nè di pratiche di regolarizzazione dei soggiornanti non autorizzati. Di questi però tre sono nuovi paesi membri dell’Unione, poco interessati al fenomeno.

Nel periodo considerato, tre paesi dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia, si sono impegnati in vaste campagne di emersione. Altri, specialmente nel Nord Europa, hanno intrapreso la strada delle regolarizzazioni caso per caso, soprattutto per affrontare problemi come quello dei richiedenti asilo denegati, o gli stranieri per varie ragioni non deportabili. Pur distinguendo in proposito stati più̀ propensi a regolarizzare per ragioni umanitarie (Benelux e paesi scandinavi), regolarizzatori riluttanti, come la Francia e il Regno Unito, oppositori ideologici alle regolarizzazioni (Austria1 e Germania), il quadro complessivo è quello di una demarcazione non così netta e insormontabile come si pretende tra immigrazione legale e immigrazione non autorizzata. Come risultato finale, una stima prudenziale delle persone coinvolte in qualche tipo di sanatoria nell’Europa a 27 oscilla tra i 5 e i 6 milioni di casi. In ogni caso, l’Europa meridionale guida la classifica, a motivo soprattutto delle grandi dimensioni dell’economia sommersa. La metà circa delle regolarizzazioni registrate dalla ricerca dell’ICMPD si riferisce a tre paesi della regione, che hanno varato a più riprese estesi processi di emersione: l’Italia, con 1,2 milioni di regolarizzati2, la Spagna con 1, la Grecia con almeno 0,4.

 

2. Immigrazione e welfare parallelo

Nell’Europa meridionale e segnatamente nel caso italiano, il fallimento della regolazione dell’immigrazione straniera trova un importante fattore esplicativo nel funzionamento del nostro sistema di welfare: in modo particolare nella formazione di quello che può essere definito welfare parallelo, o invisibile. Specialmente nell’Europa meridionale, il regime delle cure si organizza tuttora intorno al ruolo centrale delle famiglie, e più precisamente delle donne, come mogli e madri prima, come figlie di genitori anziani dopo. Alla crescita della partecipazione femminile al lavoro extradomestico non ha corrisposto nè un adeguato sviluppo dei servizi pubblici, nè una sufficiente redistribuzione dei compiti all’interno delle famiglie. La cura di bambini, anziani, ammalati, così come delle abitazioni e dei servizi necessari per la vita quotidiana (acquisti, preparazione dei pasti, manutenzione degli abiti, ecc.) continua a pesare principalmente sulle donne adulte. In questo regime delle cure le politiche sociali non solo sono comparativamente meno sviluppate, ma consistono anche prevalentemente in trasferimenti di reddito: pensioni relativamente generose e indennità a favore delle persone con seri problemi di autosufficienza, non selettive in relazione al reddito e alla struttura familiare delle persone in stato di bisogno.

Le famiglie si sono trovate quindi a dover fronteggiare gli stessi compiti del passato, aggravati dai processi di invecchiamento, con una minore disponibilità di forze per farsene carico, ma con una dotazione relativamente maggiore di risorse economiche per acquistare privatamente lavoro o servizi, grazie al doppio reddito da lavoro, senza particolari controlli sulle modalità di impiego degli aiuti economici da parte dalle istituzioni pubbliche. Le famiglie hanno quindi compensato la ridotta disponibilità di tempo ed energie femminili ricorrendo all’assunzione di aiuti domestici. C’è chi ha parlato di una rivoluzione post-femminista: le donne non hanno conquistato l’uguaglianza, rimangono socialmente richieste di farsi carico di molti servizi rivolti alle persone e alla sfera domestica, ma alleviano il peso ricorrendo al lavoro salariato di altre donne.

A differenza dei tradizionali servizi domestici, che rimangono associati prevalentemente con condizioni di classe sociale medio-alta, invecchiamento e bisogno di assistenza coinvolgono individui e famiglie di ogni condizione sociale. Tra pensioni, sovvenzioni pubbliche e aiuti dei figli, anche molti anziani di condizione popolare sono assistiti a domicilio da un’ “assistente familiare”, così come viene definita nel contratto collettivo di lavoro italiano, ma detta “badante” in un linguaggio comune riduttivo e svalutante.

Sul versante opposto della scala sociale, è degno di nota il fatto che anche famiglie che non avrebbero problemi economici nell’affidare un congiunto anziano a una struttura residenziale di buon livello, ritengono più rispettoso e amorevole nei suoi confronti mantenerlo nella propria abitazione assumendo un’assistente familiare, o se necessario anche due. Una cultura della domiciliarità e della diffidenza verso pratiche di istituzionalizzazione si è fatta strada anche nelle concezioni relative alla buona assistenza nei confronti degli anziani. Ma la preoccupazione di mantenere gli anziani nel proprio ambiente domestico e di assicurare loro un’assistenza personalizzata e sempre disponibile comporta l’instaurazione di un regime di lavoro e di vita molto costrittivo nei confronti dei lavoratori assunti per prendersi cura di loro. Le stime variano da circa 700.000 a 1,5 milioni di lavoratori, per l’80% donne, provenienti oggi soprattutto dall’Europa dell’Est, molto spesso passate attraverso una prolungata esperienza di soggiorno o di lavoro irregolare.

3. Irregolari, ma tollerati

Diversi aspetti, come la domanda di coabitazione, la richiesta di una disponibilità che può estendersi alle ore notturne e arrivare alle 24 ore al giorno, la convivenza con la malattia e declino fisico e mentale, fanno di questo lavoro un’attività particolarmente pesante, contrastante con una normale vita sociale e familiare, socialmente svalutata, sgradita ai lavoratori nazionali e anche agli immigrati stabilmente insediati e accompagnati dai familiari.

Nel nostro caso, le domande di cura provenienti dalle famiglie italiane, come di altri paesi sviluppati si sono incontrate con persone in movimento, alla ricerca di sbocchi per l’aspirazione a migliorare le loro condizioni di vita e prospettive per il futuro. La disponibilità di lavoratori (principalmente: lavoratrici), a sua volta, ha alimentato la domanda. Per molte famiglie, specialmente quelle con anziani e minori da accudire, è diventata una parasi normale affidare i propri cari a persone provenienti dall’estero, spesso arrivate di recente e prive dei documenti idonei a risiedere e lavorare nel paese ricevente. Le reti degli immigrati e altre istituzioni mediatrici hanno favorito l’incontro fra le parti.

Si è sviluppato in sostanza dal basso un imponente e misconosciuto fenomeno di ristrutturazione dell’assistenza a domicilio degli anziani, gestita direttamente dalle famiglie al di fuori degli schemi di regolazione pubblica del settore, ma tollerata e sussidiata dai poteri pubblici. Accanto al sistema di welfare ufficiale, ne esiste un altro, parallelo e praticamente invisibile.

Si può dire che nei confronti di certi immigrati in condizione irregolare l’allarme sociale si attenua, mentre si innalza l’accettazione. La mancanza di documenti idonei al soggiorno e al lavoro viene allora percepita come un problema minore, a volte persino come un vantaggio. La costruzione sociale della pericolosità degli immigrati irregolari si rivela selettiva: molto dura per alcuni, più tollerante per altri. I controllori, in un modo o nell’altro, sono obbligati a tenerne conto. Considerazioni sociali, relative all’utilità e alla «meritevolezza» degli immigrati, o viceversa alla loro pericolosità o nocività per il decoro delle città, entrano in gioco, condizionando le pratiche di controllo, trattenimento e deportazione. Non tutti gli immigrati non autorizzati sono uguali, e non tutti vengono trattati allo stesso modo.

Una delle ragioni del continuo flusso di immigrati non autorizzati e della necessità di provvedimenti di regolarizzazione, ha a che fare con la scarsa efficacia dell’attività repressiva. Il caso italiano è particolarmente interessante, a motivo della distanza tra le retoriche del discorso politico e i risultati pratici ottenuti. La tolleranza verso le persone, soprattutto donne, occupate in attività domestiche e assistenziali trova posto in questo schema: malgrado risolute prese di posizione, in pratica è molto raro che vengano arrestate, trattenute ed espulse in qualità di immigrate irregolari. Le sanatorie italiane hanno favorito soprattutto gli immigrati occupati in questo settore; la penultima, nel 2009, era riservata ad essi, e l’ultima, nell’autunno 2012, li ha visti come principali beneficiari.

Il libro illustra sulla base dei risultati di ricerca le motivazioni che conducono i datori di lavoro ad accedere alle procedure di regolarizzazione, le pratiche sociali sviluppate dagli immigrati/e prima, durante e dopo l’emersione, le interazioni che nel contesto micro-sociale producono accettazione, convergenza di interessi, trasgressione delle leggi e ricostruzione di un nuovo ordine regolativo. Focalizza l’attenzione su dieci tipi di risorse che consentono agli immigrati/e di reggere la dura condizione di irregolarità: le reti etniche; il lavoro; la consapevolezza dell’utilità sociale della propria attività; l’accesso ad alcuni servizi pubblici (come la sanità, almeno per le cure necessarie e urgenti); l’aiuto di varie istituzioni solidaristiche (dalla chiesa cattolica ai sindacati); la scarsa efficacia dell’azione repressiva e l’aspettativa di una regolarizzazione; la “familiarizzazione”, ossia l’inserimento in una trama di relazioni para-familiari con i datori di lavoro; l’instaurazione di legami sentimentali e le unioni miste; il senso dell’importanza delle proprie rimesse per i familiari in patria, specie i figli; le “rimesse inverse” che arrivano dalle famiglie al paese di origine (principalmente: la cura dei loro figli, affidati soprattutto alle nonne materne).

Nello stesso tempo, proprio il distacco forzato dai figli rappresenta il principale motivo di sofferenza per le madri migranti che arrivano in Italia per assistere i nostri cari. Di qui nascono le pratiche della genitorialità transnazionale, tra telefonate, doni inviati per corriere, visite, e ora anche colloqui via Skype. Di qui nasce anche il desiderio di ricongiungere i figli, che sta dischiudendo una nuova pagina nella vicenda dell’immigrazione in Italia: ormai circa un milione di minori ha genitori stranieri.

Maurizio Ambrosini

1 Nel frattempo l’Austria ha varato una sanatoria per gli immigrati occupati nei servizi domestici.

2 Per il caso italiano, vanno aggiunte 300.000 domande presentate nell’ambito del “processo di emersione” del settembre 2009 per i lavoratori del settore domestico-assistenziale e 130.000 nel 2012. Va altresì notato che prima di quest’ultima le precedenti due grandi sanatorie sono state attuate da governi di centro-destra, protagonisti di rumorose campagne politiche contro l’immigrazione bollata come “clandestina”.

 

 

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Perché non è vero che siamo invasi dai rifugiati

Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani

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Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia delle Migrazioni nell’Università degli Studi di Milano, dove coordina il corso di laurea in “Scienze sociali per la globalizzazione”. Insegna  inoltre nell’università di Nizza. È responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” e la Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. È autore, fra vari altri testi, di Sociologia delle migrazioni, manuale adottato in  parecchie università italiane. I suoi interessi riguardano i temi del lavoro e della disoccupazione, della solidarietà e delle politiche sociali, e negli anni recenti soprattutto le migrazioni e i processi di globalizzazione. Suoi articoli e saggi sono usciti in riviste e volumi in inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese e cinese. Ha pubblicato ultimamente Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani (Cittadella, 204); Migrazioni irregolari e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere (Il Mulino, 2013) e curato Governare città plurali (FrancoAngeli, 2012) e Perdere e ritrovare il lavoro (Il Mulino, 2014).