Non cominciamo a discutere dell’ultimo disco di Bob Dylan, una sorta di Frank Sinatra Songbook, altrimenti facciamo notte. D’altra parte, ripensandoci, oggi è una giornata di lavoro (per ora) un po’ fiacca, e quindi non è che io abbia molto di meglio da fare, a parte ordinare dischi compulsivamente. Quindi mi apro alla prospettiva di tirare fino alle ore piccole e sostengo che “Shadows in the night” è un bel disco, trovando questa descrizione anche oltremodo riduttiva.

Non mi riesce nemmeno facile motivare questo apprezzamento: secondo me dovrebbe scaturire spontaneamente da due fattori: 1) la qualità delle canzoni selezionate, che credo sia difficile mettere in discussione 2) la grazia e la debolezza con cui Dylan le affronta. Con debolezza non intendo incertezza interpretativa, ma estremo rispetto (rinforzato dagli arrangiamenti leggerissimi) messo in campo da un gigante della musica (cultura?) del Novecento, che invece di mostrare i muscoli, mostra le ossa, le cicatrici e le rughe. Naturalmente si può rifiutare a priori l’operazione, considerando Dylan lontano da quel tipo di musica generalmente romantica e qua e là melliflua, oppure giudicando “superfluo” il disco per un autore che ha scritto alcune delle pagine più fondamentali della musica popolare. Di queste eccezioni, che ho sentito e letto molto in questo periodo, la prima la considero infondata (Dylan è immerso nel variegato canzoniere americano e nella cultura Usa fin sopra quel groviglio di paglia secca che ha al posto dei capelli), la seconda invece è ovvia, ma per me del tutto trascurabile. Se non fosse il caso di pubblicare dischi “non fondamentali”, Bob avrebbe potuto andare in pensione dopo “Oh Mercy”, e sono lieto che non l’abbia fatto.

In ogni caso, sempre secondo il mio immodesto parere, se rifiutate a priori l’operazione “Shadows”, non tenete presente la materia di cui è fatto Dylan. Se invece lo avete ascoltato e non vi è piaciuto, abbiamo parametri di giudizio diversi*. Se, infine, lo avete ascoltato e vi è piaciuto di più a ogni ascolto, ispirandovi una composta commozione… che parlo a fare? Preferisco far parlare lui, con il video fresco fresco qua sotto, e con l’immenso discorso tenuto alla cerimonia di consegna del premio MusiCares 2015, che trovate qui.

In vinile: Bob Dylan, “Shadows in the night”; Francesco Guccini, “Guccini”, “Stanze di vita quotidiana”; Pat Metheney, “80/81”; Style Council, “Our favourite shop”; Sufjan Stevens, “Michigan”.

In cd: Alasdair Roberts, “Alasdair Roberts”; Sufjan Tevens, “The Brooklyn-Queens Expressway”.

Febbraio è stato un mese di buoni acquisti. Nessun click su Amazon e spesa equamente divisa tra il mio negozio di fiducia e la solita fierucola del disco quindicinale che ultimamente c’è dalle mie parti. Pochi banchi, tra musica e fumetti, alcuni con prezzi astrali, un paio con qualche buona occasione e quotazioni più che accettabili. In particolare sono fiero per il doppio album di Metheney (con Charlie Haden al basso) su Ecm in condizioni perfette. Da lì vengono anche lo Style Council e i due Guccini.

Aspettando di dedicare ascolti al folk in salsa scozzese di Alasdair Roberts, vi annuncio che Sufjan Stevens è in procinto (31 marzo) di pubblicare un nuovo disco, “Carrie & Lowell”, già premiato con quattro stelle (e disco del mese) su Mojo, e io ho colto l’occasione per mettere in casa un paio di suoi titoli: “Michigan” è un piccolo gioiello del 2003 (vinile con codici per scaricare i file anche in Flac) dedicato allo stato americano. Potete ascoltarlo interamente cliccando sul palyer in fondo a questo pezzo. Stevens si era messo in testa (o comunque aveva promesso) di inondare i negozi con una serie di 50 album dedicati a ogni singolo stato dell’Unione, ma si è fermato dopo la seconda tappa del 2005, “Illinois”, ammettendo, in soldoni, di averla buttata lì per fare un po’ di chiasso. L’altro disco di Sufjan è  una specie di colonna sonora di un film scritto e diretto dallo stesso Stevens. Musicalmente c’è dentro di tutto, e alla fine è interessante, anche se piuttosto strambo.

di Lorenzo Mei

*Naturalmente esiste anche una vaga possibilità che io abbia torto a causa di un rimbambimento o di una recrudescenza di dylanite acuta**.

**Ma non credo.