Sono reduce dal Record Store Day, come ogni anno. Anzi, stavolta sono reduce dai record store days, perché nel mio negozio di dischi di riferimento, a Lucca, quel pazzo visionario del titolare, René, ha organizzato due concerti in vetrina, uno il sabato e uno la domenica. La cosa curiosa è che, nonostante gli scaffali siano pieni delle numerose uscite dedicate a questa ricorrenza,  durante gli showcase, se intendi comprare qualcosa e glielo dici, lui ti guarda con un’aria stranita, come dire: ma proprio ora vuoi un disco? Intendo non che è una persona scortese e che non sa fare il suo lavoro (altrimenti non sarebbe ancora aperto e non avrebbe una cerchia di appassionati che ruotano intorno al suo negozio per acquistare, farsi consigliare, discutere, travolgerlo con le chiacchiere), ma che è così tanta la passione per la musica e la volontà di promuoverla, che durante queste esibizioni, la vendita passa (quasi) in secondo piano. Quando è così la gente se ne accorge, noi ce ne accorgiamo:  la passione si infila nelle nostre vene e  sfila qualche banconota dal nostro portafoglio. Proprio perché non sembra quello l’unico motivo di tanto sbattersi.

Ho dipinto questo quadretto più che altro per dire quello che penso del Record Store Day. Onestamente della lunghissima lista di rarità ed edizioni speciali in uscita, me ne importa fino a un certo punto. Una buona parte sono bidoni, anche se non tutto: quest’anno ho preso un doppio Lp con il concerto di Londra dei Pogues che ospitavano Joe Strummer, che finirà naturalmente nella lista della spesa del prossimo mese. Vinile rosso, tiratura limitata, eccetera eccetera. Ma non è questo che mi spinge a passare due pomeriggi consecutivi in un negozio. Non è il picture disc a 45 giri con “Changes” di Bowie. Sono le iniziative “collaterali”, che in realtà dovrebbero essere il cuore di questa giornata, come appunto i concertini in vetrina, a farmi salire in macchina, prendere l’autostrada, e fare un viaggio di mezz’ora per arrivare in tempo e sentire Nicola Barghi (sabato) e Paolo Saporiti (domenica). E il RSD, per terminare questo assurdo pippone, dovrebbe servire non solo e non tanto ai clienti, ma soprattutto ai negozianti, come lezione per capire come possono resistere all’avanzamento del deserto commerciale che li accerchia, o come possono almeno procrastinare l’eventuale resa. Basterebbe chiedere al prof René, a Lucca, che fortunatamente non è l’unico.

Che Dio benedica i negozi di dischi, soprattutto quelli che hanno capito che il Record Store Day comincia il 1° gennaio e finisce il 31 dicembre.

In vinile: Robert Wyatt, “Old rottenhat”; The Pentangle, “Cruel sister”; Talking Heads, “New songs about buildings and food”; Bill Callahan, “Sometimes I wish I were an eagle”.

In cd: Max Fuschetto, “Sun na”, Glen Hansard, “It was a triumph we once proposed… the songs of Jason Molina”; Tobias Jesso Jr., “Goon”; Father John Misty, “I love you, honeybear”. Tom Waits, “Bone machine”.

Nell’elenco qua sopra ci sono cose molto diverse fra loro, come sempre. Mi avevano parlato di quel disco di Robert Wyatt, e avevano fatto molto bene: ho comprato una delle ristampe che recentemente rimandano nei negozi molti lavori del genio di Bristol e poi di Canterbury. I due lavori dei Pentangle (ristampa economica) e dei Talking Heads, che notoriamente non provengono dalla stessa cesta di delizie, li ho prelevati nella mia gita mensile ai mercatini dell’usato, a prezzo vantaggioso e in ottime condizioni. Il disco di Bill Callahan l’avevo sentito per caso, e pochi minuti dopo aver cliccato play su youtube, avevo già effettuato l’ordine on line (sì, come sapete ogni tanto compro anche su internet, e ho pure l’abbonamento a Spotify).

Il lavoro di Glen Hansard dedicato a Jason Molina è una piccola (EP) meraviglia, che ribadisce ancora una volta il talento di autore di Molina, morto nel 2013, e quello di interprete di Hansard, che in attesa di pubblicare in autunno il suo secondo disco da solista (dopo quelli con i Frames e gli Swell Season), ci ha regalato questo omaggio al collega e amico ideatore del progetto Magnolia Electric Co., che merita un approfondimento.

Detto che ho ricomprato “Bone Machine” di Tom Waits perché il mio cd acquistato nel 1992 si era danneggiato (voglio sperare che nessuno abbia pensato che mi mancasse), i due album di Father John Misty e Tobias Jesso Jr sono serissimi candidati alla playlistona con il meglio del 2015, e spero di trovare prima o poi il tempo di scriverne. Lo stesso auspicio, ma qui mi gioco una promessa, vale per l’ottimo disco di Max Fuschetto, un concentrato di eleganza, ispirazione, magnifiche atmosfere, e contaminazioni varie.

di Lorenzo Mei