Il Fuorisalone è terminato, vi abbiamo accompagnato per sei giorni attraverso installazioni, eventi, videointerviste e bellissime immagini della Milano Design Week. Ne abbiamo viste di tutte le forme e di tutti i colori, e adesso possiamo raccontarvi quali sono stati secondo noi i progetti migliori di questa edizione del Fuorisalone. I progetti che realmente ci hanno mostrato creazioni di design, quel design frutto di una progettazione che tenta di rispondere a una necessità umana. “Unhappiness Repairer” è uno dei progetti più belli che abbiamo incontrato, una straordinaria poesia capace di applicare la vera natura del Design Thinking al modo di vivere la quotidianità; il suo scopo non è commerciare un prodotto ma esplicitare un modo di pensare, quello che sta dietro alle forme e gli oggetti realizzati dalla designer Silvia Neretti.

Progettare la felicità

È possibile allenarsi, giorno dopo giorno, a essere felici? La felicità si può progettare come si fa per un oggetto di design? Se lo è domandato Silvia Neretti ed ha affrontato tali questioni nella tesi per il suo Master in Social Design, conseguito alla Design Academy Eindhoven.

Silvia Neretti, mosca bianca tra le trite esposizioni del Fuorisalone che talvolta il design lo sfiorano da lontano, in occasione della Milano Design Week ha presentato il suo progetto “Unhappiness Repairer”: qualcosa di veramente innovativo, che fondato sul Design Thinking, indaga attraverso le emozioni e gli stati d’animo delle persone allo scopo di trovare la felicità -o “riparare” l’infelicità-  attraverso la progettualità del design e un po’ di psicologia.

Il progetto di Silvia Neretti si fonda proprio sul concetto di design che è strettamente connesso alla progettazione per l’essere umano, al fine di rispondere a una necessità; lei lo ha declinato secondo il suo modo di essere e di pensare, domandandosi: perché il design non può rispondere anche al bisogno di felicità?

Silvia ci dimostra che si può riparare l’infelicità: si può imparare attraverso azioni, comportamenti e abitudini a percepire in modo nuovo un ambiente o un contesto che sono sorgente di infelicità. Sono oggetti di design -di design perché provengono da una progettualità che risponde a un’esigenza ben precisa- o come li chiama Silvia “artefatti comportamentali” che, progettati ad hoc, possono aiutare le persone a capire la natura del proprio problema e a sviluppare soluzioni alternative.

Esempio di sabotaggio: libreria (con vecchi oggetti collezionati)

“Il mio metodo vuole aiutare le persone a distaccarsi dalle influenze che percepiscono e assorbono in contesti in cui si sentono infelici, delegando questa azione delicata all’uso di artefatti comportamentali”

artefatto comportamentale aperto

Perché è scontato allenarsi, prepararsi, cambiare le proprie abitudini per migliorare se stessi, per sviluppare competenze o per affrontare nuove situazioni, mentre la felicità rimane qualcosa di astratto, qualcosa che sta al di sopra delle nostre possibilità di intervenire? Come ci si allena a correre tutti i giorni per prepararsi a una maratona, o si cambiano abitudini per perdere un vizio, o ancora si modifica l’alimentazione per la propria salute, perché non ci si può allenare con comportamenti quotidiani ad essere felici? Il progetto di design di Silvia Neretti, che in realtà è un vero e proprio metodo, punta a usare il design per far sì che le persone si attivino e facciano concretamente qualcosa per affrontare il proprio problema, disagio o situazione d’infelicità.

Dunque per allenarsi ad essere felici, bisogna partire da ciò che al contrario ci rende infelici, distaccarsene o cambiare punto di vista sul problema e sul contesto. Giorno dopo giorno gli “artefatti comportamentali” di Silvia permettono alle persone di comprendere e sviluppare una nuova direzione da seguire, quella che va verso la felicità!

Esempio di sabotaggio: "cintura di castità per iPhone"

“Gli oggetti che ci circondano sono osservatori silenziosi della nostra quotidianità, ciascuno ha un passato e racconta una storia”

Gli oggetti ci influenzano moltissimo nella quotidianità, quando nel luogo in cui si vive viene modificata una dinamica, di conseguenza cambiano gli equilibri, i comportamenti, insomma tutto cambia. In pratica il metodo “Unhappiness Repairer” si basa sul concetto del sabotaggio: se un ambiente è motivo di infelicità, meglio sabotarlo modificando gli oggetti che ne fanno parte, costringendosi così a non usarli -o usarli in maniera diversa- e conseguentemente a cambiare azioni, comportamenti, abitudini.

Esempio di sabotaggio: sedia e laptop

“Unhappines repairer” è professione e metodo che combina il design e la progettazione di artefatti comportamentali con alcune teorie psicologiche, con lo scopo di trasformare la felicità in un meccanismo da imparare, tramite il quale fare esperienza della quotidianità”

Ingrid, prima cliente che ha provato il metodo "Unhappiness Repairer" di Silvia Neretti

In questo video Silvia Neretti ci mostra il processo che sta dietro ad “Unhappiness repairer”, portando l’esempio di Ingrid, la prima cliente con la quale ha sperimentato il suo metodo di Social Design.

E se dopo aver visto il video vi è venuta voglia di saperne di più e contattare Silvia Neretti, ecco i riferimenti qui:

www.theunhappinessrepairer.com

hello@theunhappinessrepairer.com – silvia.neretti@libero.it

@SilviaPillow

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Silvia Neretti

Silvia ha 29 anni ed è nata a Bologna. Si è laureata nella Facoltà di Design e Arti all’Università di Bolzano, per poi frequentare il Master in Social Design alla Design Academy di Eindhoven. È affascinata da come gli oggetti ci fanno comportare e dal comportamento umano. Progetta oggetti, situazioni, servizi ed esperienze “scombinando” la  quotidianità delle persone. Questa è la ricerca a cui lavora dalla sua tesi triennale: collegare teorie sociologiche e psicologiche alla progettazione, traducendole in oggetti terapeutici, che Silvia chiama ‘artefatti comportamentali’ utilizzando la teoria ANT di Bruno Latour, in un metodo che allena la felicità e il cambiamento, in modo inaspettato.