Joe Strummer ha fatto parte dei Pogues. Forse non lo sapevate, o non lo ricordavate. Forse invece sì, e questo dimostrerebbe che la vostra memoria è migliore della mia. Bella forza. Comunque ho sempre trovato la band irlandese, di cui non posseggo una discografia sconfinata (per usare un eufemismo) tra le più divertenti che conosca. Ecco, io non so ballare e non ho nessuna intenzione di farlo, ma quando sento un pezzo suonato dai Pogues, i miei piedi cominciano a muoversi in automatico, con grande sofferenza per gli dei della danza. Ad ogni modo, quando nel Record Store Day ho visto l’edizione speciale di questo doppio vinile con i Pogues e Strummer in  concerto a Londra, non ho saputo resistere, nonostante il prezzo non esattamente politico (36 euro). Sono andato a casa con  timore, ricordando la sòla che avevo preso nel 2014, comprando un disco simile di Johnny Thunders che sembra registrato nella gabbia dei leoni marini in amore. Per fortuna stavolta mi è andata bene: i due Lp suonano a meraviglia e raccontano molto bene la serata del 12 dicembre 1991 al Forum di Londra, nel corso di una delle due tournée con Strummer. Oltre alle canzoni dei Pogues (la parata si apre naturalmente con “I should fall from grace with God”), ci sono anche bombe targate Clash, come l’immancabile “London calling” e “I fought the law”. La prima cosa che mi viene in mente è che nel 1991 avevo vent’anni, quindi mi chiedo perché diavolo non fossi a quel concerto. La seconda è che i Clash sono un’altra delle band che mi costringono a ballare, e che quindi forse non è vero che io non ballo. Alla faccia degli dei.

In vinile: The Pogues with Joe Strummer, “Live in London” (2LP Record Store Day limited edition); Courtney Barnett, “Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit”; Eels, “Royal Albert Hall” (3 Lp+Dvd).

In cd: Sufjan Steven, “Carrie and Lowell”; Gill Scott-Heron, “I’m new here”; John Martyn, “Solid air”, “Bless the weather”, “One world”; Paolo Saporiti, “Paolo Saporiti”.

Il disco di Sufjan Stevens è forse quello che fin qui ho preferito tra le uscite del 2015, e una conferma del talento di questo musicista che ha saputo spaziare e cambiare faccia, ma che probabilmente dà il meglio di sé quando si costruisce attorno architetture folk e atmosfere tendenti al malinconico, al riflessivo. Un’altra vera perla di quest’anno è l’album di Courney Barnett, con molti riferimenti possibili: forse parlare dell’allungamento ideale di una linea che parte da Patti Smith e passa per PJ Harvey, per restare in ambito femminile, è riduttivo, perché c’è molto di più, ma ci può stare.

Gli Eels sono un mio pallino, sicuramente l’ho già scritto. Per questo ho scelto di comprare il triplo vinile viola con il dvd del concerto alla Royal Albert Hall. La scorsa estate ho dato clamorosamente buca a Mark Oliver Everett, perché la notte del concerto a Fiesole io l’ho passata ad ascoltare Glen Hansard insieme a una quarantina di persone in una vecchia tipografia di Lucca, evento di cui ho parlato mille e mille volte, e che non sto a raccontarvi da capo (cercate su google Glen Hansard concerto segreto Lucca se proprio siete in deficit di informazioni). Con questo live rimedio solo in parte, ma lo faccio comunque con un ottimo disco, e con un E. in ottima serata, spiritoso e coinvolgente, seppure vagamente prolisso in certi momenti (l’edizione in cd forse è consigliabile per la possibilità di saltare le parti parlate, ma il vinile contiene comunque il codice per il download).

Ho preso tre pietre miliari della discografia di John Martyn, che mi vergogno di non aver comprato prima, anche se diciamo che le avevo ascoltate comunque. L’ultimo disco pubblicato da Gill Scott-Heron è prezioso:  lontano dal pompaggio funky che il nome suggerisce, trasporta l’ascoltatore in mezzo ad atmosfere quasi sempre scurissime, in una specie di confessione a sé stesso breve ma di grande intensità.

Tanto per restare immersi negli umori dolorosi, Paolo Saporiti lo avevo ascoltato a Lucca proprio nel giorno dedicato ai negozi di dischi: il suo lavoro merita (e richiede) attenzione, mettendo insieme un’ispirazione prettamente cantautorale e sonorità qua e là acide e distorte, componendo un mosaico che, se vive quasi sempre su tonalità buie e non accelera quasi mai, si distingue dalla moltitudine del già sentito.

di Lorenzo Mei