Noi non abbiamo dubbi su tale quesito, prima di essere un investimento, il Land Grabbing è sfruttamento. Land Grabbing or Land to Investors? È il titolo dell’esposizione del fotogiornalista Alfredo Bini, in mostra fino al 5 giugno alla Galleria San Fedele di Milano, volta a mostrare che cos’è il Land Grabbing e quali sono i reali risvolti di tale fenomeno.

Si definisce Land Grabbing “l’accaparramento dei terreni” nei Paesi in via di sviluppo da parte di diverse figure che, acquistandoli a basso costo, ne traggono beneficio finanziario. Questo fenomeno si è diffuso in particolar modo a partire dal 2008, quando l’investimento agricolo è diventato più redditizio e Paesi industrializzati, Paesi emergenti e multinazionali, hanno iniziato a investire, sfruttando le risorse dei Paesi più poveri.

Questa pratica se da una parte vede un investimento in Paesi bisognosi di nuove risorse, dall’altro comporta il rischio per le popolazioni locali di perdere il potere di controllo e di accesso alle proprie terre, perché ormai cedute insieme alle preziose risorse naturali che ne fanno parte, come le miniere di minerali, l’acqua, le foreste, e i campi agricoli.

Expo 2015 è dunque occasione anche per affrontare questa tematica importante, strettamente collegata al mercato mondiale del cibo, attraverso le fotografie e il documentario della mostra di Alfredo Bini, curata da Gigliola Foschi e realizzata grazie alla collaborazione del COE e del Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina.

Il documentario di Bini parte da uno dei Paesi più poveri al mondo, l’Etiopia, per mostrarci l’ambiguità e gli effetti sulla popolazione e l’ambiente locale di una pratica che destina terre, fino a quel momento adibite ad altro uso, alla monocoltura. La ricerca è poi proseguita in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti dove è stato possibile verificare quanto sia complesso il fenomeno e quanto possa incidere sia sulla sicurezza alimentare che sull’accesso all’acqua potabile. Una forma di investimento che ha poco in comune con lo sviluppo.

Il land grabbing, che in Africa vede coinvolti Paesi come il Madagascar, il Ghana, il Mozambico, il Sudan e l’ Etiopia – non mira certo a “nutrire il pianeta” bensì ad arricchire le multinazionali che investono e ad avvantaggiare i Paesi ricchi. Il land grabbing si presenta insomma come un’ultima versione del neocolonialismo,  che priva della loro terra i pastori e i piccoli coltivatori locali, oltre a comportare l’abbattimento di foreste e il sequestro delle zone di pascolo, l’erosione del suolo, l’accaparramento dell’acqua e la perdita della biodiversità.