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Intervista a Teresa Forcades i Vila

Dai movimenti popolari nati come reazione alla crisi emerge la convinzione che il futuro dell’Europa richieda un cambiamento radicale del modello economico, sociale e politico che essa si è data: è la posta in gioco anche alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. È il punto di vista di Teresa Forcades i Vila, benedettina catalana, che guarda alla realtà europea da una prospettiva diversa da quella di Pat Cox, ex presidente del Parlamento europeo, la cui opinione ha trovato spazio nelle pagine immediatamente precedenti.

Tra i vari movimenti e piattaforme nati negli ultimi anni in Spagna a seguito del Movimento 15-M (cfr Mateos Martín e Sanz Abad 2012), vi è anche il catalano Procés constituent (Processo costituente). Il movimento conta l’adesione di circa 50mila persone, oltre a decine di assemblee locali e gruppi di lavoro tematici, e avanza la richiesta di aprire un processo costituente in Catalogna che porti alla sostituzione dell’attuale modello economico, istituzionale e politico. Un elemento che suscita forse una certa sorpresa e rompe diversi stereotipi, è che una delle sue promotrici veste l’abito benedettino e nei suoi incontri e nelle sue conferenze fa continuamente riferimento alla Bibbia e alla teologia. Si tratta di Teresa Forcades i Vila, monaca benedettina del monastero di Sant Benet de Montserrat e dottore di ricerca in Sanità pubblica presso l’Università di Barcellona e in Teologia presso la Facoltà di Teologia della Catalogna. Definita in un approfondito reportage della BBC (1) «intellettuale, di sinistra, separatista, rivoluzionaria e anticapitalista», Teresa, sempre in ricerca e inquieta, coniuga in questo momento la sua dedizione alla politica e al movimento Procés constituent con l’insegnamento presso la Facoltà di Teologia dell’Università Humboldt di Berlino. L’abbiamo intervistata sul suo impegno politico e sulla sua visione del momento attuale.

Il movimento 15-M (nome che deriva dalla data, 15 maggio 2011, in cui vi furono le prime manifestazioni in più di 50 città spagnole) è più conosciuto in Italia come movimento degli indignados. È una realtà nata spontaneamente, in cui sono comprese diverse associazioni e collettivi che contestano l’attuale sistema economico e chiedono una democrazia più partecipativa. In Internet la protesta è divenuta popolare con il nome di Spanish Revolution, l’hashtag usato sul social network Twitter.

La prima domanda è d’obbligo. Che cosa ha spinto una religiosa contemplativa a impegnarsi politicamente e a guidare un movimento di protesta e di democrazia radicale come Procés constituent?

Lessi i Vangeli per la prima volta a 15 anni, e in quello stesso periodo un gesuita mi prestò il mio primo libro di teologia, Gesù Cristo liberatore di Leonardo Boff (ed. or. 1972, 1990). Nella mia famiglia e nel mio ambiente non mi avevano detto molto del cristianesimo. Non c’era ostilità nei suoi confronti, ma la convinzione che fosse una struttura decadente e senza interesse. Poi incontrai persone impegnate, non solo in teoria ma anche in pratica, a favore dei poveri, dei più sofferenti. L’esperienza di Dio mi apparve, allora, non come qualcosa di astratto, ma identificata con la relazione che si ha con le persone più vulnerabili della comunità. D’altronde, il Vangelo ha una chiara dimensione politica, come ha messo in luce la teologia della liberazione negli ultimi decenni (cfr Durand 2012). Questo non significa che per seguire il Vangelo si debba far parte di un partito, ma per me la dimensione politica è una componente essenziale del modo in cui ho compreso il Vangelo fin dall’inizio. Detto questo, il mio attuale impegno nasce dalla proposta che mi hanno fatto alcune persone dei movimenti sociali di mettere la mia credibilità al servizio di un progetto di rottura pacifico e democratico, cui ho aderito dopo un discernimento con la mia comunità.

Nell’interpretazione di Laclau e Mouffe (2001), la democrazia radicale ha come fine la realizzazione radicale della democrazia liberale attraverso l’estensione delle lotte democratiche per l’uguaglianza e la libertà a una serie più ampia di relazioni sociali. Non propone un progetto istituzionale definito e alternativo a quello attuale, ma è portatrice di un orizzonte culturale che intende incidere e trasformare l’ordinamento sociale esistente (cfr Cini 2012).

A livello di comunità cristiane, religiose e di Chiesa istituzionale, l’impegno ad assistere i più deboli sembra evidente, soprattutto in tempi di crisi. Ma come recuperare o svegliare una dimensione più chiaramente politica?

Nelle attuali circostanze non incoraggerei nessuno a entrare in politica, se non per promuovere una rottura. Non penso che sia così cattiva l’intuizione dei cristiani che preferiscono “dare un pacco di riso” piuttosto che “iscriversi a un partito politico”, dato che la situazione attuale è tale da far naufragare ogni proposito di cambiamento, indipendentemente dalla bontà delle intenzioni. Per questo motivo, movimenti come Procés constituent promuovono un programma di rottura: dobbiamo smantellare l’attuale sistema e organizzarci perché si realizzino le condizioni necessarie per un esercizio degno dell’azione politica.

Invece la Chiesa, a livello di gerarchia, in particolare in Spagna, sta facendo politica, molta politica. Ma quale politica? Una politica di connivenza, di protezione degli interessi dell’istituzione ecclesiale, di difesa degli interessi ideologici che – a mio giudizio – non sono evangelici. L’istituzione ecclesiale non deve proteggere se stessa, non deve annunciare se stessa, né essere autoreferenziale, ma deve procedere sempre animata dalla sua missione, cioè il kerygma: annunciare la Buona Notizia ai poveri.

Questo disincanto politico non si ritrova solo nelle comunità cristiane, ma è generalizzato…

Sì, è vero. Come spiegare altrimenti una scarsa partecipazione che non raggiunge nemmeno il 50% in elezioni come quelle del Parlamento europeo? La disaffezione politica è una realtà che deve essere cambiata facendo quanto proposto dal movimento degli indignados: un appello rivolto a tutti. In questa rottura l’anticapitalismo gioca un ruolo essenziale. Non sarà possibile alcun cambiamento se non si mette in discussione il capitalismo, secondo cui il massimo profitto è il miglior criterio per organizzare l’economia. Le persone cominceranno a mobilitarsi solo se poniamo in essere nuove condizioni che rendano possibile un cambiamento, anche se, dopo, di certo resta ancora molta strada da percorrere.

Tuttavia il potere non è più nelle mani degli attori tradizionali, cioè lo Stato-nazione o i partiti politici, ma di qualcosa di etereo come ad esempio “i mercati”. Anche se si potessero avere delle maggioranze sociali, quale sarebbe il margine per recuperare spazio politico e potere?

Non sono certo i rappresentanti eletti dal popolo a detenere il potere reale, ma il potere non è qualcosa di etereo. Dal momento in cui il capitalismo è rimasto senza un contro-potere a livello globale, sono stati firmati tremila trattati internazionali, bilaterali o multilaterali sotto gli auspici dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO, World Trade Organization). Il capitalismo“iper-regolamenta”, regolamenta in modo severo e dettagliato, ma lo fa sulla base di interessi particolari che sono in contrasto con l’interesse generale. Nel caso dell’Europa, ci sono alcuni trattati che annullano o limitano la capacità decisionale dei parlamenti; inoltre, abbiamo un Trattato di Lisbona che svolge il ruolo di “costituzione” senza essere stato votato dal popolo e che in pratica limita i poteri di un parlamento nazionale (cfr Sapienza 2008 e Nascimbene 2010). Pertanto c’è un sovvertimento reale e per nulla “etereo” della democrazia. Nel suo libro Las metáforas teológicas de Marx (Dussel 1993), il filosofo argentino Enrique Dussel afferma che Marx recupera il concetto di “feticcio” dalla Bibbia. Un feticcio è qualcosa fatto da mani d’uomo (la parola “feticcio” deriva dal latino facere). Dimenticando che è un nostro prodotto, collochiamo questa cosa su un piedistallo, l’adoriamo e le permettiamo di esige- re sacrifici umani. In questo senso sono “feticci” l’attuale sistema economico e il denaro. Nel 2011, da un giorno all’altro, in Spagna è stata cambiata la Costituzione senza alcun tipo di referendum per adorare il feticcio (2). La buona notizia è che il sistema economico è “qualcosa di costruito da mani umane”, e quindi, se superiamo la dinamica feticista, ci renderemo conto che dipende da noi e non viceversa. Il sistema economico può e deve essere cambiato quando esclude e danneggia la maggior parte della popolazione.

Il Trattato di Lisbona, siglato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009, ha portato a compimento il ridisegno delle istituzioni comunitarie intrapreso con i Trattati di Maastricht (1992), di Amsterdam (1997) e di Nizza (2001) e interrotto con la bocciatura della Costituzione europea nei referendum francese e olandese del 2005. A Lisbona i 27 Stati allora membri dell’Unione Europea hanno, tra le altre cose, deciso di conferire maggiori poteri al Parlamento europeo e di istituire le figure del presidente del Consiglio europeo e dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Significativa è stata la scelta di riconoscere alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000 lo stesso valore giuridico dei trattati.

Per fare questo, nei suoi scritti insiste sul «recupero della soggettività politica». Che cosa significa?

Più che di recupero, preferisco parlare di “attivazione”, perché non è possibile perdere la soggettività politica in quanto è intrinseca alla persona. Tanto meno è data da qualcuno, essendo una parte costitutiva di ogni persona. A mio parere non va legata tanto alla cittadinanza quanto al fatto di essere creati a immagine di Dio. Questo è il mio modo di intenderla, ma ciascuno può esprimersi a suo modo e parlare, ad esempio, di dignità personale. Solo un meccanismo di alienazione può rendere inattiva la soggettività politica e far smarrire la consapevolezza di averla. Da qui l’importanza di attivare questa soggettività. È quanto percepiamo che sta accadendo nel nostro Paese: un processo di attivazione della soggettività politica. Il potere si sta rendendo conto di questo e non sta tardando a rispondere, non resta mai fermo (ride).

C’è anche un problema di mediazioni. I principali soggetti sociali sono screditati (partiti, sindacati…), allora quali strumenti abbiamo a disposizione per incanalare questa attivazione?

Penso che il Procés constituent sia un ottimo strumento e che possa essere esteso ad altri contesti. Si tratta di una proposta che, invece di voler costituire una macrostruttura o un partito politico che vuole conservare nel tempo il potere, cerca di rendere possibile un’alleanza strategica di rottura tra diversi soggetti (movimenti sociali, partiti già esistenti, persone e gruppi che fino ad ora non si erano sentiti chiamati all’impegno politico). Questa alleanza dovrebbe essere la più ampia possibile, perché solo così può essere maggioritaria. Nel nostro caso un ruolo fondamentale è stato svolto anche dalla situazione politica e dal desiderio di indipendenza politica della Catalogna, che ci permette di aprire una discussione di grande ampiezza e profondità circa le condizioni di convivenza e di organizzazione politica. Stiamo vivendo un momentum classico: quando c’è un aumento del malessere sociale, questo si incanala verso una rivendicazione nazionalistica. È un fenomeno che si è già verificato nel corso della storia e il caso più recente è quello della riunificazione tedesca. Stanchi di anni di regime comunista, sentendo parlare del “popolo” senza che il popolo reale avesse né voce né voto, il popolo della Germania orientale è sceso in strada gridando «Wir sind das folk»: noi siamo “il” popolo, non il Politburo. Di fronte questa ondata di rivendicazioni che aveva il potenziale di creare un vero e proprio Stato sociale nella Germania orientale, di fronte alla minaccia che questo rappresentava per la coscienza addormentata o l’alienazione della parte capitalistica, Helmut Kohl fu abbastanza abile a cambiare il grido «Wir sind das folk» in «Wir sind ein folk»: noi siamo “un” popolo, perciò vogliamo la riunificazione. È l’inizio di un nuovo discorso: privatizziamo tutto perché ciò che conta è “tornare insieme”. In Catalogna può succedere qualcosa di simile; ci sono persone favorevoli all’indipendenza e al rafforzamento del nazionalismo che rinviano la questione sociale a un secondo momento. Al contrario, noi ci siamo impegnati a rafforzare un processo costituente che lavori in modo chiaro per un nuovo ordinamento economico, politico e sociale. Non possiamo permettere che la questione nazionale e quella sociale siano separate.

Parliamo dell’Europa e delle prossime elezioni del Parlamento europeo: l’Europa è parte del problema o della soluzione?

L’Europa è ovviamente parte del problema e deve anche essere parte della soluzione. È parte del problema, perché c’è stata una Unione Europea che è stata costruita in modo tale da privilegiare o rafforzare interessi commerciali particolari. Come si spiega che per introdurre un salario minimo a livello europeo sia necessaria l’unanimità di tutti i Paesi, e invece per approvare un trattato trans- nazionale che de facto invalida le decisioni parlamentari è sufficiente l’azione della Commissione europea? È un’Europa più commerciale che sociale. La strutturazione del processo decisionale in Europa riduce sistematicamente la democrazia reale e la sovranità. Pertanto, non è una Europa sociale.

L’unione monetaria è stata realizzata senza tener conto delle analisi dei migliori economisti che raccomandavano un euro almeno a due velocità. Era nelle previsioni che con una moneta unica ci saremmo incamminati verso una sorta di neocolonialismo dei Paesi dell’Europa del Nord nei confronti di quelli del Sud. Per questo l’Europa è parte del problema.

Queste misure di austerità le definisco “criminali”, senza troppi giri di parole. Apprezzo l’austerità e penso che sia un concetto che meriti rispetto, per questo non posso riferirlo alle politiche che possono ridurre il 25% dei bambini della Catalogna alla malnutrizione. La modifica della Costituzione spagnola del 2011, che ha permesso di tagliare sui diritti sociali fondamentali in forza di un debito contratto per il salvataggio delle banche, è un attacco diretto alla democrazia e a tutto ciò che essa rappresenta. Per questo l’Europa è parte del problema.

E anche della soluzione?

Certamente, perché se l’Europa non fosse parte della soluzione allora non ne avremmo alcuna. A mio parere, l’idea di Europa è interessante perché è nata come un progetto di orizzontalità che poteva essere in seguito esteso o ampliato. Ma a partire dal Trattato di Lisbona abbiamo costruito una struttura piramidale, con un Par- lamento soggetto a un testo lungo e complesso, che le persone non conoscono, non capiscono e non hanno votato. L’Europa fa parte della soluzione fintanto che è possibile e auspicabile creare in essa alleanze per cambiare le regole della nostra società. Anche a livello europeo è necessario pensare a un modello di rottura pacifico e democratico, poiché non è possibile ragionare in termini di continuità con l’attuale modello né semplicemente di riformarlo. Con la parola “anticapitalismo” indichiamo la necessità e l’urgenza di liberare il potere politico dal giogo del potere economico. Solo così la democrazia è possibile.

Con il voto legittimiamo questa situazione o il Parlamento europeo può ancora giocare un ruolo in questo scenario?

Se non votiamo, che cosa facciamo? In una democrazia la strategia per operare una rottura è quella di votare una candidatura di rottura. Esistono anche altri meccanismi, come un referendum o una massiccia raccolta di firme che obblighi a un dibattito approfondito in Parlamento. Le possibilità immaginabili sono molte.

È possibile un’alternativa europea di sinistra? Un Procés constituent europeo?

Un movimento esiste di certo. Qualche mese fa, ad esempio, è stato a Barcellona Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, che è venuto quasi come un pompiere a spegnere gli incendi. Non ha detto di essere anticapitalista, ma quasi (ride). Lo interpreto come un tentativo di evitare la vera alternativa. Credo che si siano resi conto che nel Parlamento europeo la situazione del bipartitismo può cambiare, perché in diversi Paesi stanno emergendo partiti e movimenti di rottura. In Germania c’è il Partito Pirata, ad esempio, e anche in Spagna vi è la possibilità di realizzare qualcosa di simile. Molte persone sono disposte a votare questi partiti alle elezioni europee, mentre non oserebbero forse farlo in quelle regionali o statali. Vogliono approfittare delle elezioni europee per mandare un messaggio: siamo indignati e non abbiamo fiducia nei partiti tradizionali.

Il Partito Pirata tedesco, nato nel 2006, ha nel suo programma i temi della libertà di internet e la lotta contro le regola- mentazioni statali in questo campo. Fa parte dell’Internazionale dei Partiti Pirata, un’organizzazione costituita nel 2010 i cui membri provengono da 42 Paesi. Si tratta di formazioni politiche che nascono nei movimenti per la libertà e che perseguono i loro obiettivi all’interno del sistema politico piuttosto che attraverso l’attivismo.

Ma l’alternativa può venire anche dall’estrema destra. Marine Le Pen guida i sondaggi in Francia, lo stesso succede per partiti analoghi in Austria, Norvegia, Paesi Bassi… Sembra che l’euroscetticismo si stia consolidando e che si consoliderà nelle prossime elezioni.

Sì, questo è vero. Ecco perché insisto tanto sul fatto di non separare la questione nazionale da quella sociale. È l’unico antidoto che vedo all’ascesa del nazionalismo in questi tempi di malessere sociale. Il tema nazionale ha radici, un’emotività e una letteratura che possono convertirlo in un catalizzatore. È il “noi” atavico e tribale. Come suora contemplativa sono una persona di comunità, perciò credo in questa realtà di appartenenza e sono consapevole della necessità di sentirsi parte di un gruppo. Penso che sia una sfida per le sinistre l’essere in grado di radicare il discorso della giustizia sociale e dei diritti individuali in comunità che siano organiche, comunità che meritino davvero questo nome. Penso che questa sia la via per far fronte all’ascesa dell’estrema destra.

In questo senso, sembra che viviamo in un momento cruciale. Questo malessere, esistente in gran parte d’Europa, può venir meno in due modi: grazie a una maggiore giustizia sociale oppure grazie al consolidamento delle piccole identità nazionali che rendono irrealizzabile il progetto europeo.

Sicuramente si abusa dell’espressione “momento storico” o “momento cruciale”, ma aggiungerei alle due possibilità citate quella che finisca per consolidarsi un modello piramidale di Europa, un modello antidemocratico. Per fortuna ciò non è ancora avvenuto, ci sono crepe e buchi che possono permettere di entrare dentro al sistema e smontare questa struttura antidemocratica. Certamente non vi è alcuna garanzia che la rottura andrà nel senso di un progetto di maggior giustizia sociale, ma dobbiamo provarci e lavorare per questo. Sì, siamo in un momento cruciale.

Un tema che ha a che fare con tutto questo è quello della paura. Quali strategie per superare la paura in un momento come quello che stiamo vivendo?

Sono solita distinguere tra due tipi di paure. La prima è quella di perdere lo stipendio che ti dà da mangiare o che permette alla tua famiglia di vivere; ho profondo rispetto per questa paura. Non penso che dovremmo incoraggiare le persone a combattere da sole, perché l’unico risultato che otterrebbero sarebbe la perdita del lavoro. La situazione per molti è davvero drammatica.  L’altra paura è quella che la nostra azione collettiva e organizzata conduca a un’alternativa peggiore. Dobbiamo combattere contro questa paura perché è ciò che ci impedisce di mobilitarci. Di fronte a questa paura dobbiamo fare memoria della storia, vedere che cosa è successo in altri processi storici di rottura, di rivoluzione; vedere come questi processi, anche se non sono stati lineari né facili, il più delle volte hanno portato miglioramenti per l’intera società. Incoraggio tutti coloro che ci leggono a partecipare a una piattaforma di movimento o rottura. O a crearla.

E anche a essere informati…

Giusto. Perché la paura molto spesso è associata a una vertigine di cui si ignora la causa e questa ignoranza paralizza. Il processo di presa di coscienza è lento e non possiamo chiedere alla gente di farlo in un giorno, dobbiamo facilitarlo avendo il massimo rispetto per i processi e i ritmi di ognuno. E se, nonostante il nostro sforzo, continueremo a sbattere contro strutture sempre più rigide, non ci fermeremo, ma riconsidereremo ciò che deve essere rivisto e continueremo. È una lotta a lungo termine, ma per me è una lotta che ha un senso in sé, perché quello che stiamo facendo con il movimento è tentare di dare una risposta degna a una situazione di ingiustizia. Come vivere umanamente una situazione di ingiustizia senza affrontarla?

di Santi Torres SJ

Centro studi Cristianisme i Justícia di Barcellona

Articolo pubblicato su Aggiornamenti Sociali, aprile 2014 (302-310)

1 Cfr Wells M., «Sister Teresa Forcades: Europe’s most radical nun», BBC News Magazine, 14 settembre 2013, <www.bbc.com/news/magazine-24079227>.

2 La riforma del 2011 ha modificato l’articolo 135 della Costituzione spagnola introducendovi il principio del pareggio di bilancio. La riforma fu proposta dal Go- verno ricevendo il sostegno dei due partiti principali, il Partito popolare (PP) e quello socialista (PSOE). Una riforma analoga è stata realizzata in Italia dalla L. cost. 20 aprile 2012, n. 1, che ha modificato gli artt. 81, 97, 117 e 119 Cost.

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Risorse:

BoFF L. (1990), Gesù Cristo liberatore, Cittadella, Assisi (ed. or. 1972).

cini L. (2012), Società civile e democrazia radica- le, Firenze University Press, Firenze.

durand A. (2012), «Scelta preferenziale per i poveri», in Aggiornamenti Sociali, 11, 800-803.

dussel E. (1993), Las metáforas teológicas de Marx, Verbo Divino, Estella (Spagna).

laclau E. – mouFFe C. (2001), Hegemony and Socialist Strategy, Verso, London.

mateos martín O. – sanz aBad J. (2012), «Spagna: dall’indignazione alla speranza. Il percorso del Movimento 15-M», in Aggiornamenti Sociali, 6, 495-503.

nascimBene B. (2010), «Partecipazione democratica nell’Unione Europea. Le innovazioni del Trattato di Lisbona», in Aggiornamenti Sociali, 11, 681-690.

saPienza R. (2008), «Lisbona 2007: un nuovo Trattato per l’Unione Europea», in Aggiornamenti Sociali, 2, 127-135.

Titolo originale «No debemos permitir que se consolide un modelo antidemocrático de Europa». Traduzione di Giuseppe Riggio SJ. Note, riquadri e neretti a cura della Redazione.