Provate a immaginare una torre di Babele dalla quale, invece di un fastidioso groviglio incomprensibile, provenga un suono perfettamente compiuto. Linguaggi che si (con)fondono, si sovrappongono, si incatenano spostando l’attenzione dalla necessità di comprendere alla possibilità  di godere. E’ un po’ quello che succede ascoltando il disco di Max Fuschetto, “Sùn Nà”. Non solo perché i brani sono cantati in lingue diversamente lontane, ma anche perché il tessuto musicale è fatto di elementi apparentemente anche molto distanti fra loro: la lezione dei compositori del Novecento, i richiami etnici di varia provenienza, la sperimentazione contemporanea, l’uso dell’elettronica, la seduzione del passato remoto.

Il risultato, lo dicevo all’inizio, è di grande suggestione. Non è semplice, nel senso di banale o di elementare, eppure  non è faticoso da ascoltare. L’unico sforzo che va fatto è non cercare incasellamenti, non fermarsi al significato di parole che sono usate prima di tutto come suoni. Insomma, questo album ci ricorda che non sempre la musica ha bisogno di essere decodificata, non sempre è una stupefacente espressione matematica tradotta in note, e non sempre c’è bisogno di capire quali regole abbia seguito l’architetto per far stare in piedi il suo edificio.

Naturalmente tra i significati che si possono cercare a monte di questa operazione, uno è questo: elementi diversi stanno bene insieme, si fondono e producono qualcosa che, proprio in quanto frutto di contaminazione, è nuovo, e sempre giovane. Sembrerebbe esserci un intento che va anche oltre l’arte ma, senza spingerci così lontano, si può aggiungere che in qualche modo Sùn Nà è anche jazz, naturalmente in un senso molto lontano dall’appartenenza a un genere, e solo se per jazz si intende una musica capace di “ospitare” culture esterne e farle diventare fonti di energia e rinnovamento, come mi diceva qualche mese fa dave Liebman in un’intervista: “Il jazz in America ha già detto tutto quello che poteva, oggi ha disperatamente bisogno della musica di tutto il mondo per restare vivo”.

Il titolo che l’oboista campano ha dato al al suo lavoro è “Sùn Nà”, che nel dialetto africano Yoruba significa “sogno”, e forse questa scelta si può intendere come un invito all’abbandono verso uno stato mentale che ci apre all’esperienza mediata dall’immaginazione e non dalla  ragione. “Non verranno addomesticati i miei sogni/il sogno è nel tuo vociare misterioso” infatti è la chiusura (tradotta in italiano sul bel libretto) del primo brano, “Oniric states of mind”, una specie di introduzione a ciò che ci aspetta durante l’ascolto. “Secret shadows”, il pezzo che segue, è molto più spoglio, sostenuto soprattutto dal piano e impreziosito dalla viola. La struttura di ripetizioni e divagazioni ci accompagna fino a “Qem ma tija”, che evoca atmosfere di viaggio: torna la voce di Antonella Pelilli, la chitarra elettrica celebra un curioso matrimonio con il corno.

“Si Trendafile” è uno dei momenti più lirici, “Return to A.” è un magnifico crescendo che si muove in progressione, dal silenzio alle atmosfere rarefatte, fino a diventare più completo e corale, anche se sempre estremamete misurato. La voce qui è suono senza parole, e la melodia è una delle più efficaci del disco.

“Paisagem do Rio” è la delicata scomposizione di ispirazioni varie: dall’America Latina all’Asia, passando per la musica colta contemporanea, accennando al free jazz. Eppure questa somma di elementi si produce in una sorta di sottrazione di suoni, in cui ogni singola nota, in un gioco di pieni e vuoti con il silenzio, conquista un’importanza particolare. “Vibrazioni liquide”  aggiunge l’elettronica, mentre “In preghiera” è una brevissima dichiarazione che tradotta in italiano dice: “La vita mia/sei dove voglio essere/dove sei tu io sono”.

Prima della chiusura c’è una necessità di attenzione, o forse di affidamento e di abbandono, maggiori: “Samaher” dimentica quasi del tutto una linea melodica tradizionale e  realizza quella con(fusione) di cui parlavo all’inizio, disegnando un labirinto di fiati, chitarre, interventi elettronici, percussioni e archi. Il sigillo finale è “Le rose di Arben”, con la partecipazione di Andrea Chimenti alla voce, di cui è stato realizzato un video ufficiale che rende merito ad alcuni dei protagonisti di questa bella operazione e che potete ascoltare qui sotto.

di Lorenzo Mei