Sempre più spesso siamo abituati ad accantonare l’italiano in favore dell’inglese; ma quanto è affascinante incontrare un anglofono che sappia parlare la nostra lingua? Minna Proctor è una di questi rarissimi esemplari. Nata ad Oberlin (Ohio) nel 1971, Minna è saggista, insegnate, critica letteraria, editor in chief per The Literary Review. Ma soprattutto Minna è una traduttrice dall’italiano all’inglese. Tra le sue traduzioni ricordiamo The Anglel History di Bruno Arpaia (originale: L’Angelo della storia) e la raccolta di novelle di Federigo Tozzi Love in Vain, insignito del prestigioso PEN Poggioli Prize nel 1998.

Minna Proctor

Newyorkese rampante – la sua casa è situata nel cuore di Brooklyn, dopo anni di inseguimenti (anni, sono seria) è finalmente ospite del nostro blog con un’intervista densa di riflessioni. Di cosa abbiamo parlato? Di letteratura e traduzione, ovviamente. Ma anche delle bassisime percentuali di libri tradotti negli States e di un certo Tennessee Williams. La parola a Minna, che regala a ChomeTEMPORARY una intervista lunga e preziosa. [Le immagini ci sono state gentilmente concesse da Laura Martorelli.]

Grazie alla gentile concessione di Laura Martorelli

Lavori nel mondo dell’editoria dal 1995, sei stata e sei editor per svariate riviste, ti occupi di traduzione, insegnamento, saggistica, critica letteraria e sei autrice del saggio Do You Hear What I Hear: si può dire che la tua vita, quantomeno quella professionale, giri attorno alla scrittura. Come nasce questa passione? Chi ti ha influenzato nelle tue scelte di lettrice? E in quelle professionali?

La mia “passione” per la scrittura – capisco che è una passione quando la vedo esposta nel modo in cui tu ne hai appena parlato. Sembra che io non faccia nient’altro che scrivere e leggere! Magari. La mia passione per la lettura viene da diverse influenze. Da piccola, sono stata una lettrice forte. Sarei voluta sparire nei libri. Mi innamoravo degli autori: una volta che ne sceglievo uno, volevo leggere tutto ciò che aveva scritto. (Ritengo che sia un istinto totalmente normale per un bambino – se qualcosa è delizioso, il bambino ne vuole attingere il più possibile). Io semplicemente non ho mai superato questa fase. Così, credo, sono cresciuta molto attaccata agli scrittori, scolpendo nella mia mente i loro personaggi e le loro storie. Tuttavia quando avevo 13 anni ebbe molta influenza su di me anche il drammaturgo Tennessee Williams, che creava personaggi perfetti per immedesimarvisi. C’erano infinite sovrapposizioni tra la sua vita e la sua espressione creativa, ed entrambe, sia la sua vita che la sua opera, erano incredibilmente drammatiche. E io stessa ero un’adolescente incredibilmente drammatica e romantica. Sviluppai d’istinto una profonda empatia con quell’autore, anziano tossico e omosessuale, dal padre assente e dalla madre problematica, ma anche dalla sorella malata di mente (niente di tutto ciò rassomigliava alla mia vita in realtà). Quando hai 13 anni il danno è il danno e io credetti fosse sublime.

Non mi sono mai realmente lasciata alle spalle quella profonda comprensione tra arte e vita: una parte è psicoanalisi pura, l’altra è melodramma, ed entrambe sono spontanee e coraggiose. Quello era il mio sistema di valori. Lavorare con la letteratura e la creatività mi è sempre sembrato inevitabile. (Oltretutto la matematica mi stupisce, non posso memorizzare nulla sistematicamente, e i miei processi logici sono troppo esoterici per qualsiasi mestiere razionalista).

Per rispondere al resto della domanda, le mie più grandi influenze letterarie a livello formativo, oltre a Tennessee Williams, furono Italo Calvino, Angela Carter, Susan Sontag, Kathy Acker, Muriel Spark. Gli scrittori che sto leggendo ora per il mio lavoro includono Natalia Ginzburg, Yoel Hoffman, Rachel Cusk, Lydia Millet, Virginia Woolf. Ma ce ne sono molti altri… Io sono una scrittrice. Sono completamente porosa, suggestionabile.

Grazie alla gentile concessione di Laura Martorelli

Nella formazione di un bambino, quanto conta secondo te la presenza di libri o di lettori da prendere ad esempio?

Ritengo sia enorme. Sono cresciuta circondata dai libri e ho sempre pensato alla mia libreria come una rappresentazione della mia identità, eppure parte dell’arredamento della stanza… nel senso sia superficiale che profondo. I miei genitori erano entrambi musicisti. Mia madre era una compositrice e una lettrice fortissima; impostava sempre il suo lavoro sulla poesia. Mio padre è ultra loquace – lui era un teorico della musica. Mi insegnò presto il valore di un linguaggio preciso – soprattutto nella scelta delle parole. Non fece mai passare né a me né a mia sorella espressioni vaghe, o cliché, o parole che erano comunemente usate in modo scorretto, anche se si trattava solo di una conversazione a tavola. È una cura molto particolare che ci ha insegnato a coltivare. Adesso a casa mia abbiamo tonnellate di libri, e anche device elettronici di lettura: leggiamo sempre. Anche i miei bambini leggono sempre. È una di quelle cose che fai quando non sei occupato. Quando tutti stanno leggendo l’intera casa si riempie di una calma palpabile.

Cosa diresti alla te stessa adolescente?

Direi che “everything doesn’t come out in the wash”. Esiste questa espressione in italiano?

Ammiro molto il tuo lavoro, ma ammetto che ciò che mi stupisce di più è che tu sia una traduttrice dall’italiano. Cosa spinge un americano ad imparare l’italiano? Che consigli daresti ad un anglofono che vorrebbe imparare l’italiano e, viceversa, quali al suo ipotetico insegnante?

Mia madre portò me e mia sorella in Italia (a Firenze) quando andavo alle superiori. Non sono portata all’apprendimento delle lingue ma al tempo ero sufficientemente giovane perché il suono dell’italiano mi entrasse nelle orecchie – in altre parole, da parlante non madrelingua mi avvicinai il più possibile alla relazione istintiva che si forma con il linguaggio. Questo è fondamentale, anche perché io non riesco ad imparare dai libri di testo.

Ho imparato invece ascoltando e cercando di leggere il più possibile (libri, fumetti, giornali, l’orario dell’autobus). Per un paio d’anni non fui quasi mai a mio agio nel parlare, ero più un’osservatrice. E non mi importava che spesso non capissi le conversazioni attorno a me; di fatto il non capire quello che la gente diceva era pure piacevole, trasformò le mie interazioni quotidiane in puzzle. Amavo immaginare quello che le persone stavano dicendo davvero e probabilmente trovavo che i più insipidi dei dialoghi fossero interessanti solo perché non li potevo comprendere appieno. Ero un’adolescente, tutto ciò che non potevo capire o che non mi apparteneva mi sembrava profondamente romantico e desiderabile.

Per quanto riguarda il consiglio: il mio fidanzato del college era statunitense ma cresciuto a Firenze. Lui capì subito il mio approccio non accademico all’apprendimento dell’italiano; sapeva quando farmi continuare con gli errori, così che ci potessi guadagnare in fiducia, e quando invece prendermi a scappellotti (gentilmente e amorevolmente e ripetutamente) fino a che non usassi la pronuncia corretta.

Questo metodo potrebbe non essere la cosa più consigliabile in pedagogia. Ma funzionò per me.

Sei affezionata in qualche modo all’Italia?

Tutte le mie persone preferite erano in Italia. Tutti i miei piatti preferiti erano in Italia. I vestiti erano decisamente migliori in Italia. L’aria aveva un odore migliore e avevo dei fidanzati meravigliosi, amiche stupende e un motorino [originale in italiano n.d.r]. Da giovane donna, avevo l’impressione di risultare più interessante e più sicura quando parlavo in italiano. Forse ciò è dovuto al fatto che dovevo pensare a tutto due volte prima di dirlo. Probabilmente dicevo meno cose sciocche. Oggi c’è meno differenza tra la me stessa italiana e la me stessa americana. Come se ci fosse meno necessità di trasformazione in Italia. Purtroppo è da tanto che non ho occasione di tornare in visita, mi mancano moltissimo i miei amici e il modo in cui l’aria del Casentino profuma in aprile.

Solamente il 3% dei libri pubblicati negli USA è tradotto da altre lingue, come racconta Chad W. Post nel suo blog Three Percent. Parlando di letteratura italiana, cosa manca secondo te ai nostri romanzi per essere più appetibili per il panorama editoriale degli States?

Questa domanda è vastissima, ci sono molti modi di risponderti e per la maggior parte sono risposte noiose. Penso che la mia migliore risposta breve sia questa: la letteratura a cui io personalmente mi interesso è completamente separata dal mercato economico che l’indicatore del 3% invece include.

Un’altra risposta breve potrebbe essere che l’unica cosa che manca alla letteratura italiana siano i lettori degli States. Ma credo anche che la letteratura americana si lamenti – legittimamente – della mancanza di lettori in generale.

Ci sono altre risposte più sofisticate che avrebbero più a che fare con la tradizione letteraria, come il linguaggio del romanzo, la differenza tra le strutture di forma breve, la centralità della trama, e il grado con cui i lettori contemporanei vogliono immedesimarsi con i personaggi. Ma la sostanza è che l’editoria è un’industria piccola ed economicamente provata, con un senso approssimativo di “ciò che si vende”, e con un’offerta che supera di gran lunga la domanda.

Segui autori italiani non ancora tradotti in inglese? Chi sono questi autori? Ti auguri che vengano tradotti?

Sto traducendo una piccola raccolta di saggi di Fleur Jaeggy, Vite congetturali, per l’editore New Directions; inoltre sto lavorando ad un progetto che usa la corrispondenza tra Dino Campana e Sibilla Aleramo, senza contare che uso la traduzione per il mio stesso lavoro: ho scritto una storia, sul magazine Conjunctions, che è metà in italiano e metà in inglese (è un concetto estremamente fancy).

Grazie alla gentile concessione di Laura Martorelli

Per finire: ti occupi ugualmente di scrittura fiction e scrittura non-fiction. Consigliaci due libri da leggere assolutamente, uno di fiction e l’altro di non-fiction, mi sembra ovvio.

Tra gli ultimissimi libri pubblicati, ho amato il romanzo di Nell Zink The Wallcreeper, che è uscito l’anno scorso per una casa editrice molto piccola di qui. Per quanto riguarda la non-fiction, io leggo ed insegno regolarmente The Boys of My Youth di Joann Beard, e gli studenti lo apprezzano sempre. Vorrei che entrambi fossero tradotti. Ma, solo per confondere ancora di più, il libro che al momento è al centro della mia attenzione è The Things They Carried (di Tim O’Brien) che tratta della guerra di Vietnam ed è stato pubblicato nel 1990. É uno scritto sia di fiction sia di non-fiction – davvero, è entrambe le cose. Potrei aggiungere altri 43 libri da leggere assolutamente [originale in italiano n.d.r.]. Continuano a venirmene in mente altri; è così difficile scegliere.

Claudia Oldani