La premessa è che Leonard Cohen ha pubblicato un altro disco dal vivo. Con questo, fanno cinque negli ultimi sei anni (Live in London, Live at the Isle of Wight, Songs from the road, Live in Dublin, Can’t forget). Se ci infiliamo anche “Field Commander Cohen” del 2001, concludiamo che sei degli ultimi dieci album sono registrazioni dal vivo. Ora, spero che questa premessa non vi faccia pensare che mi appresto a parlare male di lui. In quel caso avete sbagliato indirizzo, anche se forse in passato posso aver detto la verità su “Dear Heather” (2004), ma non me ne ricordo distintamente. Tra l’altro questo “Can’t forget” è interessante, per almeno un paio di motivi: primo, perché raccoglie pezzi meno celebri di quelli che uno normalmente si aspetta ai concerti del Grande Canaese. Secondo, perché nel brano d’apertura, “Field Commander Cohen”, Leonard sfodera una voce che sembra ripescata da un nastro di trent’anni fa. Magari ne riparlerò meglio, ma intanto infilo sullo scaffale dei preziosi.

Il mese di maggio è stato segnato soprattutto da due concerti, che meritano due parole. Il primo, al Viper di Firenze, è stato quello dei Giant Sand. Ora, la band di Howe Gelb ha una trentina d’anni di carriera alle spalle, qualche settimana fa è stata protagonista al Primavera Sound, e qui ci sono le prove.

 

Il fatto curioso è questo: al Viper quella sera, il concerto era programmato per le 21,30. Alle 21,15, quando sono arrivato nel locale, eravamo forse una decina, tra cui il buon Howe che gironzolava chiedendosi se il pubblico fiorentino fosse particolarmente ritardatario per abitudine. Alle 22, quando è partito lo spettacolo, forse siamo arrivati a un’ottantina di persone, ma non ci giurerei. Questo mi fa pensare due cose: che i Giant Sand in Italia non godono di risalto sulla stampa e sul web che conta (definizione inventata in questo momento), e che non c’è da stupirsi se i grandi organizzatori italiani di concerti puntano su artisti anziani, scontati e magari vicini al punto di ebollizione, ma con la garanzia di un afflusso che, se non straripante, è almeno al sicuro da numeri imbarazzanti. Poi mi viene anche una terza annotazione, cioè che Firenze è sempre una piazza molto difficile per i concerti, quindi forza e coraggio a chi ci prova, anche con qualche inciampo immeritato.

Ad ogni modo, dopo che Gelb ha fatto un paio di battute tipo “Che dire? Si vede che a Firenze il venerdì ci sono molte cose da fare” o “Sembriamo una bar-band”, il concerto c’è stato ed è stato molto bello. Anche perché il recente disco, “Heartbreak pass”, non è affatto male, e perché il canzoniere da cui pescare, nell’arco di tre decenni, è vario e molto solido. I Giant Sand all’inizio erano un po’ stuipiti, ma l’hanno presa con il sorriso, e l’essere tornati fuori per qualche bis va ascritto fra i loro meriti: non tutti lo avrebbero fatto per così pochi intimi.

Il secondo live invece è stato quello di Micah P Hinson, che avevo ascoltato nel 2010 a Pistoia, in una serata non esattamente brillante per il bravo songwriter texano. Al teatro Puccini, davanti a una buonissima presenza di pubblico, invece è stata tutta un’altra storia: la qualità delle canzoni era scontata, perché il tour porta in giro, nel decimo anniversario, “The gospel of progress”, che è il miglior lavoro di Micah, e fortunatamente il titolare stavolta si è presentato in buona forma, conquistando la gente fin dalle prime note e sostenendo un’esibizione, come sempre, per sola voce e chitarra. Micah resta un po’ un marziano, sia chiaro, ma, come si dice dalle mie parti, il suo bello.

 

In cd: Giant Sand, “Heartbreak pass”; Micah P. Hinson, “All dressed up and smelling”; Michael Chapman, “Wrecked again”; Dusty Springfield, “Dusty in Memphis”; Tracy Chapman, “Tracy Chapman”; Nick Cave, “The firstborn is dead”, Your funeral, my trial”, “Let love in”, Sufjan Stevens, “Illinois”; Ryley Walker, “Primrose Green”; Leonard Cohen, “Can’t forget”.

In vinile: Johnny Cash, “Get rhythm”, “Whit is hot and blue guitar”.

In concerto: Giant Sand, Micah P. Hinson.

La lista naturalmente risente dei due concerti, ma anche della volontà di “regolarizzare” la mia discoteca, con l’acquisto di tre Nick Cave e dell’esordio di Tracy Chapman, dischi che ascolto da molti anni (con l’esclusione di “Let love in”) ma che non possedevo. Due contatti illuminati di Facebook mi hanno spinto a prendere Dusty Springfield e il magnifico disco di Michael Chapman, e da tempo volevo mettere un paio di ristampe in vinile di Johnny Cash accanto alla mia collezione completa degli American Recordings e alle varie antologie che si erano affastellate negli anni. Per la scelta mi sono fatto guidare dalla competenza di Eddy Cilìa, e naturalmente ci ho (ci ha) indovinato.

La novità del mese nei miei acquisti è una di quelle che possono valere il disco del 2015, e qui parlo del fantastico “Primrose Green” di Ryley Walker, un album che ha un suono pazzesco e che certamente guarda indietro, ma senza la polvere da robivecchi e con un taglio leggermente diverso, per esempio, rispetto al bravissimo Jonathan Wilson, al quale si può comunque accostare per il  tipo di operazione, che ha la chitarra elettrica protagonista ma anche una manciata di pezzi di valore.

Infine, dopo”Michigan”, ho preso anche l’altro lavoro “geografico” di Sufjan Stevens, quell’ “Inllinois” che da molti è considerato al vertice della sua discografia, e probabilmente con qualche valida ragione. Non posso essere definitivo su questo, perché nonostante la recrudescenza della mania di shopping musicale compulsivo che sta alla base di questa rubrica, non ho (ancora) ascoltato tutto quel che ha inciso. La lezione di oggi, dunque, è questa: più dischi compri, e più ti accorgi di quanti te ne mancano.

di Lorenzo Mei