Ho già raccontato di quanto mi piacque il concerto di John Grant a Firenze, nel 2011. Nella piccola e bellissima Sala Vanni riuscii a capire le sue canzoni meglio di quanto non avevo, fino a quel momento, saputo fare ascoltando il disco d’esordio, “Queen of Denmark”, che era zeppo di belle melodie, e impacchettato in una confezione sonora piena, rotonda e piacevolmente dolciastra, con l’aiuto dei Midlake. Il seguito, “Pale green ghosts” mi aveva chiesto ancora più tempo per convincermi (forse mai del tutto), con quell’utilizzo massiccio dell’elettronica e quella quasi totale rinuncia al mood musicale del primo album. Con il terzo capitolo della saga (preceduto da un doppio live uscito l’anno scorso), “Grey tickles, black pressure”, Grant fa una specie di riassunto delle puntate precedenti, o per dirla meglio fonde, riuscendoci molto bene, la sua indole melodica con il suo amore profondo per l’elettronica e gli anni Ottanta. Per dimostrarci subito di cosa si tratta, John piazza all’inizio del disco (dopo una breve introduzione parlata) due brani che possono considerarsi perfetti rappresentanti delle due anime: prima la strepitosa title track, una specie di ballata che canterei di continuo, non fosse per il peso specifico delle parole che precedono il refrain (ne parlo tra poco) che mi intimidiscono, poi la rimbalzante “Snug Slacks”, striata di funk, di hip-hop, di dance, comunque lontanissima dagli archi, di legno o sintetizzati, che ti aspetteresti dopo i primi minuti di ascolto.

Quello che in John Grant, a ben vedere, non è mai cambiato nel corso di questi anni, è il valore dei testi, la loro incisività, la capacità di passare dal dramma all’invettiva, dal sarcasmo spietato all’empatia. Dicevo del pezzo che apre il lavoro: intanto “grey tickles” in Islanda significa crisi di mezza età, mentre “black pressure” in Turchia sta per incubo. Grant parla di alcuni suoi malanni, per poi riflettere sul fatto che “There are children who have cancer/And so all bets are off/Cause I can’t compete with that”. Con i bambini malati di tumore non si compete, partita chiusa. Poco dopo, nella pulsante e distorta “Guess how I know”, torna il Grant più cattivo: “Guess how I know you’re a zombie baby/Cause you ripped my heart right out of my chest/You don’t exhibit any feelings baby/You’re as cold as ice it’s obvious you’re dead”. Sei così freddo, baby, che ovviamente sei uno zombie.

La bambola voodoo a cui dà da bere il brodo di pollo caldo per guarire qualcuno dalla depressione (“Voodoo doll”) in una sorta di rito magico benigno, ci dice che anche quando è compassionevole, l’ex Czars non rinuncia all’ironia, mentre la splendida “Magma arrives”, che fa pensare alla sua condizione di sieropositivo, è una terrificante rappresentazione della sofferenza fisica, del dolore che annienta. “Down here” a un certo punto dice “Tutto quello che stiamo facendo è imparare a morire. Pensi davvero che nessuno veda la paura che c’è dietro al tuo sorriso?”, una domanda che in qualche modo mi sembra particolarmente opportuna in questi giorni in cui i sorrisi sbiadiscono e in cui quasi nessuno si illude di avere tutto sotto controllo.

Torniamo alla musica: se amate il John Grant prima maniera vi toglierete soddisfazione con almeno sei brani: “Grey tickles, black pressure”, “Down here”, “Global warming”, “Magma arrives”, “No more tangles” e “Geraldine”. Se andate pazzi per quello unz-unz “Snug slacks” e “You and him” sono pane per la vostra tavola. Se siete curiosi di capire come questi due mondi possano convivere e trovare una sintesi che fa di questo un disco migliore rispetto a “Pale green ghosts” (sebbene i suoni siano sostanzialmente vicini a quelli), potete provare con “Guess how I know”, ma tutto sommato anche con la cupa e oscura “Black blizzard” e con la ballabile “Disappointing”, impreziosita dal duetto con Tracey Thorn (Everything but the girl).

Peccato che sul sito ufficiale non ci sia modo, per chi non mastica l’inglese con denti particolarmente affilati, di leggere i testi, perché stavolta le parole sono davvero importanti. Per questo vi consiglio di fare una cosa stravagante: compratevi il disco (fisico), ci troverete dentro il libretto.  Per le traduzioni vi toccherà armarvi di dizionario e manuale di inglese, ma troppo male non dovrebbe farvi. Poi ricordatevi che il 22 novembre, cioè domenica prossima, John Grant suonerà al Fabrique, a Milano; se siete arrivati fin qui sapete che è il caso di andarci.

di Lorenzo Mei