Capita a tutti, prima o poi, di incontrare qualcuno che non capisce lo sport. Che non si capacita di come migliaia di persone sedute attorno a un campo di gioco possano comportarsi come pazzi furiosi, e di come altrettanto facciano altri, nelle loro case, rompendo le molle dei divani e lanciando urla belluine che allarmano i condòmini. E non è un problema di comportamento, a dire il vero: tutta quella gente prova veramente emozioni potentissime, che in quel momento sono paragonabili ad alcune delle più forti che possano scuoterci nella vita. Non sto dicendo che i 13 punti che Tracy McGrady segna in 35 secondi in questa partita del 2004, ribaltando un finale già scritto e in attesa di timbro, sia paragonabile alla nascita di un figlio, o che la sconfitta per i tifosi degli Spurs valga la morte di un parente. Eppure se foste stati lì, a veder saltare il pubblico sulle tribune in preda a un orgasmo (ecco un altro paragone, questo sì più che calzante) avreste intuito che, se la valutazione razionale impone un’ovvia scala di valori, l’intensità di ciò che quelle persone hanno provato in quegli istanti, fa sì che quella partecipazione non possa essere in alcun modo ridotta al rango di passatempo. Provate a fotografare in primo piano le facce dei tifosi che hanno appena perso dopo una gara del genere, e poi mischiatele con quelle di qualcuno che è appena stato licenziato, o a cui hanno svaligiato la casa. Scommetto che, pescandole dallo stesso scatolone, non riuscirete a distinguerle. Perché succede questo? Non riesco a spiegarmelo. Posso pensare che lo sport appassioni così tanto perché difficilmente c’è una sconfitta senza possibilità di rivincita, e perché la storia è piena di sfigati che battono i fenomeni, di poveri che stendono i ricchi. Ma al netto della filosofia, c’è un bel po’ di mistero, e questo mi fa comprendere anche chi proprio in questo meccanismo non riesce a immedesimarsi, cioè le persone-senza-sport. E quando ci penso, l’unica cosa che posso dire è: poverini, stiamo loro vicino.

Tracy McGrady, un campione stratosferico che senza infortuni avrebbe dominato su gente come Kobe Bryant, ha sempre fatto la scelta sbagliata. Squadra sbagliata, momento sbagliato, strategia sbagliata. Niente vittorie ai play off, niente anello, mai. Ma in quel 9 Dicembre 2004 fu l’uomo giusto, che scrisse una leggenda del basket moderno: un inarrestabile finale di match contro gli invincibili San Antonio di Popovich, e 13 punti segnati in 35 secondi. Partita quasi persa, una tripla quasi sfiduciato. Poi un’altra, dentro. Poi un’altra, addirittura con fallo: “and-one” si dice. E poi l’ultima tripla, vittoria per Houston e gloria eterna per lui, che non ha mai cambiato il numero di maglia dall’inizio della propria carriera: il numero 1, in onore dell’incredibile Penny Hardaway.
Roba da eroi romantici.
La National Basketball Association ci ha proposto negli anni intere infornate di grandi campioni: vincenti, al posto giusto, nel momento giusto delle loro vite sportive, nella squadra giusta. Ma il pubblico del basket è strano, e si infiamma davvero solo quando a vincere è un uomo fallibile.
Scritto da Lorenzo Mei e Alessandra De Paola