In questi giorni la decisione di coprire alcune sculture nude dei Musei Capitolini di Roma in occasione della visita del Presidente iraniano Rohani ha suscitano in rete una polemica che ha avuto grande visibilità.

Qui trovate la notizia ANSA poi ripresa da moltissimi altri media.

Quasi unanime è stata la sollevazione contro questa decisione che nella sostanza è stata definita utilizzando aggettivi come “vergognosa, assurda, folle” e simili.

Ciò che mi ha colpito non sono tanto i “tifosi da stadio” secondo i quali chi è mussulmano non avrebbe diritto di asilo nel mondo in quanto terrorista congenito o simili assurdità. Ciò che davvero mi ha colpito sono i moltissimi commenti di persone, anche del mondo della cultura, che si stracciano le vesti sostenendo che il gesto in questione sarebbe da interpretare come abdicazione dell’Italia alla sua cultura, alla sua storia, alle sue radici.

Premesso che siamo nel campo delle opinioni liberamente espresse e dunque legittime, vorrei proporre qui di seguito un punto di vista alternativo, un modo diverso di leggere questo fatto. 

Innanzitutto mi sembra che la logica dello “strapparsi le vesti”, del rifiutare in toto tutto ciò di cui l’altro è portatore, crei solamente uno scontro frontale nel quale ogni comunicazione tra me e l’altro diventa impossibile. Se l’altro non è umano per me ed io non lo sono per lui regrediamo ad un mondo in cui non siamo noi ad agire, ma siamo “agitati” dalle nostre idee, pulsioni, istinti. Smettiamo di essere uomini e donne per diventare “sassi gettati dal cavalcavia” (avrei voluto scrivere “bestie”, ma si sa che le cosiddette “bestie” sono spesso molto “umane”).

Secondariamente vorrei riflettere sul fatto che ogni relazione che possa davvero definirsi “umana” richiede che, per incontrare l’altro, noi mettiamo da parte qualcosa di noi stessi. “Solo nel ritirarsi il mare scopre la terra”.

Per vivere insieme a qualcuno devo fargli spazio tra tutte le mie abitudini, tra tutte le mie routine. Per ascoltare l’altro devo fermarmi nel mio parlare per fare spazio al suo. Per avere un dialogo con lui devo essere disposto ad ascoltarlo anche in quello in cui la penso diversamente. Dialogare con chi la pensa esattamente come me non crea nessun progresso, non genera nessuna innovazione.  Conferma invece solo ciò che già sappiamo, ciò in cui già crediamo, giusto o sbagliato che sia. Popper lo chiamava “il mito della cornice”, il mito che una discussione razionale e feconda sia impossibile a meno che i partecipanti non condividano una cornice di assunzioni base e di principi fondamentali comuni. “Il progredire del sapere dipende interamente dall’esistenza del disaccordo“. 

L’etimologia della parola “dia-logo” infatti richiama sì il “logos”, l’uso della parola, ma il suffisso “dia” dice di una distanza, non di una prossimità, una distanza così come il “dia-metro” è la distanza massima tra due punti di una circonferenza.

Dunque l’incontro con l’altro ci arricchisce proprio perché l’altro è diverso da noi. E’ dall’incontro con l’altro diverso da me che nasce la conoscenza, quella scientifica, così come quella della nostra verità, di ciò che ci realizza. E’ per questo che la diversità è una ricchezza. Certo dialogare nella differenza è più difficile, richiede la disponibilità, la buona volontà di entrambe le parti, richiede un  sforzo per separare l’altro, che è sempre una persona come me, da ciò che dice quando questo stride con ciò in cui io credo, con le mie idee, idee che peraltro come dimostra la Storia, non di rado sono sbagliate, parziali e comunque soggette ad evolvere. 

Se per incontrare l’altro dobbiamo entrambi “scremare” il nostro essere da  tutto ciò che ci divide,  quando ci siamo reciprocamente lontani per cultura, ciò che si incontrerà avrà poco o nulla a che fare con il nostro vero essere. Invece di incontrarci nel massimo comun divisore, nemico della diversità che tutte le annulla in una falsa uguaglianza, facciamolo nel minimo comune multiplo, una grandezza che tutto contiene delle diversità di ciascuno. Magari sgrossando giusto qualche spigolo minore quando diventa ostacolo inutile all’incontro. Come togliere il vino dal rinfresco tra capi di Stato o montare 4 pannelli su sculture che alla fine sono solo pietre morte. 

Ricordiamoci che i pregiudizi culturali sono gli occhi stessi con cui valutiamo tutto: sono valori non negoziabili. Chi per sostenerli si dimentica delle persone, sostiene solo se stesso e la sua presunta giustizia.

Peraltro mi pare che di cose importanti su cui non essere d’accordo con il presidente Rohani ce ne siano di avanzo e di ben altra portata, senza doverne creare di nuove.

Marco E. Tirelli

P.S.

Stamattina è apparso su La Stampa il Buongiorno di Massimo Gramellini oggi dedicato alla censura Rohani. Lo trovate qui. L’articolo mi dà lo spunto per aggiungere ancora qualcosa al mio pensiero. La questione della reciprocità è una idea che noi stessi applichiamo selettivamente solo a coloro con cui non vogliamo avere nulla a che fare. Noi non chiediamo, né applichiamo reciprocità nelle nostre relazioni. Non facciamo la partita doppia del dare e avere ogni giorno. Se noi abbiamo un carattere difficile ci aspettiamo che sia nostra moglie a dimenticarsi più o meno spesso la reciprocità per tenere insieme la famiglia. Anzi a dir la verità probabilmente cercheremo proprio una persona capace di farlo senza che questo sia per lei è un sacrificio. Ugualmente se lavoriamo in un team non misuriamo tutti i giorni il contributo di ciascun membro per vedere chi ha fatto di più e chi di meno. Quindi la circostanza (che ci richiederebbe in verità ben altra analisi che il trinciapollo culturale filoamericano del quale ci dotiamo) che i diritti umani non siano rispettati in Iran (esiste un Paese uno dove i diritti umani sono rispettati integralmente? In Italia i diritti umani sono sempre rispettati? E piazza Fontana? E la caserma Diaz? E la scritta family day sul Pirellone? e… e… e…), non ci autorizza in alcun modo a rinunciare alla nostra dignità di Uomini ledendo i diritti di chi riteniamo li leda. Questa è la dignità di cui vado fiero. Non quella di “difendere” le nostre tradizioni culturali imponendole agli altri con la forza. Io la penso così.

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Una delle bellissime sale dei Musei Capitolini prima dell’arrivo del politico iraniano.

 

Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

 

Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

 

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La Venere Capitolina, una delle statue coperte.