(Ri)cominciamo dalla buona educazione: buongiorno a tutti. Poi le notizie doverose: sono vivo, e non ho smesso di comprare dischi. Magari non ve l’eravate chiesto durante la mia assenza da questo angolino di rete, ma nel caso vi fosse balenato il dubbio, vi rassicuro: nonostante la scoperta delle onde gravitazionali, il piccolo universo attorno al quale orbito alla velocità fissa di 33 e 1/3 rpm, è rimasto quasi lo stesso. Sempre più caotico, a dire il vero, con un significativa compressione delle ore disponibili per l’ozio e il sollazzo, pericolosamente tendenti a una non-materia, e allo stesso tempo con un progressivo espandersi di quel buco nero necessario ma non sempre ospitale chiamato “lavoro”.

David-Bowie-Blackstar-640x640

Da quando ho scritto qui l’ultima volta, la novità più rilevante è che in giro non c’è più David Bowie, e questo è molto triste. L’8 gennaio eravamo un bel gruppetto nel mio negozio di dischi preferito a festeggiare il suo compleanno con una torta a forma di stella, ascoltando insieme “Blackstar” appena uscito, e poi a distanza di 48 ore scarse, mentre facevo colazione, il sottopancia rosso di SkyTg24 mi assestava un cazzotto alla bocca dello stomaco,  lasciandomi senza fiato e spingendomi, come molti altri, a riascoltare tante delle sue canzoni e a ricomprare, da par mio, diversi suoi dischi. La parte del leone della lista bimestrale, dunque, è spetta proprio al Duca Bianco.

In vinile: David Bowie, “Blackstar”, “Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”.

In cd: David Bowie, “Station to station”, “Heathen”, “Outside”, “Lodger”; “Young Americans”; Bob Dylan, “The bootleg series vol. 7: No direction home soundtrack”; Cat Power, “Jukebox”; Francesco De Gregori, “De Gregori canta Bob Dylan: Amore e furto”; esterina, “Diferoedibotte”; “Indecorose, esterinasenzacorente”; Bobo Rondelli, “Ciampi ve lo faccio vedere io”.

“Ziggy Stardust” naturalmente ce l’avevo già, ma solo in cd. Invece, per motivi del tutto inspiegabili, un capolavoro come “Station to station” mancava alla mia diversamente piccola collezione, fatto che mi ha obbligato, per espiare la colpa, ad ascoltarlo in loop per diversi giorni di seguito. Due parole in più le merita l’ultima (in senso definitivo) fatica, “Blackstar”, un disco che mi ha lasciato letteralmente senza parole fin dai primi ascolti. Molto diverso da “The next day”, più cupo, meno immediato, con un’ossatura strumentale di derivazione jazzistica e i soliti riferimenti espliciti a fonti d’ispirazione varia, tra cui spicca Scott Walker, soprattutto in “Sue” (ma come già detto da molti Walker era stato a sua volta influenzato da Bowie, che resta una macchina prodigiosa di contaminazione di sé e degli altri).

Il giorno della sua morte, come tutti, sono, sobbalzato riascoltando “Blackstar”, o riguardando inebetito il video di “Lazarus” con Bowie che canta “Guardate quassù, sono in Paradiso”. Lo stesso Bowie che si fa filmare con quella benda sugli occhi, che si chiude da solo in quell’armadio: una serie di rimandi, citazioni e suggestioni di cui magari un giorno vi parlerò a lungo, ma che tutti possono cogliere facilmente nel loro significato più diretto e visibile, quello testamentario.

Torniamo alle Cose Liete. Il giorno di Natale 2015 ero stato a sentire gli esterina in una bella chiesa di Lucca: l’ultimo concerto dell’anno. Ne sono uscito con due cd e un dvd, completando la discografia di quella che in questi mesi è senz’altro la mia band italiana preferita. L’omaggio di De Gregori a Dylan mi è stato regalato, ma l’ho molto apprezzato e l’avrei preso comunque: lo trovo un buon lavoro di traduzione, affrontato con modestia e con cura, arrangiato e suonato con l’atteggiamento di chi considera i pezzi di Dylan veri e propri standard, da rispettare prima ancora che da rileggere.

A proposito di Bob e di collezioni, ho completato quella delle bootleg series con la colonna sonora del bel film di Scorsese (rivisto di recente alla tv), in cui la maestosità del Dylan di mettà anni Sessanta travolge lo spettatore quasi con la stessa forza con cui fa il recente “The cutting edge”, di cui avevo parlato in una delle ultime pagine di questo diario. L’avevo già detto che Dylan è il più grande di tutti, vero?

di Lorenzo Mei