La prognosi, visti i progressi degli ultimi mesi, era buona. Certo, le pagine di questo diario ne risentivano, le liste degli acquisti piangevano miseria, ma la via per la guarigione pareva imboccata. Tanto che (true story) il mio negoziante di dischi preferito mi aveva chiamato al telefono per sapere se stavo bene, che era un paio di settimane che non mi vedeva. Le rate del mutuo per la casa venivano pagate puntuali, il serbatoio era pieno di benzina, mia moglie non guardava più così spesso lo scaffale degli Lp interrogandosi sui centimetri di spazio libero mancanti rispetto all’ultima volta che l’occhio l’era cascato da quelle parti. Tutto bene, insomma. Poi d’improvviso una recrudescenza. Dottore, non è colpa mia, glielo assicuro, è che i manifesti che pubblicizzano i mercatini dei dischi li fanno gialli fosforescenti, è impossibile non vederli. Ho anche amici che mi mandano messaggi tipo “Ma oggi sei alla fiera a Cascina?”. Ore 12: “No, grazie, resto a casa”. Ore 14: “Sto arrivando, ci si vede lì”. E poi, come se non bastasse, le racconto questa, dottore: vado a Firenze per presentare il libro sui Franti scritto dai Cani Bastardi, metto il navigatore per arrivare in piazza Torquato Tasso, trovo miracolosamente parcheggio, esco dalla macchina, alzo gli occhi e non mi trovo davanti un negozietto di dischi e fumetti usati con “Bringing it all back home” in vetrina? La faccia da schiaffi di Dylan mi dice: “Tanto lo so che stai per entrare”. E allora entro.

dylan bringing me in

In cd: David Bowie, “Stage”, “1. Outside”, “Young Americans”; Nada, “L’amore devi seguirlo”.

In vinile: Van Morrison, “Veedon Fleece”; “His Band & The Street Choir”; Joni Mitchell, “Mingus”; “Don Juan’s reckless daughter”; Marianne Faithfull, “Come my way”, “A childs adventure”; Bob Dylan “Bringing it all back home”, “Shot of love”; Tom Waits, “Once from my heart”; David Lindley “El rayo-X”; Paul Simon, “One tricky pony”; Ry Cooder, “Into  the purple valley”; Paolo Conte, “Concerti”; Emmylou Harris, “Roses in the snow”.

Inutile che spieghi perché ho comprato quei tre dischi di Bowie, che mi manca tanto, anche due mesi dopo. Ho prenotato i biglietti per sentire Van Morrison a Lucca a luglio, e allora ho preso anche due dischi che conoscevo abbastanza ma non avevo in casa: “Veedon” è uno dei mie preferiti, in qualche modo per la poeticità mi ricorda quell’oggetto soprannaturale che è “Astral Weeks”. Probabilmente questo è l’acquisto che finora ha risuonato di più tra le pareti di casa mia, in queste settimane.

veedon

Ho un debole per Marianne Faithfull, ormai si sa, e senza fretta compro tutto quello che trovo: entrambi questi due titoli non sono tra i più memorabili, ma meritano un posticino sulle mensole, specie se (come me) li scovate a un prezzo stracciato. Invece sono deboluccio su Joni Mitchell, e cerco di recuperare con il tempo, anche in questo caso prendendo due vinili (uno doppio) con investimento limitato. Lo stesso giorno in cui ho comprato “Don Juan’s” ho incamerato anche “One tricky pony” dell’immenso Paul Simon, e allora mi è venuto in mente che il pezzo “Dreamland” di Joni potrebbe aver influenzato il disco “Graceland” di Paul. Per pochi istanti i sono sentito un mezzo genio, poi ho cercato su internet e ho visto che non sono il primo ad aver fatto questa pensata. Quindi sono in compagnia, genio o coglione.

Se non avete dischi di Paolo Conte in casa, “Concerti” è il mio consiglio da amico. In questo caso è una riedizione audiophile del doppio vinile anni Ottanta, che non troverete perché era in edizione limitatissima. Ma potete sempre cercare l’originale, o il cd (a cui manca qualche pezzo). Raramente ho sentito un lavoro così ben curato dal punto di vista del suono, il che naturalmente è un accessorio che valorizza una setlist in cui ci sono tutti i classici che proprio non è possibile perdersi del cantautore di Asti: da “Bartali” ad “Azzurro”, da “Hemingway” a “Il nostro amico Angiolino”, da “Diavolo rosso” a “Un gelato al limon”, e smetto di citare perché praticamente le elencherei tutte.

David Lindley era il leader dei Kaleidoscope americani (perché esistevano anche i Kaleidoscope inglesi, come certo ben sapete) che pubblicarono negli anni sessanta almeno tre dischi grandiosi (“Side trips”, “A beacon from Mars” e “Incredible!”) e suonarono (sebbene non citati nei crediti) sul primo album di Leonard Cohen per una manciata di dollari e (quasi sicuramente) qualche canna a scrocco. Non conoscevo questo disco, che ho trovato a 5 euro e non potevo abbandonare in quella fredda cassetta di plastica blu.

Mi rendo conto di non sostenere molto gli sforzi dei giovani musicisti di oggi, se è vero che l’unico disco appena uscito che ho portato a casa è quello di Nada, che per quanto mi riguarda fa le scarpe a buona parte del panorama rock nostrano. Questo album forse musicalmente è più leggero (facile) del precedente, e più cantautorale. Il ritornello di “Aprite le città” è uno di quelli che ti entrano in testa, non se ne vanno più e ti fanno scendere in piazza per protestare, che tanto i motivi per farlo si trovano.

Lorenzo Mei