Oggi si sente parlare di educazione in molti ambiti. Cosa significa educazione?

Per darne una definizione è opportuno partire dall’etimologia del termine.

Educare deriva dal latino e-ducere cioè “trarre fuori”, “condurre fuori” dall’uomo ciò che già in lui è presente.

L’educazione va oltre:

  • il bon ton o le regole di comportamento;
  • l’istruire cioè fabbricare e costruire;
  • l’insegnare cioè segnare, imprimere;
  • la socializzazione cioè un processo di trasmissione di cultura.

Essa permetta all’educatore di mettersi in relazione con l’educando e stimolarlo a tirar fuori le proprie risorse, favorendo la costruzione della propria identità.

Cosa significa educare oggi?

Oggi si parla spesso di “emergenza educativa” perché si insiste nell’utilizzare strumenti vecchi per risolvere problemi nuovi. Bisogna rendersi conto che la nostra società è cambiata in modo repentino negli ultimi 30 anni. Una società cambia quando cambiano coloro che la compongono, che la creano, che la vivono. Così sono cambiati oltre agli adulti anche i minori.

Se un educatore vuole educare nella contemporaneità deve tener conto di questo cambiamento: i ragazzi non sono peggiori rispetto al passato, ma sono diversi.

Stiamo vivendo un periodo di “crisi dell’obbedienza”. I ragazzi di oggi hanno il bisogno di capire ciò che gli adulti dicono loro, ne vogliono discutere; per questo non funzionano più gli strumenti di comando. L’educatore deve rendersi conto che se vuole cambiare l’altro (“visto che non mi obbedisci”) deve partire da se stesso: “se vuoi che l’altro cambi, comincia tu” (Marco V. Masoni).

Educazione oggi è anche educare se stessi a questa disponibilità di autocambiamento.

Ma non si rischia di essere permessivi?

Gli strumenti educativi tradizionali si basano sugli ordini; in questo periodo di crisi dell’obbedienza, non è più efficace l’autoritarismo. Di contro anche il lassismo è inutile.

È importante che l’educatore sia autorevole, che contratti regole con i ragazzi, ma una volta decise insieme le faccia rispettare.

Perciò quali azioni permettono di educare, nel senso di e-ducere, nella nostra contemporaneità?

In primo luogo, come educatore, devo mettermi in ricerca delle mie risorse (auto-educarmi) per poter aprire la mente a entrare in relazione con il ragazzo che vive qui oggi.

Entrato in relazione con l’altro mi metto in ascolto di ciò che egli è: solo così, nello scambio proficuo della relazione, posso conoscere l’altro.

A questo punto posso stimolarlo a tirare fuori le proprie risorse, qualità, riflessioni.

Infine: non si può educare da soli. È fondamentale coinvolgere tutti gli adulti significativi che si relazionano al ragazzo poiché ciascuno, a partire dal ragazzo stesso, è competente di un aspetto del suo percorso educazione.

Chi è chiamato a educare oggi?

Ognuno di noi. Infatti quando ci mettiamo in relazione con un minore non possiamo non educare: lo educhiamo o lo diseduchiamo. Per aiutare il ragazzo a trovare e tirar fuori le proprie risorse devo sempre avere come obiettivo della relazione lo sviluppo positivo dell’identità del minore.

Michele Ferri