Di seguito riportiamo un estratto dell’articolo di Monica Ricci Sargentini, apparso su Il Corriere della Sera di mercoledì 14 settembre.

Gli abitanti delle isole Kiribati nell’oceano pacifico sono rassegnati. Da anni guardano il mare salire inesorabilmente. Molti villaggi sono già stati evacuati e l’arcipelago con i suoi 33 atolli rischia di essere la prima nazione a scomparire a causa dell’effetto serra.  Due anni fa le acque hanno minacciato anche il palazzo presidenziale e il capo dello stato Abote Tong è stato costretto a spostare la sede più a monte.

Per salvare i suoi 105 mila cittadini Tong, è disposto a tutto. Anche ad andare a vivere su un’isola artificiale: “Ho visto alcuni progetti -ha detto la scorsa settimana al forum delle isole del Pacifico in Nuova Zelanda-, sembrano un pò fantascientifici ma ogni idea deve essere presa in considerazione. Se stai per essere sommerso con la tua famiglia dall’acqua e ti offrono la possibilità di salire su una gigantesca piattaforma fluttuante tu cosa fai? Ci sali? Io penso di sì”. Con due miliardi di dollari sarebbe possibile trasferire migliaia di persone su un atollo galleggiante, magari in grado di produrre autonomamente energia elettrica e acqua potabile. Un costo non proibitivo se si pensa che l’alternativa è erigere dei frangiflutti  per un miliardo di dollari che sarebbero comunque un palliativo e non la vera soluzione.

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Qualche giorno fa, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha affermato “Chi dice che il cambiamento climatico è una cosa di là da venire dovrebbe visitare questo posto. Così potrebbero toccare con mano che sta già lambendo i nostri piedi, letteralmente, a Kiribati e altrove”.

Il presidente Tong ha fatto ancora una volta appello alla comunità internazionale perchè garantisca fondi alle nazioni in pericolo tra cui Tavalu, Le Seyschelles, le Marshall e molte altre.

I conto alla rovescia è ormai partito. “Il nostro paese scomparirà?” si chiede Tong. “Mai e poi mai” si risponde da solo. La salvezza è l’isola tecno che ancora non c’è.