L’odore dei libri #8

Fuori la pioggia, dentro il caos: io mi prendo una pausa. Una pausa che dura 160 pagine (o giù di lì).

Le ore di Michael Cunningham: quando la poesia si trasforma in romanzo deve avere più o meno questo aspetto, e leggere è un bisogno.

Tre storie che si intrecciano, tre donne fotografate in epoche e atteggiamenti diversi, unite da un sottilissimo filo conduttore: La signora Dalloway. Troviamo infatti Virginia Woolf che, nel 1923, sta scrivendo il suo capolavoro, Laura Brown che, nel 1949, lo sta leggendo e Clarissa Vaughan che, oggi, ne è intimamente unita. Un filo conduttore sottilissimo, appunto, ma incredibilmente forte.

Cunningham ci dà uno spaccato di realtà a cui è impossibile non credere, non cedere. Il romanzo  trascina in un vortice di riflessioni, in cui le emozioni sono incontrollabili.

E’ successo tutto all’improvviso in una giornata soleggiata nel giardino di casa: la ziastra, Serena, che sfoglia un libro, completamente assorta. Uno scambio di parole: ”Questo libro è bellissimo” mi dice, e poi torna ad immergere naso occhi e mente tra le pagine. Non tanto le parole, quanto questo gesto mi convince: leggerò Le ore.

Avrebbe potuto avere una vita forte e pericolosa come la letteratura stessa. Questa è una delle tante frasi che ho sottolineato, ma avrei voluto sottolineare tutto il libro. Mi sono fatta violenza, ho nascosto la matita e ho continuato a leggere. Quando è stato troppo ho stanato la matita -povera, senza colpe- e mi sono sfogata a dovere. (Che brutto vizio.)

La pausa che mi sono concessa mi porta così in tre mondi diversi uniti dalla stessa ricerca: la ricerca di se stessi, in cui la letteratura è il punto cardine. Questa pausa si sta rivelando difficile (sono sicura che sia una pausa?), ma quantomai affascinante. Il romanzo mi rapisce, non riesco a farne a meno; e mi sento piccola davanti ad una scrittura così vera.

In copertina l’elenco dei premi: il Pulitzer nel 1999 (ci mancherebbe), il PEN/Faulkner nello stesso anno (come diavolo ha fatto?), il -defunto- Grinzane Cavour nel 2000. Solo per questo uno dovrebbe sentirsi piccolo piccolo. E poi, come se non fosse sufficiente, in quarta copertina Mario Fortunato lo definisce un romanzo misteriosamente bello. Mi viene voglia di andare a piangere nel sottoscala come fa la mia sorellina quando è contrariata.

Ma no, io sono forte e lo leggo fino in fondo; perché questo è un romanzo che neanche Hollywood ha saputo rovinare (The Hours, 2002, regia di Stephen Daldry), quindi merita di essere letto. Cunningham scrive: la sorprende nel modo in cui un oggetto raro e notevole, un’opera d’arte, può continuare a generare sorpresa: solo perché rimane, attraverso il tempo, così puramente e completamente se stesso.La disarmante veridicità di questa frase. Ma sta forse parlando della sua stessa opera?

Il romanzo è finito, fuori non piove più, il mio caos interiore è aumentato. Basta, mi rifugio nel sottoscala, devo riflettere. Ma il sottoscala è già occupato: c’è mia sorella che piange, la mamma le ha fatto la carne che non le piace. Ah, beata innocenza.

di Claudia Oldani