Mi trovo a domandarmi con frequenza preoccupante cosa sara’ di mia figlia. Avessi avuto un quinto di questa furia interrogativa per me stessa sarei ministro, o fotomodella con pedigree di alimentazione vegana alle spalle – all right, magari fotomodella dei piedi.

Juanita de Paola

Sara’ carina e stupida? Sara’ bellissima e intelligente (impossibile). Il suo sorrisino a coniglietto si trasformera’ in un ghigno orrendo o fiorira’ in una dentatura aperta, comunicativa? Sara’ capace di adattarsi al mondo e rimarra’ sana di mente o impazzira’, ad un certo punto, abbracciando una disciplina mortificante di tipo meditativo-dietetico? Si fara’ sterilizzare per correre la cavallina senza rischi?

E, se nessuno dei precedenti accadrà, ammesso e non concesso che diventi quello che io spero – astronauta archeologa magra attrice famosa a tempo perso con dieci figli (nipotini di nonna venite qui da me) e un marito che la venera e non la tradisce mai, nemmeno col pensiero -, quella persona sara’ qualcosa di gradevole o a quel punto vorro’ che sia l’esatto opposto?

Nessuno di questi pensieri e’ lecito. Sono uno peggio dell’altro a dire il vero e tradiscono una nuova me che devo imparare a conoscere: la produttrice di prole favolosa. L’allevatrice di pargola da competizione, che viene su senza gara, alla perfezione. Ci sono anche i feticci della ragazza – ora mamma – non competitiva che ha paura di perdere la gara e invita tutti a non concorrerla. Sono un’idiota, suona (infinitamente) meglio di Sei un’idiota.

Un mio amico poco tempo fa mi ha detto “ho insegnato a mio figlio a non competere” e io ho sentito una fitta nello stomaco. Ho pensato “speriamo che ti disobbedisca”, di istinto, nonostante reputi il mio amico persona strepitosa. Perche’ credo che l’abc dell’educazione e l’amore siano le uniche due magagne da tramandare ai piccoli, tutto il resto mi suona come un tentativo un po’ maldestro, seppure affettuoso, di vincere l’opera del destino.

Quindi blocco l’allarme a ultrasuoni che mi scassa il cervello e mi rispondo come so: it is what it is. Un po’ la versione anglosassone di ‘sticazzi, filosofia romana che più vado avanti e più mi pare geniale.

Sara’, lei, sicuramente qualcosa di unico, forse banale oppure extraordinaria, comunque il mio ruolo e’ quello che i narratori descrivono come la più accomodante della saggezza: portafogli aperto e bocca chiusa. Saro’ io, questa la domanda da farsi, la mamma che abbraccia la figlia dopo una combattutissima fecondazione eterologa o quella che le chiede di indossare le pattine quando entra in casa?

Diventare genitori significa scoprire, finalmente e senza dubbio, quale genere di specimen umano ci siamo costituiti. Ha a che fare con l’abbracciare il bambino con sindrome di down che sta dentro di noi e fargli dire cose sensate, appena possibile, più che col dare direttive esistenziali a creature più basse.

Significa avere voglia di chiudere la porta, uscire, ubriacarsi a morte, mandare a fanculo il commercialista (non le mie, angeli divini), svegliarsi in un letto sconosciuto di una citta’ latino americana mentre invece si esce, si’, per andare a fare la spesa, per non perdere il pollo al tre per due. Comprare uova di galline allevate a terra, sicuramente più felici di molti di noi.

C’e’ poco da fare: i figli diventano quello che erano ancora prima di materializzarsi, come noi prima. Potrei definirmi il più’ fortunato degli esseri umani se potessi vederla crescere in gioia e invecchiarle nei paraggi. Se la salute la baciasse. Se scoprisse il segreto della sua felicita’ e vi tenesse fede, anche senza dirmelo.

Le auguro di imparare ad amare prima che essere amata: quello, io trovo, sia l’origine di tutto. E che sia paziente, meno iraconda di me. Ecco, vedi, ci casco di nuovo.

di Juanita De Paola