Questo articolo, terzo della rubrica “La Bibbia, strumento per la realtà”, è stato pubblicato a firma di padre Stefano Bittasi – gesuita e biblista – su Aggiornamenti sociali, rivista di gesuiti che da oltre sessant’anni affronta gli snodi cruciali della vita sociale, politica ed ecclesiale articolando fede cristiana e giustizia. Offre strumenti per orientarsi in un mondo in continuo cambiamento, con un approccio interdisciplinare e nel dialogo tra azione e riflessione sociale. È frutto del lavoro di una équipe redazionale composta da gesuiti e laici delle sedi di Milano e di Palermo e di un ampio gruppo di collaboratori qualificati. Aggiornamenti Sociali fa parte della rete delle riviste e dei Centri di ricerca e azione sociale dei gesuiti in Europa (Eurojess), e della Federazione «Jesuit Social Network-Italia Onlus»

“La Bibbia, strumento per la realtà” è una rubrica che si prefigge due obiettivi. Scopriteli leggendo qui.

 

Specialmente di fronte a fenomeni naturali catastrofici che producono grandi quantità di vittime o danni ingenti ad abitazioni, beni e attività, ci si trova a parlare di “impotenza” dell’essere umano, mettendone radicalmente in discussione la capacità operativa e la presunta grandezza. L’esperienza dell’umiltà, del bisogno e della creaturalità radicale della nostra esperienza umana avviene in maniera così naturalmente collegata a eventi negativi e violenti che si rischia di perdere il valore assoluto e fondamentale di questa dimensione del nostro essere, specialmente quando, invece, l’uomo e la donna si manifestano nella propria capacità di intervento sul mondo, nella propria potenza operativa e, più in generale, nei tempi di benessere e prosperità. Dinanzi al bene del vivere si fa presto a dare per scontata l’esistenza stessa della propria vita con tutto l’insieme delle condizioni fisiche, materiali, spirituali e relazionali che ne permettono lo sviluppo e la realizzazione. Capaci di godere e di gioire dinanzi al bene, sembriamo invece meno pronti alla gratitudine e alla riconoscenza. Se sentiamo che il male è sempre “colpa” di qualcuno, il bene non è merito di nessun altro se non di noi stessi.

Ma questa non è un’esperienza che tocca solo il nostro tempo. È opinione comune il pensare che le popolazioni antiche fossero più pronte alla riconoscenza nei confronti di esseri superiori. Così come è diffuso il sospetto che questo presunto atteggiamento fosse causato dalla loro ignoranza radicale dei fenomeni scientifici e dall’incapacità tecnologica di intervenire sulla realtà. Queste considerazioni sono sostanzialmente inesatte. Scrive un noto filologo di lingue semitiche antiche: «È decisivo il fatto che in tutte le lingue del mondo solo tardivamente si è formato un vocabolo specifico per “ringraziare”: nessuna lingua primitiva ha nel suo vocabolario un termine particolare per “ringraziare”. Lo stesso capita ai bambini, ai quali si deve insegnare a ringraziare, mentre essi non hanno bisogno di apprendere quello che si esprime con la lode o con l’esclamazione di gioia. Il ringraziamento come vocabolo specifico si manifesta nello sviluppo della civiltà quando aumenta il processo di individuazione» (Westermann C., Dizionario Teologico dell’Antico Testamento 1, Marietti, Roma 1982, 588).
La Bibbia conosce questo problema e sa bene come l’umanità necessiti sempre di essere educata al senso della gratitudine, specialmente dinanzi alle due grandi tentazioni ad essa contrarie: quella che nasce dal benessere, dall’abbondanza, e quella della frustrazione, che ha origine dalla sensazione di non essere adeguati, capaci e che la realtà sia sempre “mancante” di qualcosa per poterla definire “buona”.

La tentazione del benessere

Deuteronomio 8, 12-20
12 Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13 quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, 14 il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; 15 che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; 16 che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
17 Guàrdati dunque dal dire nel tuo cuore: «La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze».18 Ricòrdati invece del Signore, tuo Dio, perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri. 19 Ma se tu dimenticherai il Signore, tuo Dio, e seguirai altri dèi e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete! 20Perirete come le nazioni che il Signore sta per far perire davanti a voi, se non avrete dato ascolto alla voce del Signore, vostro Dio.

Il libro del Deuteronomio è costruito come una serie di discorsi che Mosè rivolge al popolo che sta per entrare nella Terra promessa al termine del suo cammino di quarant’anni nel deserto. Da una situazione di bisogno e di dipendenza, dapprima nella schiavitù dell’Egitto, poi nella situazione dell’itineranza nel deserto, il popolo sta per cominciare un’era nuova: il Signore, tuo Dio, sta per farti entrare in una buona terra: terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; terra di ulivi, di olio e di miele; terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame. Mangerai, sarai sazio e benedirai il Signore, tuo Dio, a causa della buona terra che ti avrà dato(Deuteronomio 8, 7-10). A una prima e immediata lettura, l’appassionato discorso di Mosè propone uno sguardo sulla prospettiva futura che attende questo popolo. Sappiamo tuttavia che il libro del Deuteronomio è stato scritto circa sei secoli dopo i fatti che pretende di illustrare. Quello cioè che viene detto non è allora “profezia”: è tragica lettura del presente, di ciò che si è già vissuto in questa terra di abbondanza.
Di più. Il caveat di Mosè è in realtà una fotografia lucidissima e precisa, fin nei minimi dettagli, dell’atteggiamento “normale” dei singoli e delle collettività di fronte al benessere. La prima conseguenza sembra essere che il cuore si inorgoglisce così da dimenticare il Signore che ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile e che ha guidato e aiutato il popolo nei tempi del deserto (cfr 8, 14). Certo, il riferimento direttamente teologico del nostro testo proietta la dimensione della gratitudine in relazione a Dio, ma c’è una dinamica, un paradigma relazionale che si può ampliare. Ognuno di noi vive il proprio presente anche (talvolta, soprattutto) grazie alla vita, all’esperienza esistenziale, al lavoro di tutti coloro che ci hanno permesso di godere le condizioni che rendono possibile il bene. L’essere nella strutturale situazione, quindi di “ricevitori di doni” ci apre alla necessità della gratitudine. Come afferma il Papa, l’uomo è messo davanti alla stupefacente esperienza del dono. «La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa la presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi» (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 2009, n. 34).
Ecco perché le parole che sono dette nel proprio cuore in questo stato di orgoglio sono: la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze (8, 17). Si mette il proprio «io» come misura del possesso e del benessere, in una visione solipsistica del bene autoprodotto, che si dimentica di quanti lo hanno storicamente reso possibile. Non è solo un’attitudine individuale moralmente reprensibile. È anche una cattiva gestione della memoria condivisa (cfr a questo proposito il nostro recente intervento, «Memoria collettiva», in Aggiornamenti Sociali 9-10 [2011] 633-636), che porta all’oblio sociale del passato che ha dischiuso le condizioni per il nostro libero sviluppo nazionale o la possibilità dell’attuale comunità ecclesiale.
Tale atteggiamento ha poi conseguenze sull’uso che di questo benessere viene fatto. Se l’origine della ricchezza risiede solo nella mia forza e nella potenza della mia mano, il suo utilizzo avrà come unico orizzonte la soddisfazione delle mie esigenze. Si può qui ricordare la parabola narrata da Gesù, del ricco la cui campagna aveva dato un raccolto abbondante: Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!» (cfr Luca 12, 16-21). La condivisione di questa abbondanza, ogni eventuale solidarietà sono così relegate allo spazio di un personale volontarismo etico che non può diventare circolo virtuoso di una collettività.
L’orgoglio che si dimentica e non è più capace di gratitudine è quanto mai presente nell’atteggiamento di molti, in diverse Regioni italiane, che non riescono più a ricordare l’aiuto ricevuto nel passato grazie alla solidarietà sociale e nazionale (e talvolta internazionale), da cui scaturisce l’attuale benessere.

La tentazione dell’insoddisfazione

Geremia 29, 4-14
4 «Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da Gerusalemme a Babilonia: 5 Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; 6 prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie, e costoro abbiano figlie e figli. Lì moltiplicatevi e non diminuite. 7 Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché dal benessere suo dipende il vostro. […]
11 Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. 12 Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò. 13 Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; 14 mi lascerò trovare da voi. Oracolo del Signore.

L’altro motore interiore che rende impossibile qualunque gratitudine è la sensazione di vivere un’esperienza storica ed esistenziale che lascia insoddisfatti. Il proprio presente e la propria situazione sembrano significativamente privi di bene. Si vive nell’orizzonte di “ciò che manca” per poter essere felici, per poter godere di un proprio benessere, per stare bene, ecc. È evidente che, quando si protendono tutte le proprie energie esistenziali nella direzione di ciò che non c’è – e ciò che manca è ritenuto essenziale al proprio vivere -, si smarrisce completamente la percezione del bene che invece c’è. E se anche razionalmente se ne avvertisse la presenza, questo verrebbe comunque classificato come non sufficiente alla propria vita e alla propria serenità o felicità. Un momento storico nel quale il popolo di Israele ha attraversato questo sentimento di perdita di ogni bene è stato l’esilio babilonese del VI secolo a.C. Di colpo ci si è trovati nella condizione di essere senza una propria terra e senza autonomia politica ed economica. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, sono venuti meno anche i segni dell’identità nazionale e religiosa. Dover vivere in una terra straniera fa così smarrire ogni orizzonte di bene da un presente ormai svuotato di ogni segno di benedizione storica di Dio e della sua Alleanza. Molte pagine della Bibbia sono pervase da questo sentimento. Forse la più famosa è rappresentata dal Salmo 137 (136), con tutto il suo carico di violenza verso coloro che rappresentano il presente tragico nel quale si vive: Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, allegre canzoni, i nostri oppressori. Come cantare i canti del Signore in terra straniera? […] Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra. Ma il profeta Geremia propone un diverso sguardo sull’esperienza babilonese.
Davanti alla tentazione di considerare il bene solo come ricordo di una situazione passata, o di anelare ad esso solo in attesa del futuro, magari invocando Dio, la proposta del profeta indica il presente del popolo come l’unico “luogo” abitabile per lui. Sarà soltanto attraverso un atteggiamento positivo nei confronti di questa terra di Babilonia che il popolo potrà vivere. E non in una prospettiva a breve termine, dato che si evocano i propri figli e i propri nipoti nell’invito a moltiplicarsi che aveva caratterizzato le prime pagine della vita dell’umanità nel paradiso originario (Genesi 1, 28; cfr anche 9, 1). Trovare negli aspetti di bene della propria condizione, fosse anche quella di «deportazione», la ragione di una risposta grata alla vita, permette di aprirsi alla relazione di pienezza con Dio e con la propria storia. Il termine ebraico šalom, tradotto con pace al v. 11, evoca in realtà un’idea di pienezza, di benessere “olistico” che qui si apre a nuovi orizzonti. Il v. 7 recita letteralmente, infatti: «Cercate il šalom della città in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché nel šalom suo sarà il šalom vostro». Si è su tutt’altra prospettiva rispetto al comprensibile sentimento (che comunque, parte del cuore dell’uomo, trova posto nella Bibbia) di chi piange sulle rive dei fiumi di Babilonia e troverà pace solo quando i piccoli del nemico odiato saranno uccisi violentemente; oppure di chi è capace solo di chiedere pace per Gerusalemme(come nel Salmo 122 [121], 6). La capacità di aprirsi a una vita grata e piena di benessere nella “terra di Babilonia” rappresenta così una grande sfida a molte nostre aree di insoddisfazione cui, spesso, abbandoniamo le nostre energie.

La gratitudine come stile

Si può pensare alla gratitudine e al ringraziamento come risposta a una situazione che riusciamo a cogliere come “donata” per permettere la nostra vita. Risulta abbastanza evidente, allora, che la gratitudine è sempre una “seconda parola”, mai la prima. Richiede di uscire da una lettura autoreferenziale della propria esistenza, vuoi nell’orgoglio dell’abbondanza di ciò che c’è, vuoi nella frustrante percezione di ciò che manca.
Il credente è invitato a riconoscersi “secondo” in quanto oggetto dell’attenzione di Dio alla propria vita e nella propria storia. Ma anche fuori dall’orizzonte di fede siamo sempre chiamati a comprendere di essere “secondi”, come parte di un sistema che ci sorregge, e questo permette di sentirsene responsabili e allo stesso tempo “in rete”. Bella l’immagine della rete che connette nodi e fili e, allo stesso tempo, sostiene nei tempi di caduta. La responsabilità nei confronti di questa rete, comunitaria, sociale, ecclesiale ecc., di cui oggi sentiamo appieno la necessità, trova la sua più vera radice nella gratuità! La responsabilità che nasce dalla gratuità come stile di atteggiamento di fronte alla vita apre alla riconsiderazione della nostra collocazione nel mondo e nella relazione con la trascendenza. Il trovarsi a ignorare o il rifiutare colpevolmente la riconoscenza grata che si fa responsabilità e azione apre la porta al triste fato evocato dalle splendide espressioni che il Satana di John Milton utilizza per descriversi: «Levato così in alto sdegnai la soggezione, pensando che un altro gradino mi avrebbe reso altissimo, e in un attimo solo estinsi il mio debito immenso di eterna gratitudine, ancora così pesante sebbene pagato, e tuttora dovuto. Dimentico di ciò che ancora ricevevo, io non sapevo che una mente grata, sapendo di dovere, già più non deve e continua a pagare, nello stesso tempo indebitata e libera dal debito» (Paradiso perduto, IV, 49-55).

 

di Stefano Bittasi SJ
Redazione di Aggiornamenti Sociali