“Come i Wilco”. Da ora in poi, quando avrò bisogno di un termine di paragone per dire che una band suona bene dal vivo, saprò dove andare a parare. Pescherò dalla memoria la serata dell’Obihall che ha aperto in modo strepitoso la stagione autunno/inverno dei miei concerti. C’è poco da dire: la band di Chicago ci ha stesi tutti, sotto quel curioso tendone che un maquillage ben fatto fa diventare un teatro, alla perfiferia sud di Firenze. E per Firenze è un bel risultato ricevere nel giro di poche settimane Radiohead e Wilco, Thom Yorke e Jeff Tweedy. Magari si poteva riservare un’accoglienza da sold out, ma si sa, la città è “piccola e povera” (cit.) e fa quel che può.

Prima di continuare, però, andate su questa pagina e cliccate sul triangolino che significa “Play” a sinistra del primo titolo,(Intro). Fatto? Allora si riparte.

Certo, l’accostamento dei due eventi è un po’ ardito sul piano della dimensione (lì un immenso pratone con antamila persone accalcate fino a distanze siderali dal palco, qui un ambiente raccolto in cui senza sforzo si stava a pochi metri dai musicisti) e dell’influenza sulla musica degli anni Duemila. Se si parla di qualità, però, allinearli nella stessa frase è tutt’altro che una bestemmia. Con una scaletta che, salvo poche possibili variazioni, avrebbero potuto scrivere i fan più affezionati, i Wilco sono rimasti un paio d’ore sul palco e ci hanno lasciato lì con la sensazione (per me abbastanza rara, devo dire) che ci saremmo goduti volentieri un’altra cinquina di bis.

I motivi sono parecchi: ho già detto di un gruppo che funziona come pochi, arrivando al limite della perfezione proprio in concerto. Qualcuno, anzi, trova che  siano perfino troppo perfetti. A me è sembrata gente con le idee chiare, che vuole divertirsi ma che sa di dover fare bene il proprio mestiere. Per poterti permettere di essere cialtrone, in fin dei conti, devi far parte della Storia, possibilmente venire dagli anni Sessanta o Settanta, altrimenti  ti dimenticano nel giro di un lustro. I Wilco hanno costruito un’onorata carriera da pezzi grossi della indie, ma non hanno (fortunatamente?) mai sbancato il tavolo del mainstream. Insomma, quando suonano intendono guadagnarsi la pagnotta.

Poi c’è il canzoniere di Jeff Tweedy, già amato da chiunque lo conosca, che mette in mostra tutta la sua sostanza proprio dal vivo, quando ti accorgi che in qualsiasi possibile selezione non c’è un momento veramente debole, un brano infilato  dentro per forza, un passaggio meno ispirato. Tutto scorre naturale nella preziosa alternanza tra le  ballate (le “sad sad songs” di “Jesus Etc.”) e i pezzi che ti ricordano che non sono in tanti, oggi, a fare rock come questi qui.

Sul palco, passando uno sguardo sulla band, si va dalla soddisfazione sorniona e compassata di Tweedy, che aspetta più di mezz’ora prima di rivolgere la parola al pubblico, all’incontenibile ballo di San Vito di Nels Cline, che,  in barba all’anagrafe, rappresenta l’anima più infantilmente rocchettara dei Wilco.  Pat Sansone e  Mikael Jorgensen sono abili tessitori che disegnano lo sfondo, John Stirratt e Glen Kotche, quest’ultimo completamente zuppo di sudore già a metà set, garantiscono una ritmica solida, che passa dal protagonismo di “Art of Almost”, uno dei riarrangiamenti più riusciti di questo tour, alla discreta sottolineatura dei momenti più quieti come “Black Moon”.

La scaletta, dicevo, è praticamente perfetta. A me non sarebbe dispiaciuto ascoltare anche “One Sunday Morning”, ma c’è talmente tanto altro in queste due ore, che lamentarsi sarebbe da ingrati.

L’apertura con  “Ashes of American Flag” fa già presagire una serata memorabile. Subito dopo “Art of Almost” punta i riflettori sull’ultimo album, “The Whole Love”,  ma i Wilco stasera torneranno indietro fino al disco d’esordio A.M. (“Passenger Side”), passando ovviamente per “Being There”, “A Ghost is Born”, “Sky Blue Sky”, “Summerteeth”, “Mermaid Avenue”, la raccolta di inediti di Woody Guthrie firmata in coppia con Billy Bragg (“California Stars”) e il gettonatissimo “Yankee Hotel Foxtrot”. Per “Jesus Etc.” scatta la richiesta di coro generale, e il pubblico si fa trovare pronto.

Cline sciorina il suo solito  (ma rinnovato) assolo da paura in “Impossible Germany”, e si spartisce di fatto la frontline del palco con Tweedy. Jeff, dal canto suo, con il passare dei minuti sembra prenderci sempre più gusto: comincia a ringraziare, fa i complimenti per l’intonazione, spara qualche battuta, sorride da sotto la falda del cappellaccio che gli lascia spesso il volto in ombra. La band sembra apprezzare perfino quel coro “WIL-CO! WIL-CO! WIL-CO!!” che a me all’inizio mette un po’ di tristezza simil-calcistica, e che invece Tweedy guida mimando un direttore d’orchestra.

Ci rimaniamo un po’ male, dopo il primo blocco di (sette) bis, quando capiamo che è anche l’unico. E’ una piccola delusione, che dura qualche istante. Perché, per esperienza, il miglior regalo che un concerto ti può fare è non sembrarti abbastanza.

Succede, quando sei lì con gente che suona dannatamente bene. “Come i Wilco”.

di Lorenzo Mei